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Anime a Merenda

… e Manga a Colazione

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29 Agosto 2026 | Federica Crisci

Sentenced to be Hero: cosa vuol dire essere un eroe?

“Un Eroe non ha il lusso di scegliere. Portare a compimento la propria missione, ecco l’unica cosa che può fare”.

Non c’è storia senza eroe o eroina. È così da quando le primissime comunità di esseri umani si radunavano intorno al fuoco per sentire racconti e imparare da essi come comportarsi. I o le protagoniste fungevano sempre come specchio nel quale riconoscere bisogni e desideri personali. La loro lotta per sopravvivere alle avversità e per raggiungere l’oggetto ambito sin dall’inizio della vicenda coinvolgeva ed emozionava perché ogni ascoltatore/trice vi ritrovava quanto affrontato nella vita di tutti oggi, traendo spunti e idee per cercare di risolvere situazioni complesse e migliorare la propria condizione.

Eroi ed eroine sono presto diventatə un modello di comportamento e di morale. Anche se nel corso dei secoli sono spuntati fuori personaggi molto più umani e sfaccettati, hanno saputo adattarsi all’evoluzione delle narrazioni continuando a rappresentare un’idea di coraggio, di integrità, di proattività. Nel genere fantasy, poi, l’eroe o l’eroina rappresentano delle figure con caratteristiche molto idealizzate. Anche quando ci vengono presentati come immaturi o incompleti, lettori e lettrici si aspettano una loro crescita personale che li porterà a compiere il proprio destino da eroe/eroina.

Un destino ammirevole, auspicabile… ma lo è davvero? Guardando Sentenced to be a Hero, qualche dubbio viene.

Il ruolo che chiama le sue scelte

La prima puntata dell’anime realizzato da Studio Kai ti catapulta all’interno della realtà di Xylo Forbartz senza bussola. Il mondo narrativo viene progressivamente svelato a chi guarda durante i 57 minuti del primo episodio, ma c’è una cosa che appare immeditamente chiara: essere eroi non è una condizione positiva. Al contrario, è una punizione assegnata a criminali per i quali la morte sembrava una pena troppo blanda. I restanti 11 episodi ci mostreranno che le cose sono ben diverse da come ci vengono raccontante all’inizio, ma la premessa costruita da Rocket Shōkai, autore delle light novel da cui Sentenced to be Hero è tratto, è particolarmente interessante.

Nel mondo di manga e anime capita spesso di voler ribaltare concetti metanarrativi come quello dell’antagonista (pensiamo a How to win my husband over o a Raeliana), ma Sentenced to be a Hero non si limita solo a questo. Ci porta anche a riflettere sul ruolo del “ruolo” in ambito narrativo. L’eroe nel mondo di Xylo è colui che non può scegliere cosa fare, ma deve limitarsi a eseguire gli ordini impartiti, anche fino alla morte. Non è qualcosa di così diverso da quello che fa l’eroe o l’eroina di qualsiasi altro racconto. Perché la scelta dei/lle protagonisti/e deve essere sempre orientata verso il bene, verso il raggiungimento dell’obiettivo. La missione è tutto perché non esiste storia senza scopo da raggiungere. E questo perché la vita non esiste senza bisogni o desideri.

Il mondo di eroi ed eroine è limitato dal loro destino. Perché se “da un grande potere derivano grandi responsabilità” è anche vero che il sacrificio richiesto può essere pesante da sopportare e il dolore che ne deriva talmente grande da sollevare il dubbio se ne valesse davvero la pena. Da qui, Shōkai ha creato tutto il mondo di Sentenced to be a Hero.

La società che chiama dei ruoli

L’anime racconta di un mondo in cui gli esseri umani sono minacciati da demoni fatati. Per sconfiggerli, si fa ricorso ai cavalieri dell’Ordine Sacro e all’Unità Eroe Penale 9004, una compagnia formata da 8 uomini condannati a questa sorte a causa di azioni riprovevoli compiute contro il regno. Ciascun eroe ha una specifica abilità di combattimento ed esegue gli ordini anche a costo della vita. Se muoiono durante le missioni, possono essere riportati in vita ma a un prezzo: parte della loro personalità e della loro memoria andrà perduto per sempre.

In questa guerra di logoramento contro i demoni, gli esseri umani hanno creato un’arma speciale: le 13 Dee. Queste divinità femminili sono tutte dotate di poteri speciali che possono usare solo nel momento in cui si legano a un cavaliere tramite giuramento di fedeltà (ricorda un po’ la poesia trobadorica). Il potere delle Dee non è però infinito: può esaurirsi e portare la divinità a trasformarsi in un demone ancora più terribile di quelli esistenti.

La società è guidata tanto dal potere temporale quanto da quello spirituale: comandanti dell’esercito e figure religiose collaborano tra loro in maniera apparentemente amichevole per vincere la guerra, ma sottobanco tentano di stabilire una gerarchia di comando che non lasci dubbi su chi deve guidare (o sarebbe meglio dire “disporre del”) il popolo. Tra questi due schieramenti, se ne affaccia un terzo che lavora in segreto contro entrambi. Si tratta della fazione dei Coesistenti che, dando per certa la vittoria dei demoni, collaborano con quest’ultimi per la sconfitta del genere umano sperando di ottenere favori e potere nel nuovo mondo.

L’Unità Eroe Penale 9004

Che una società simile consideri gli eroi dei mostruosi criminali non sorprende.

L’Unità Eroe è composta da individui effettivamente molto particolari. Alcuni sembrano crudeli e poco raccomandabili, altri vivono in un mondo di fantasia personale, altri ancora sono vigliacchi, manipolatori e pieni di vizi. Eppure, nel corso della storia, nessuno di loro ci appare come davvero “cattivo”. Al contrario, ne cogliamo degli aspetti positivi, comprendiamo alcune delle loro motivazioni e, alla fine, ci ritroviamo a tifare per loro.

Scopriamo che, pur nei loro limiti, molti di loro sono orientati verso l’altruismo (Norgalle crede di essere un re e protegge i suoi sudditi a qualsiasi costo, Ryhno nutre un grande amore nei confronti degli esseri umani), l’empatia (Dotta cerca di salvare il principe tenuto prigioniero mentre Jayce adora i draghi) e la sincerità (Venetim scrive un articolo in cui mette in dubbio l’operato del Tempio) ed è proprio per questo che vengono condannati dalla società. Il gioco ironico di Shōkai in questo senso è veramente meraviglioso: ciò che porta gli uomini dell’Unità 9004 a essere condannati a eroe sono atti gentili compiuti in una vita di eccessi. Nella lotta al potere, gesti simili richiamano umanità, solidarietà, compassione. Tutte cose che vanno eliminate perché rischiano di consolidare una comunità che può essere molto più forte di un singolo.

