Netflix mi aveva segnalato l’arrivo di Il prisma dell’amore diverse settimane prima del 15 gennaio (data di uscita ufficiale). Leggendo che si trattava di un’opera anime originale, l’ho messo in lista senza informarmi più di tanto. I disegni non erano di quelli che mi colpiscono subito, però ero comunque incuriosita.
Ho guardato la prima puntata venerdì. Domenica sera ho avviato l’ultimo episodio. Complice un week-end domestico destinato al riposo, ho divorato 20 episodi in poco più di 48 ore. È stato chiaramente un anime avvincente e appassionante che avrei voglia di rivedere subito così da coglierne altre sfumature… e rivivere momenti molto emozionanti.
Un inno al disegno
Da persona che da qualche anno si diverte a disegnare, mi è piaciuto molto guardare un anime con protagonisti ragazzi e ragazze artistə. Qualche anno fa mi era capitato di vedere Blue Period… ma l’effetto è stato completamente diverso.
Lo stesso giorno in cui ho iniziato a guardare Il prisma dell’amore, mi ha scritto una mia ex studentessa, appassionata di anime e di disegno (bravissima, tra l’altro!), consigliandomi la visione e dicendomi che alla fine della storia aveva sentito una grandissima voglia di riprendere la matita e i pennelli in mano. Ho avuto la stessa identica sensazione. È proprio vero che l’arte, quando emoziona, non può fare altro che generare altra arte.
E in Il prisma dell’amore c’è tanta arte. Quasi tutti i titoli degli episodi giocano con le parole del campo semantico artistico, vediamo tanti luoghi iconici, si citano grandi opere (anche nostrane, come la Pietà di Michelangelo). L’idea di arte che la serie di Yōko Kamio vuole trasmettere è chiara: strappare alle difficoltà dell’esistenza un momento bello e/o emozionante per renderlo eterno. Le opere create servono a dare significato all’esistenza quando si vede il proprio mondo crollare. In un momento di grande sconforto (la fine del ballo di casa Church), la protagonista afferma:
Voglio disegnare.
Quale modo migliore per allontanare la tristezza e la delusione se non rifugiarsi nel rapimento che offre dedicarsi alla creazione di qualcosa? Anche per l’altro protagonista, Kit, il disegno è fondamentale per affrontare le difficoltà della guerra. Ancora prima gli aveva permesso di elaborare il lutto per la morte della madre.
Insomma, l’arte è la via di fuga dal mondo per poi ritornarci a vivere. Per me disegnare è esattamente questo: un modo per portare la mia mente a concentrarsi su qualcosa di pratico e allo stesso tempo bello prima di riconcentrare le energie e le forze nella routine quotidiana.
Arte e relazioni
L’arte è anche un modo per comprendere gli esseri umani che ci circondano. Le opere realizzate dai protagonisti della storia sono un ponte fra loro (e di conseguenza con noi che guardiamo). Per Lili e Kit, le linee della matita, del pennello e del pennino sono quelle che danno vita alla loro relazione. Un vero e proprio linguaggio d’amore. Anche questo è un messaggio molto potente: d’altra parte l’arte – nelle sue molteplici forme – è un prodotto emotivo umano che nasce per comunicare valori, idee, emozioni. Insegna, provoca, sconcerta, suggestiona. Tutto per permetterci di comprendere almeno in superficie che cosa significa essere umani.
Entrare in competizione con il talento
Lili ha sei mesi di tempo per dimostrare di essere la prima tra tuttə lə altrə allievə dell’accademia. Questa è la condizione posta dalla madre per acconsentire al viaggio di studio nel Regno Unito. Una richiesta che può sembrare assurda, ma che parte dalla constatazione assolutamente reale che nessuno ricorda mai il nome dei secondi classificati.
È così che Lili deve vedersela con Kit, un ragazzo silenzioso e misterioso che realizza quadri ipnotici qualsiasi sia il tema assegnato. Lili è da subito affascinata dal talento del giovane e, nonostante la gelosia e la frustrazione provata di fronte a quelle tele così perfette, passa diverso tempo a disegnare con lui. Questo la porta sia a conoscere Kit, scoprendone anche lati inaspettati, sia a migliorare il suo approccio al disegno trovando il proprio punto di vista sul mondo da disegnare.
Lili non si lascia schiacciare dal confronto con Kit. Non si lascia fermare dalla paura di avere a che fare con un talento. Al contrario, lascia che la bellezza dei quadri di Kit diventi il carburante attraverso il quale alimentare la propria creatività. Lo stesso non si può dire di Peter Anthony, uno dei ragazzi che studia insieme ai due protagonisti. Ad un certo punto, Peter si sente schiacciato dal talento di Kit e se la prende con quello che un tempo era suo amico accusandolo di avere tutto senza esserselo guadagnato. La reazione di Peter è comprensibile. In un mondo che si basa sulla competizione, che vive sul mito del talento, che premia solo chi riesce a emergere dalla massa, diventa difficile capire che bisognerebbe impegnarsi per il piacere che si trae dal fare piuttosto che per l’approvazione che potrebbe derivare da chi ci circonda.