Gli eroi di Sentenced to be a Hero non incarnano l’immagine che tuttə noi abbiamo di “eroe/eroina”. Eppure, non ho potuto fare a meno di considerarli tali. Che sia a causa del mondo in cui vivono o perché non si possa sfuggire al gioco della narrazione, non l’ho ancora ben capito.

L'(anti)eroe della storia

Lo Xylo Forbartz dell’Unità Eroi che incontriamo nel primo episodio è un uomo distaccato e brusco. Esegue gli ordini senza provare compassione per chi salva, facendo del proprio meglio solo per restare vivo. L’unica cosa che sembra turbarlo profondamente – tanto da renderlo visibilmente arrabbiato – è il risveglio della Dea Teoritta e la sua richiesta di farle da cavaliere. Solo alla fine della puntata capiamo il perché di quegli atteggiamenti.

Prima di diventare parte dell’Unità Eroe, Xylo era uno dei comandanti dell’Ordine dei Cavalieri Sacri e aveva stretto un patto con un’altra Dea, Senerva. Per motivi a lui (e a noi) ancora ignoti, divenne vittima di un’imboscata; perse i suoi uomini, fu costretto a uccidere Senerva per impedirle di trasformarsi in un demone e fu condannato a servire nell’Unità Eroi. Xylo sopravvive solo animato dal desiderio di scoprire chi e perché ha incastrato lui e i suoi compagni così da potersi vendicare. Questo fin quando non arriva Teoritta. Battaglia dopo battaglia, il legame tra i due diventa sempre più profondo tanto da assegnare a Xylo una nuova missione: proteggere la piccola Dea non solo dai demoni, ma anche dalla fazione dei Coesistenti. Per farlo, Xylo imparerà ad affidarsi ai suoi nuovi compagni e al Comandante del 13° Ordine dei Cavalieri Sacri, Kivia.

Xylo è un eroe decaduto. Non a caso, il suo colore predominante è il nero, lo stesso di Gatsu di Berserk. Durante la visione non ho potuto fare a meno di paragonare i due protagonisti e le due storie. Sentenced to be a Hero presenta un mondo molto violento (non alla maniera estrema di Miura) in cui il protagonista, inizialmente “buono” e con valori morali marcati, finisce per perdere tutto ciò a cui tiene. La reazione al dolore della perdita di Xylo è pressoché identica a quella di Gatsu: entrambi continuano a combattere in maniera fredda e distaccata fino allo sfinimento. I valori di un tempo sono dimenticati, completamente sotterrati dal dolore e dal senso di colpa tipico del sopravvissuto. Il disinteresse mostrato per la vita e per la morte di chi li circonda è una necessità, un meccanismo di protezione che si è innescato nel momento in cui lo scontro con la realtà li ha portati a perdere ciò a cui tenevano davvero. Peccato che questo tipo di risposta non faccia altro che consumarli ancora di più.

Una via di salvezza è possibile: creare nuovi legami e avere l’opportunità di superare il trauma della perdita salvando la nuova compagnia dallo stesso nemico che ha sterminato la precedente. In altre parole, provare a ripercorrere la via dell’eroe e adempiere al compito mancato.

L’arrivo dell’eroina

Durante tutta la visione di Sentenced to be a Hero ho continuato a pensare che fosse un peccato vedere rappresentati solo eroi maschili. Il finale di stagione, mi ha sorpresa e mi ha fatto amare ancora di più l’intera serie.

Quando vediamo Kivia nel primo episodio è facile inquadrarla: è una guerriera che incarna i valori classici del mondo cavalleresco. Ha uno spiccato senso del dovere e dell’onore. Disprezza Xylo e Dotta per il loro essere eroi e svolge le missioni con grande responsabilità, pronta anche a sacrificare la sua stessa vita. Nel corso della stagione, il suo atteggiamento cambia. Dato che l’adesione ai suoi valori è sincera, Kivia si dà modo di vedere Xylo da un altro punto di vista, riconoscendone le qualità e le buone intenzioni. Mentre il rapporto con l’eroe diventa più profondo, Kivia inizia a riflettere criticamente sulle istituzioni che serve scoprendo un mondo pieno di incoerenze e di corruzione.

Il punto di rottura per Kivia arriva nel momento in cui scopre che suo zio – l’uomo che per primo le ha messo in mano una spada e l’ha spinta a diventare un cavaliere – è un Coesistente. Kivia ha costruito la sua ragione di vita vita intorno al ruolo assegnatole dallo zio. Si identifica in maniera totale con quei valori e quel credo. Vederlo svuotato di significato e corrotto la porta a crollare. La scena in cui uccide lo zio è tra le più violente ed emotivamente cariche di tutto l’anime. Ci restituisce un senso di perdita profondo che però non porta la ragazza a fuggire dai suoi ideali. Al contrario, continua ad abbracciarli scegliendo consapevolmente la condanna a Eroina.

Sarà interessante vedere come il suo ingresso nell’Unità 9004 cambierà le dinamiche del gruppo.

Le figure da venerare e da lodare

Sentenced to be a Hero offre una rappresentazione interessante del rapporto tra gli esseri umani e la spiritualità attraverso la figura delle Dee. Quest’ultime sono artificialmente create per vincere la battaglia contro i demoni e devono necessariamente legarsi a un cavaliere per esercitare il loro immenso potere. Nonostante possano fare la differenza tra la vittoria e la sconfitta, non chiedono altra ricompensa se non quella di essere lodate e accarezzate sulla testa.

In tutto questo ci rivedo molto le usanze dei vari credi religiosi. La lode della divinità attraverso preghiere, regali, canti, formule ripetute è alla base di qualsiasi rito sacro, da sempre, ed è finalizzata a ottenere protezione e benessere. Teoritta incarna l’immagine di una spiritualità pura e benigna, tanto da essere rappresentata con tratti infantili. La sua benevolenza viene sfruttata senza scrupoli dal Tempio e dall’Ordine dei Cavalieri per controllare le masse. Allo stesso modo, le altre Dee vengono trattate come dei veri e propri strumenti utili a ottenere più potere e influenza.

Xylo vuole proteggere Teoritta da questo cinico sfruttamento e le ripete più volte di non doversi sacrificare per il bene della società in cui vivono, ma la dea non sembra capire gli avvertimenti del proprio cavaliere. Non potrebbe essere altrimenti visto che il suo ruolo è quello di rappresentare l’essenza della purezza e della bontà che devono sopravvivere sempre, anche (e soprattutto) in un mondo così terribilmente corrotto.

Un anime ben fatto da non perdere

La prima stagione di Sentenced to be a Hero si è conclusa lasciando tanti punti interrogativi a cui la seconda stagione (già annunciata) potrebbe dare delle risposte. Ancora non si conoscono tutti gli aspetti politici del regno né i piani di Kafzen Dachrome, l’uomo che esegue la condanna di quasi tutti gli eroi. Non mi metto a fare congetture, ma voglio sottolineare come la realtà creata, pur non essendo originale nell’impianto riesce comunque a essere credibile e appetibile. Forse perché estremamente realistica nella sua violenta rappresentazione.

L’anime merita di essere visto non solo per la storia che si fa guardare con piacere e mantiene sempre vivo l’interesse – nonostante i numerosi momenti d’azione – ma anche per l’animazione sempre impeccabile. Alcune scene particolarmente drammatiche usano disegni più espressivi nel tratto e nei colori per veicolare meglio la tensione emotiva. La opening è molto coinvolgente e strizza un po’ l’occhio all’Attacco dei Giganti per le inquadrature della compagnia di spalle.

Ma credo che ciò che ci entusiasma di più di Sentenced to be a Hero è il modo in cui gioca con la nostra concezione di eroi ed eroine, infrangendo le nostre aspettative per poi confermarle come inevitabili.

Federica Crisci

Le immagini contenute in questa recensione sono riprodotte in osservanza dell’articolo 70, comma 1, Legge 22 aprile 1941 n. 633 sulla Protezione del diritto d’autore e di altri diritti connessi al suo esercizio. Si tratta, infatti, di «riassunto, […] citazione o […] riproduzione di brani o di parti di opera […]» utilizzati «per uso di critica o di discussione», nonché per mere finalità illustrative e per fini non commerciali. La presenza in Anime a Merenda non costituisce «concorrenza all’utilizzazione economica dell’opera».

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10 Agosto 2026 | Federica Crisci

Maid Sama – La doppia vita di Misaki

Una liceale che odia gli uomini costretta a lavorare in un maid cafè. Il tutto di nascosto per non intaccare la sua immagine di presidente del consiglio studentesco intransigente e tutta d’un pezzo.

Queste poche righe sono sufficienti per capire che sto parlando di Maid Sama – La doppia vita di Misaki, uno degli shojo manga più iconici dei primi anni Duemila. L’opera di Hiro Fujiwara è tra i titoli imperdibili per chi ama le storie d’amore ad ambientazione scolastica. Pur presentando tanti trope narrativi caratteristici di questo genere, Maid Sama riesce a farsi spazio nel cuore delle lettrici con la stessa energia e tenacia mostrate costantemente dalla sua protagonista.

Molte persone conoscono – e s’innamorano di – questa storia grazie all’anime visto che il manga non viene ristampato da anni e si trova solo usato. Io stessa ho scoperto questo titolo attraverso la versione animata e ci sono voluti un po’ di anni prima che mi decidessi a leggere i 18 volumi un tempo pubblicati da Planet Manga. È stata una lettura coinvolgente ed emozionante, proprio come fu la visione di quei 26 episodi tanto tempo fa. A mio avviso, ci sono delle imperfezioni e degli elementi narrativi che potevano essere chiusi in maniera migliore… ma questo non cancella il fatto che Misaki e Usui siano stati un’ottima compagnia in questi caldi pomeriggi estivi.

Il cuore di Maid Sama: i suoi personaggi

La storia di Maid Sama si fa indubbiamente forza sui due protagonisti, Misaki e Usui. D’altra parte, nei manga solitamente si dà più peso ai personaggi che non alla storia in sé ed è proprio questo a renderli tanto piacevoli. Entrambi i character funzionano alla grande tanto fisicamente quanto a caratterialmente. Misaki, poi, è veramente molto interessante come protagonista per il suo conflitto interiore. Conflitto che potrebbe sembrare essere con il mondo maschile, ma che è in realtà anche con quella femminile.

La ragazza scissa tra il potere maschile…

Misaki è una ragazza abbandonata dal padre. Questa fuga non ha rappresentato solo un problema a livello emotivo/affettivo, ma anche pratico ed economico visto che lei, la madre e la sorella si sono ritrovate piene di debiti e hanno dovuto far fronte a una difficile situazione economica. All’odio per la figura paterna si affianca quello per i ragazzi del proprio liceo. Non potendo sostenere chissà quale spesa per la retta scolastica, Misaki si ritrova a frequentare il Seika, un istituto diventato misto da poco e in cui la popolazione maschile è lasciata libera di non seguire le regole e di dar sfogo a tutti i propri desideri senza curarsi dell’effetto che un simile comportamento potrebbe avere sulle compagne. Disgustata dalla situazione, Misaki decide di impegnarsi al massimo per essere eletta presidente del consiglio studentesco. Una volta ottenuta la carica, la ragazza riesce a ripristinare l’ordine e il buon nome della scuola addomesticando i maschi.

Misaki si dimostra una presidente autoritaria, severa e spesso intransigente. Non ottiene il consenso come leader, ma obbedienza per il terrore instillato nella scolaresca. In altre parole, Misaki incarna alla perfezione il ruolo del capo despota che indica la linea da seguire senza ascoltare il materiale umano che la circonda. Il potere di cui fa uso è quello che si basa sull’esercizio della forza e dell’autoritarismo. In altre parole, quello che risponde a un’idea stereotipata che vede l’uomo potente in grado di controllare tutto e di piegare tutti e tutte al proprio volere. Il paradosso che la protagonista stessa non sembra cogliere è che per ridimensionare i maschi, Misaki finisce lei stessa per assumerne le caratteristiche più problematiche.