A chi si lamenta delle proprie difficoltà nel farsi apprezzare dal pubblico, Kit risponde sempre chiedendo il perché si abbia a cuore così tanto l’opinione degli altri. Una domanda che può dar fastidio soprattutto se proveniente da chi, in modo apparentemente facile e senza fare sforzi, ottiene subito l’ammirazione delle persone. Il punto, però, è proprio questo. Kit non è bravo perché non s’interessa delle opinioni di chi guarda i suoi quadri. È bravo perché sin da piccolo ha disegnato con costanza tutti i giorni sentendo il bisogno di fissare momenti importanti della sua esistenza. L’arte è per lui una necessità personale, non un modo per essere ammirato.
Più che dannarsi per la mancanza di talento, bisognerebbe chiedersi qual è la motivazione che abbiamo per dedicarci a qualcosa. Sentiamo la necessità di farla? Proviamo emozioni importanti quando sentiamo di essere miglioratə? Vogliamo davvero impegnarci per riuscire meglio? Il punto di partenza deve essere sempre il nostro, non quello che sentiamo arrivarci dall’esterno (di cui manco possiamo essere così sicurə).
L’arte che dimostra come ci vedono le altre
Il disegno è ciò che fa nascere l’amicizia tra Lili e Catherine, inizialmente rappresentate come rivali in amore. Catherine chiede a Lili di dipingere un suo ritratto allo scopo di maltrattarla e di farle pagare l’umiliazione subita durante il ballo a casa Church. Nonostante gli avvertimenti di Dorothy, Lili non guarda con sospetto alla richiesta e si dedica con tutta sé stessa alla realizzazione del quadro: è intenzionata a farne il suo capolavoro. Attraverso il suo disegno vuole esaltare la bellezza e l’eleganza che vede nella sua modella e così finisce per ritrarla sorridente. Catherine rimane senza parole proprio come quando Lili le chiede quali siano le sue passioni.
Sentirsi vista per la prima volta per ciò che è e non per ciò che ci si aspetta da lei porta Catherine a rivalutare completamente Lili e a scegliere di averla come amica. Il legame d’amicizia che si sviluppa tra loro due è uno dei motivi per cui varrebbe la pena guardare la serie.
Emancipazione femminile
Il personaggio di Catherine è interessante perché ci racconta una storia di emancipazione femminile piuttosto classica, ma non per questo meno potente. La giovane viene allevata sin da piccola con la prospettiva di diventare la moglie di Kit e madre dei futuri eredi casa Church. Viene incoraggiata a comportarsi come una signora rispettabile piuttosto che a seguire le sue passioni. Non nutrendo particolare interesse nei confronti di Kit, Catherine accetta la volontà dei suoi genitori nutrendo solo un desiderio: indossare l’abito argentato con i gigli ricamati sopra un tempo appartenuto alla madre di Kit.
Grazie all’incontro con Lili, Catherine si rende conto di nutrire una passione molto forte per la moda e di avere il diritto (ma anche il dovere) di coltivarla anche a scapito della sua reputazione come signora. Catherine decide così di rinunciare al matrimonio, di diventare una stilista e di aprire una sua attività.
La storia di Catherine è molto utile per ricordare alle donne di non esistere per essere ingabbiate all’interno di ruoli sociali prestabiliti, ma per ciò che desiderano per se stesse. Da questo punto di vista, la vicenda di Catherine è molto più forte rispetto a quella di Lili che appare sempre molto legata a quella di Kit.
Kit e Lili
Non si può dire nulla alla storia d’amore tra Lili e Kit. È tenera. È emozionante. È sana. Ed è ciò che ti spinge al binge watching.
Il fatto che la storia tra i due si sviluppi lentamente e tra mille difficoltà non fa che aumentare la suspense. Era da tempo che non guardavo un anime romantico con uno sviluppo così lento. E devo ammettere che mi era mancato.
Ambientazione storica
Ho amato molto anche l’ambientazione storica. Il modo in cui l’arrivo della Prima Guerra Mondiale sconvolge la vita dei protagonisti e le loro relazioni è realistico ed è reso in maniera molto credibile da Yōko Kamio. La scelta di avere degli episodi in bianco e nero per raccontare il dopoguerra è il modo migliore per rendere l’emotività traumatizzata dei personaggi dietro i quali c’è un’intera generazione.
Da un punto di vista sociale, è interessante assistere all’incontro tra la cultura giapponese e quella occidentale/inglese. Le battute che Dorothy fa a Lili sui samurai e i ninja (confondendo le due cose) raccontano in modo semplice e divertente i luoghi comuni che spesso costituiscono l’unica immagine che abbiamo di Paesi lontani dal nostro. Sono immagini stereotipate e unidimensionali che provengono da punti di vista parziali considerati verità assolute. E che si rivelano sempre fallimentari.
Il prisma dell’amore è un titolo da vedere
Vedere Il prisma dell’amore è stato un ottimo modo per inaugurare il 2026. La storia è dolce, avvincente, ricca di momenti emozionanti e di temi di cui vale la pena discutere. So di essere di parte perché nell’anime ci sono tante cose che amo molto, nella finzione ma anche nella realtà. Ma credo che dare un’occhiata a questo anime potrebbe essere una bella esperienza per tuttə.
Federica Crisci
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