… e una femminilità in cui non si riconosce

Come accade a tanti leader che governano grazie all’immagine pubblica che nel tempo hanno costruito di loro stessi, così anche Misaki ha un segreto importante che nasconde all’intera comunità scolastica. Per far fronte alle difficoltà economiche famigliari, la ragazza lavora in un Maid Cafè.

Queste realtà sono nate in Giappone all’inizio del XXI secolo e prevedono che le cameriere indossino una divisa che richiami esteticamente quella delle domestiche di età vittoriana. Le maid accolgono i clienti chiamandoli “padroni”, servono loro cibo decorando i piatti sul momento, conversano con loro e spesso propongono dei giochi da fare insieme. Essendo originari di Akihabara, i Maid Cafè sono legati alla cultura otaku e sono spesso protagonisti di eventi a tema che prevedono tanti tipi di travestimenti.

Misaki non è felicissima di lavorare in un posto in cui si richiede alle donne di essere gentili e particolarmente servizievoli nei confronti degli uomini. Non conoscendo poi la cultura otaku, le riesce difficile condividere con la direttrice e le sue colleghe l’entusiasmo per il lavoro. L’essere carina, sempre posata e affettuosa con degli sconosciuti, per di più di sesso maschile, le risulta molto complicato e innaturale. Misaki non si riconosce in questo modello di femminilità e teme che questo lavoro possa compromettere la propria immagine di presidente tutta d’un pezzo.

L’incontro con Usui

All’inizio della storia, Misaki è una ragazza che vive un profondo conflitto d’identità. Rifiuta l’immagine femminile che è costretta a incarnare per motivi economici e cerca a tutti i costi di difendere un ruolo di prestigio che, senza che lei se ne renda conto, la avvicina a quel maschile che tanto odia.

Il punto di svolta è l’incontro con Usui, il ragazzo più popolare della scuola di cui, però, si sa veramente poco.

Usui scopre il segreto di Misaki e non la giudica. Al contrario, ne apprezza l’impegno e la determinazione. Incuriosito da questa ragazza, inizia a girarle intorno e a vivere accanto a lei tante piccole e grandi situazioni del quotidiano. La presenza di Usui viene inizialmente mal sopportata da Misaki, abituata a vedersela da sola e ad avere tutto sotto il proprio controllo. Con il tempo, però, la ragazza inizia a capire il valore di un aiuto sincero e affidabile.

Usui è il primo a suggerire a Misaki di usare un approccio diverso con i compagni di scuola. È il primo a mettere in crisi quell’immagine di capo autoritario che Misaki porta avanti guardando con fierezza al suo obiettivo: creare un ambiente adatto alle proprie compagne. Per quanto lo scopo sia giusto ed encomiabile, i mezzi non sono quelli più adatti. Imporre delle decisioni dall’alto, senza condividerle, negoziarle e trovare dei compromessi, non porta né alla creazione di una realtà veramente equa, né a soluzioni a lungo termine. Misaki si rende conto che ignorando del tutto la parte maschile non renderà il Seika una scuola paritaria nell’identità, ma solo nella forma. I suoi cambiamenti, frutto di tanti sforzi e sacrifici, moriranno una volta che lei sarà andata via. Cambiare approccio è, quindi, fondamentale. Come fondamentale è costruirsi una nuova identità che diventi meno autoritaria e più leader.

Unire il maschile e il femminile

Le schermaglie quotidiane con Usui portano Misaki a mettere in dubbio la corazza che si era costruita intorno. Quall’armatura da guerriero che le imponeva di addossarsi qualsiasi tipo di responsabilità da sola, senza delegare o accompagnare le persona intorno a lei a fare altrettanto, viene piano piano abbandonata in favore della scoperta della femminilità, intesa non come stereotipo di genere, ma come archetipo simbolico in senso junghiano.

Misaki lavora sulle proprie rigidità. Diventa una persona in grado di ascoltare, di empatizzare, di mettersi in discussione e di trasformarsi. Si prende cura di chi ha intorno in maniera consapevole. Tutto questo senza tradire ciò che è né i suoi ideali, ma incarnandoli in maniera più profonda. Non perde la volontà di proteggere il prossimo (tanto da decidere di studiare legge), né la forza di trasformare il pensiero in azione. Grazie all’amore per Usui e alle tante prove che i due devono affrontare per stare insieme, Misaki riesce a integrare la parte maschile e femminile che in lei risultavano scisse. Si rende conto che non sono parti in contraddizione, ma che possono coesistere e influenzarsi a vicenda. Tra lo stereotipo maschile e quello femminile, Misaki trova la sua dimensione di autenticità di persona.

Aspettative sociali e identità personale

Dietro al conflitto tra presidente e maid ho personalmente visto il conflitto tra un’identità maschile e femminile socialmente accettate (in cui possiamo sicuramente trovare stereotipi da smontare). Ma in questo scontro si cela anche un altro tema portato avanti dalla serie: la contrapposizione tra ciò che sentiamo di dover mostrare al pubblico e ciò che siamo davvero.

Usui e Misaki si scontrano più volte sull’argomento. Il ragazzo non riesce a capire come la donna che ama ci tenga così tanto a preservare l’immagine che le persone hanno di lei. Lui è l’esatto opposto: completamente incurante dell’idea che darà di sé attraverso i suoi comportamenti. Personalmente, per quanto Usui sia un personaggio che mi piaccia, non posso fare a meno di pensare che la sua ricchezza gli conferisca anche il privilegio di disinteressarsi dell’opinione degli altri. Cosa che Misaki non può fare vista la sua condizione economica. È anche vero che nel manga sembra che le persone altolocate abbiano molta più esigenza di apparire delle persone comuni… ed è sicuramente un tema che si lega al modo in cui in Giappone sono concepite le gerarchie sociali. Tuttavia, il potere dei soldi è ammaliante per un motivo preciso. Una volta fatta questa precisazione, devo ammettere che le provocazioni di Usui rispetto a questo argomento hanno motivo di esistere soprattutto visto che Misaki dovrebbe riconoscere con orgoglio l’impegno che mette nel suo lavoro di maid, piuttosto che vergognarsene.

Al di là della storia, trovo che il tema lanciato dall’autrice sia più che mai attuale e di grande interesse: quanto di ciò che siamo è autentico e quanto dipende da ciò che ci hanno insegnato essere accetabile e rispettabile?

Una storia divisa in due parti

Maid Sama non nasce solo per essere una storia di crescita personale. Vuole essere soprattutto il racconto di una storia d’amore.

Per me il fumetto si divide sostanzialmente in due parti: nella prima vediamo nascere e consolidarsi il legame tra i due protagonisti mentre si barcamenano nelle situazioni tipiche della vita scolastica. Tra scherzi, avventure rocambolesche e confronti a cuore aperto, Misaki e Usui diventono consapevoli dei sentimenti che nutrono l’uno nei confronti dell’altra tanto da arrivare a manifestarseli e comunicarseli. In tutta questa prima parte, la tensione romantica tra i due protagonisti è l’elemento di maggior attrattiva nella lettura, seguito dall’ilarità scatenata da alcune scene.

Da quel momento in poi, la storia cambia. Si lascia molto più spazio a Usui e alla sua complicata situazione famigliare. Il ragazzo per anni ha evitato le sue origini ed è fuggito dal suo vero nome. Si renderà conto che la libertà non viene dallo scappare, ma dal conoscere profondamente la propria identità e storia. Tutto questo non gli impedisce di costruire il proprio rapporto con Misaki che non viene mai messo in discussione.

La storia d’amore tra i due protagonisti è sicuramente emozionante e tenera. Ci sono dei momenti (soprattutto nella prima parte) in cui la gelosia e la possessività di Usui non sono problematizzate dalla narrazione e creano uno sbilanciamento nella coppia. Pensiamo alla scena del succhiotto sulla schiena o alla rivendicazione di Misaki come propria maid. C’è da dire, però, che nella seconda parte ho molto apprezzato la rappresentazione dei due come individui, oltre che come coppia. Usui e Misaki compiono le scelte sul proprio futuro in maniera indipendente l’uno dall’altra. Non si lasciano influenzare dalle scelte della persona che hanno accanto per paura di perdere il rapporto. Quest’ultimo sopravvive anche a chilometri di distanza mentre i due ragazzi cercano la propria dimensione come persone e come professionisti.

È molto bello vedere i due personaggi sostenersi a vicenda nei momenti di difficoltà. È un sostegno sincero, mai invadente e pieno di fiducia verso l’altrə.

Peccato per quelle dinamiche non risolte…

Se ai protagonisti e alla loro relazione è dato molto spazio, ci sono altri legami che vengono trattati in maniera meno approfondita e costituiscono, a mio parere, una pecca in un’opera che altrimenti avrebbe potuto essere veramente ottima.

In particolare, sono rimasta delusa dal mancato confronto tra Misaki e suo padre e tra Usui e suo fratello a proposito della loro madre. È vero che qualcosa vediamo, soprattutto per i primi due. Però un approfondimento non ci sarebbe stato male.

Più severo è il mio giudizio sulla rappresentazione di Aoi Hyoudou e del suo desiderio di vestirsi da donna. Continuamente osteggiato dalla famiglia, ad Aoi viene continuamente ripetuto di dedicarsi a passatempi maschili e di rinunciare alla sua passione per la moda femminile. Non serve neanche che mi metta a spiegare perché non vorrei mai vedere simili presentazioni di questioni che sono talmente delicate e complesse da non poter essere oggetto di siparietti comici né tanto meno trattate come semplici ribellioni adolescenziali.

Disegni che migliorano nel tempo

Il manga risulta diviso in due anche per quanto riguarda la qualità dei disegni. Le fisionomie e la ricchezza delle tavole migliorano nettamente dal decimo volume in poi. Fujiwara crea tante storie secondarie ed è brava ad alternare lo stile comico a quello più romantico. Alcune tavole sono impressionanti nel modo in cui mettono al centro l’emotività dei personaggi restituendo l’atmosfera tenera e dolce tipica delle storie d’amore.

Uno shojo di ambientazione scolastica imperdibile

Maid Sama è una lettura obbligata per chiunque voglia leggere una storia d’amore ambientata a scuola. È una storia che invecchia bene, non c’è che dire e che, nonostante possa apparire piena di stereotipi, può offrire un ottimo spunto iniziale per parlare d’identità e di rapporti tra maschile e femminile.

Federica Crisci

P.s.: Ringrazio Francesca e Mirko per aver preparato la brioche con il gelato dell’immagine in copertina!

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6 Agosto 2026 | Federica Crisci

Perché i manga piacciono a chi è giovane (e non solo)

Sì, ma perché proprio i manga a scuola e non altri tipi di fumetti?

È la domanda che, qualche giorno fa, mi ha fatto Paolo. Paolo è il mio ex tutor dell’anno di prova, amico, collega e tra i promotori del gruppo Insegnanti si Diventa. Da accanito lettore di One Piece, si è sempre mostrato interessato all’idea di portare i manga nella didattica e ci capita di condividere titoli e proposte. Il giorno della domanda di cui sopra ci eravamo vistə per una colazione così da poter discutere di quanto sostenuto nel primo articolo della rubrica Manga all’appello, ovvero la necessità di aprire le porte scolastiche ai fumetti giapponesi.

Perché proprio i manga, quindi?

La risposta che mi è venuta spontanea è, lo ammetto, abbastanza banale: “Perché lə ragazzə leggono manga, non altri tipi di fumetti”. Ripeto, è banale e non risolve la questione. Però, sposta il focus su un altro interrogativo che merita di essere esaminato: perché i manga piacciono così tanto agli/lle/llə adolescenti?

Credo che così si capisca anche meglio quello che Paolo intendeva con la sua domanda. Mi stava chiedendo se esistono nel manga delle caratteristiche stilistiche o tematiche specifiche in grado di parlare allə ragazzə in maniera più diretta rispetto ai fumetti occidentali.

Quando si entra nell’ambito dei gusti, non è mai possibile dare delle definizioni assolute. L’impatto comunicativo di un’opera non si può valutare solo e unicamente in maniera oggettiva, né tramite un unico fattore. Inoltre, ci tengo a sottolineare che nello scegliere il manga per la didattica non è mia intenzione sminuire il fumetto nostrano né creare delle classifiche di valore tra quest’ultimo e il parente nipponico (non credo neanche di averne le competenze). Parlo del portare il manga a scuola perché è questo che sta riscuotendo un grande successo di vendite tra il pubblico adolescenziale. Accade perché ha delle caratteristiche specifiche che lo rendono particolarmente affascinante? Sì. Anche.

Proverò a illustrarvi i motivi per cui il manga piace tanto, senza avere la pretesa di essere esaustiva.

Storie e disegni per target

I fattori che rendono il manga così appetibile riguardano tanto il suo contenuto quanto lo stile di disegno. In entrambi i casi, parliamo di peculiarità specifiche del fumetto giapponese legate anche al contesto in cui nascono questi prodotti. Non dobbiamo dimenticare che il manga (differentemente dal gekiga) nasce come forma d’intrattenimento su rivista. Nel momento in cui prende in mano la matita – o la penna digitale, più probabilmente – ogni mangaka conosce il genere e l’età anagrafica del suo pubblico. Non è capacità divinatoria, ma il modo in cui funziona il mercato editoriale giapponese, costruito intorno a uno specifico target (come qualsiasi tipo di prodotto commerciale).

Le case editrici principali – Shueisha, Kodansha e Shogakukan – possiedono ciascuna diverse riviste. A distinguerle non sono i generi delle storie che si trovano all’interno, come ci aspetteremmo noi occidentali, ma le persone a cui sono destinate. Le riviste shonen sono pensate per un pubblico di adolescenti maschi, quelle shojo per le adolescenti femmine. Ci sono poi i kodomo, per i più piccoli, quelle seinen per gli uomini adulti e le josei per le donne adulte. Queste sono le categorie editoriali “classiche”, ma è doveroso ricordare che in Giappone si dà molto più peso al titolo della rivista che non al target. Accade, infatti, che ognuna di esse sia abbastanza riconoscibile per le tematiche trattate dalle storie.

Il target non ha nulla di prescrittivo (niente può impedire a un ragazzo di leggere un manga shojo, anzi), ma ci permette di capire una cosa importante: in Giappone c’è un’intera fetta del mercato editoriale che si occupa di produrre storie per il mondo dellə adolescenti. Lo fa in maniera sistematica realizzando un gran numero di tirature, decisamente superiori rispetto a quanto non facciano le case editrici occidentali per prodotti destinati alla stessa fascia d’età.

Cosa vogliono leggere lə adolescenti

All’interno di ciascuna rivista si possono trovare manga molto diversi tra loro per genere e ambientazione. Tale varietà è rafforzata dalla tendenza di molti mangaka a intrecciare culture, periodi storici, mitologie con grandissima creatività e senza mai preoccuparsi di apparire filologicamente credibili.

Una simile versatilità permette a qualsiasi adolescente di trovare la storia adatta a ləi. Una volta catturatə da alcuni da trope narrativi, generi o ambientazioni, potrà andare alla ricerca di un prodotto simile senza troppi sforzi e continuare a leggere. Attraverso l’ibridazione dei generi, poi, è possibile che incontri una storia leggermente diversa e sia incuriositə dalla novità tanto da voler provare altro. Il tutto in un formato facilmente accessibile (le riviste sono molto economiche) e adatto ai ritmi di vita giapponesi (che prevedono lunghi spostamenti sui mezzi o degli intervalli ricreativi).

Pur appartenendo a generi diversi, le storie destinate allə adolescenti hanno tutte degli elementi in comune: protagonisti positivi dai forti ideali e propositi, personaggi di contorno con cui si creano legami importanti, sfide continue a difficoltà crescenti. Tutto questo nel manga viene raccontato attraverso momenti ad alta tensione emotiva. Che sia l’apice di una battaglia, il dialogo tra due che si piacciono ma non lo sanno, la partita di classificazione ai tornei nazionali poco importa: chi legge proverà delle emozioni fortissime, come se stesse vivendo quelle sensazioni in prima persona.

Questa drammaticità espressa dai manga è stata tra i primi motivi di denigrazione da parte del pubblico occidentale. Il vedere delle reazioni così emotivamente cariche o situazioni descritte in maniera molto enfatizzata è sempre sembrato eccessivo e spropositato. Non lo è per bambinə e adolescenti. Come scrive Mara Famularo in Destinazione manga:

La dimensione epica e drammatica di queste storie [quelle dei manga e degli anime n.d.r.], in pratica, rispecchiava la serietà con cui, pur con ingenuità e innocenza, bambini e bambine da sempre costruiscono i loro giochi e si rapportano al mondo.

Lə adolescenti vanno incontro a un periodo di grandi cambiamenti fisiologici ed emotivi. Di conseguenza, bramano vedere la rappresentazione di questi conflitti. Di loro stessə. Non vogliono storie con un fine pedagogico o moralistico. Non sono neanche interessatə ad una rappresentazione semplicistica della realtà. Cercano personaggi con idee condivisibili che riescano a vincere ogni ostacolo, per quanto difficile possa essere.

Al centro i personaggi

In un manga non è raro che un combattimento duri più di 5 capitoli anche se a livello temporale sono passati pochi minuti. Questa dilatazione del tempo è una tecnica abbastanza comune in letteratura per dare rilevanza a un singolo momento. Ma nel manga viene sfruttata cono uno scopo preciso: ci si prende del tempo per far spazio ai pensieri e alle emozioni del personaggio. Lo scontro/il momento cruciale ci viene raccontato attraverso il punto di vista del/lla/llə protagonista in maniera puntuale e approfondita. L’immedesimazione e l’empatia con il personaggio sono ricercate in continuazione dai/lle/llə mangaka.

I manga vivono dei loro protagonisti. Soprattutto le narrazioni molto lunghe, tendono a focalizzarsi molto di più sui personaggi e la loro crescita interiore che non sulle storie. E questo piace allə adolescenti perché in quei personaggi possono rivedersi. Trovare una forma narrativa che dia così tanto peso alla persona che agisce, ai suoi pensieri, ai suoi conflitti, alle sue emozioni significa trovare spazio anche per i propri.

I manga sono troppo violenti?

Leggendo molti manga capiterà sicuramente di assistere alla morte di uno dei personaggi principali. Probabilmente, non sarà neanche una morte particolarmente serena o indolore. Al contrario, sarà cruenta, sanguinosa e lascerà chi legge in preda alla disperazione. Di spargimenti di sangue se ne trovano molti nei manga. Un po’ con la stessa frequenza con cui incontriamo orfani, o ragazzə maltrattati dai genitori o da chi hanno intorno.

Date queste premesse, è abbastanza semplice individuare qual è stata – e qual è – una delle critiche mosse agli anime e ai manga al momento del loro arrivo in Italia, al di là dell’eccessiva drammaticità. Ci si è chiesti se la violenza delle storie potesse essere adatta allə adolescenti e se essa avrebbe potuto causare lo sviluppo di atteggiamenti aggressivi.

Iniziamo con il dire che la violenza non nasce dalla visione o dalla lettura di un contenuto violento. Sarebbe un po’ troppo semplice. La violenza in un individuo scaturisce dalla combinazione di diversi fattori protratti nel tempo, non di certo dai soli fumetti giapponesi o dalle loro trasposizioni animate. Inoltre, il manga non è il solo prodotto in società che mostra la violenza agli/lle/llə adolescenti. Sicuramente, la brutalità di alcune scene nel manga colpisce in maniera visivamente eclatante l’occhio per come è impostato il disegno (ci arriviamo tra poco), ma così accade anche in alcune sequenze di film o di serie tv.

C’è una ragione dietro alla crudeltà che vediamo dipinta nei manga e non è certo quella di creare una futura generazione particolarmente aggressiva. L’obiettivo è piuttosto quello di mostrare al giovane pubblico l’esistenza del dolore e della morte come parte della vita. Piuttosto che edulcorare le difficoltà o renderle inesistenti, i fumetti giapponesi le mostrano in maniera palese. Un po’ come facevano una volta le fiabe. Anche in Occidente le storie per bambini non erano prive di elementi alquanto macabri e disturbanti. Non erano lì per incentivare alla violenza, erano lì come strumento di formazione.

Non serve a nulla nascondere ciò che esiste nel mondo e con il quale chiunque deve prima o poi confrontarsi, per quanto brutto e doloroso. Piuttosto, sarà utile mostrarlo insieme a degli elementi consolatori. Il manga per adolescenti fa esattamente questo. Mostra la crudeltà dell’esistenza assicurandoci comunque il lieto fine. Può essere brutale, amaro, può comportare delle perdite molto difficili da digerire, ma si ricompensa chi legge della sofferenza provata nel corso della narrazione. Proprio come facevano le nostre vecchie fiabe.

Disegni emotivi

Capita spesso che i fumetti occidentali abbiano una persona che scrive la storia e un’altra che la disegna. In altre parole, professionisti specializzati o nel campo della narrazione o in quello del disegno. Ciò succede per il legame che la nostra cultura ha con il mondo della narrazione e i suoi schemi, ampliamente analizzati e discussi.

Nel mondo dei manga, invece, è molto raro che il lavoro venga suddiviso. Solitamente, chi disegna è anche chi crea la storia. Non c’è una settorializzazione marcata. Obiettivo dellə mangaka è creare una narrazione coinvolgente. Ci si può riuscire senza una buona storia? Be’… in realtà sì. È possibile che chi legge si senta coinvoltə anche solo empatizzando con il personaggio. Oppure guardando le tavole realizzate. Perché queste sono costruite in modo tale da provocare il massimo coinvolgimento in chi le guarda.

Uno stile nato per emozionare

La tavola di un manga si riconosce grazie a delle caratteristiche specifiche.

La gabbia libera, le vignette con grandezze e forme diverse, lo stile kawaii usato per dare leggerezza alla storia, l’uso dei retini per creare atmosfere specifiche, le onomatopee e le icone presenti in ogni dove sono tutti elementi propri del fumetto nipponico che, nel tempo, hanno finito per essere immagazzinati e reinterpretati nel fumetto nostrano.

Tutti questi tratti stilistici hanno uno scopo: creare una tavola che comunichi un’emozione. Può essere quella del/lla/llə protagonista o quella che dovrebbe derivare dallo sviluppo della storia.

La drammaticità di alcuni momenti non è solo sentita grazie all’empatia provata per un personaggio. Ma è anche incarnata dal disegno. Alcune composizioni fanno provare orrore, felicità, tristezza, amore solo guardandole, senza bisogno di leggere nulla. Il fumetto occidentale si affida molto di più al colore, alle parole o alla storia stessa per fare altrettanto. Eppure il manga risulta più immediato e più coinvolgente.

La facilità di identificazione con i personaggi manga

C’è un altro aspetto che favorisce l’identificazione di chi legge nei personaggi del manga: lo stile di disegno.

Sicuramente, da occidentali, vi sarà capitato di guardare un manga e di pensare “Ma non si ritraggono con gli occhi a mandorla?”. L’ho pensato anche io tantissimi anni fa, trovandomi tra le mani le primissime storie. Mi stupiva che non ci fosse un accenno alla caratteristica etniche più marcate e ho pensato che lə mangaka preferissero emulare l’aspetto nostrano. Inutile dire che non avevo capito nulla e sono stata colta da puro egocentrismo caucasico.

In realtà, lo stile di disegno del manga, pur essendo diverso e specifico per ogni mangaka, è uno stile che verte molto di più verso l’iconico che non verso il realistico. È molto vicino al cartoon che, secondo la definizione di Scott McCloud in Capire, fare e reinventare il fumetto, è un disegno iconico che “amplifica attraverso la semplificazione”. In altre parole, un personaggio cartoonesco sarà disegnato solo mediante le linee essenziali, non in maniera particolareggiata come se fosse un ritratto. Questa semplificazione della rappresentazione consente a chi guarda di focalizzarsi su determinati dettagli. Gli occhi sono i protagonisti assoluti del manga giapponese. Lo sono soprattutto negli shojo, ma anche negli shonen hanno la loro rilevanza. I corpi stessi possono essere tanto connotati secondo il genere, quanto asciutti e longilinei per tuttə. Tutto dipende dal tipo di personaggio che si vuole raccontare. E dall’emozione (o dal ruolo) che porta con sé.

McCloud ci ricorda che il cartoon ha anche un altro grande privilegio: favorisce l’immedesimazione in chi lo guarda. Questo perché ha le stesse fattezze dell’immagine mentale che ognunə di noi ha di sé.

Abbiamo un’idea di come è fatto il nostro volto. Conosciamo il colore degli occhi, la forma del naso, la curva delle labbra… ma l’immagine mentale che ne abbiamo è tutt’altro che vivida. Nella nostra mente, raffiguriamo noi stessə solo in maniera abbozzata, proprio come se fossimo un cartoon. Di conseguenza, quando guardiamo un cartoon, l’immedesimazione ci riesce molto più spontanea rispetto a quando il disegno è realistico.

Il manga con i suoi stilemi grafici ci aiuta a rivederci nei personaggi. In maniera del tutto spontanea e quasi inconscia.

Parola a Jean-Marie Bouissou

Una prospettiva interessante sul perché il manga piaccia è offerta da Jean-Marie Bouissou, autore di Il Manga. Storia e universo del fumetto giapponese, uno dei saggi occidentali più significativi sul fumetto giapponese. Secondo lo studioso francese, il manga si legge perché provoca piacere. E se risulta così soddisfacente è perché risponde a dei bisogni psicologici. Questi bisogni hanno a che fare con:

  • potenza: la capacità di vincere le difficoltà che ci si presentano davanti;
  • sicurezza: voglia di riprodurre le situazioni in cui ci siamo sentitə al sicuro e bene;
  • realizzazione: vivere un successo (anche non direttamente nostro);
  • distinzione: sentirsi diversə da chi ci circonda, unico;
  • eccitazione: provare emozioni molto forti in scene d’azione, romantiche o drammatiche;
  • evasione: allontanarsi da una quotidianità monotona o stressante.

In effetti, pensando a qualsiasi storia shonen o shojo, è facile ritrovare questi elementi nella lettura. Alcune trame si focalizzano più su alcuni aspetti, ma in un modo o nell’altro tutti fanno capolino.

La parola allə adolescenti

Quando ho iniziato il corso pomeridiano Manga a Merenda nella scuola secondaria di I grado in cui insegno – un corso interamente dedicato all’analisi del manga -, ho chiesto allə partecipanti di scrivere perché amassero così tanto i manga. Le risposte le ho riportate in questa slide (proiettata durante un mio intervento su come inserire i manga a scuola):

Alcune di queste risposte avvalorano le tesi fin qui espresse. Si parla di riconoscimento e d’immedesimazione (“Quelle situazioni parlano di me”, “Riflettono ciò che sono e quello che sento”), ma anche di elemento esotico e di relazione, altri due elementi che trovo fondamentali per spiegare perché i manga piacciano tanto.

Leggere manga per noi è un gesto esotico. Viene rappresentata una realtà che non è la nostra. Salvo rare eccezioni (manga ambientati in Europa che recuperano parte delle nostre tradizioni o della nostra storia pur con delle licenze importanti), vediamo tante cose che non fanno parte della quotidianità che vediamo. Per l’immaginazione tutto questo è molto intrigante. Leggere manga ci permette di perderci in un mondo altro, lontano. Magari lo sentiamo molto più bello o stimolante… proprio perché lontano. Per lə adolescenti che spesso nutrono desideri di fuga dalla routine, il Giappone dei manga può rappresentare proprio questo.

C’è poi la questione dell’appartenere a un gruppo con il quale si possono condividere passioni e interessi. L’amore per i manga è un terreno d’incontro. È bello potersi scambiare consigli di lettura, condividere teorie sullo sviluppo di una storia, amare/odiare insieme un personaggio. È una condivisione preziosa e significativa che può avvenire tanto tra adolescenti quanto tra persone di generazioni diverse. A questo proposito, ci tengo a sottolineare che quanto detto fino ad adesso credo sia valido anche per tante persone adulte che continuano a leggere manga o a guardare anime, anche quelli pensati appositamente per loro. Lo dico perché lo sperimento quotidianamente. Ed è uno dei motivi per cui adoro questa forma di narrazione.

Federica Crisci

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3 Agosto 2026 | Federica Crisci

L’Odissea che abbiamo creato noi

Questo articolo non vuole essere né una recensione né un’analisi del film Odissea di Christopher Nolan.

Non scrivo per commentare la qualità visiva delle immagini (alcune veramente impressionanti), il ritmo narrativo (ottimo salvo alcune lungaggini nei combattimenti che avrei evitato per dare più spazio ad altro, tipo il dialogo tra Circe e Ulisse), le interpretazioni (ottime, misurate, credibili), l’uso della colonna sonora (intelligente e coinvolgente). Non sento il bisogno di dirvi che è un film che vale la pena di guardare al cinema. Lo è e penso che a più di due settimane dall’uscita lo sappiate benissimo.

Non sono neanche qui per scrivere un elenco delle differenze tra l’opera di Omero (usiamo questo nome per convenzione) e la pellicola cinematografica. Non penso che sia costruttivo. Mi limito solo a dire che trovo poco utile indignarsi per l’assenza di alcuni passaggi, per le novità tematiche portate dal regista e per le inesattezze storiche. Poesia epica e cinema sono forme d’arte diverse, appartenenti a contesti storici e culturali diversi. Non si può chiedere loro di parlare la stessa lingua. Sarebbe una forzatura. Aggiungo che riportare l’Odissea alla contemporaneità ha perfettamente senso visto che il pubblico del 2026 non è quello di quasi 3000 anni fa. Il mondo che guarda oggi l’Odissea non è quello di quasi 3000 anni fa, sebbene una parte di esso (l’Europa occidentale e gli Stati Uniti) ne sia il discendente diretto.

Non ho qui intenzione di riportare curiosità, spiegazioni, teorie, confronti con precedenti trasposizioni. Non ho neanche intenzione di parlare di manga o anime simili all’Odissea (nonostante il sito lo potrebbe suggerire).

Quello che vorrei fare è provare a raccontare l’emozione provata nel momento in cui ho capito che l’Odissea di Nolan parlava di me. Non di esperienze personali in cui mi riconosco, ma della cultura che mi ha formata e inevitabilmente strutturata a livello cognitivo. Non perché io abbia studiato letteratura o perché mi capita di insegnare il mito di Ulisse. Ma perché i valori del mondo greco antico – che i poemi omerici decantano e rappresentano – si sono imposti in quella che definiamo società occidentale e, evolvendosi in accordo con il processo storico, hanno contribuito a determinare lo status economico, sociale e culturale dentro il quale ci formiamo e viviamo oggi.

La cultura come definizione d’identità

Ciò che ho amato profondamente dell’Odissea di Nolan è lo sguardo comprensivo ma onesto che riserva alla nostra cultura. Uno sguardo che mi sento di condividere e che rappresenta in pieno come mi sento all’idea di appartenere a questa parte di mondo. Quella dell’Unione europea e statunitense. Quella che si racconta da tanto tempo come la “parte giusta” e “illuminata” della Terra.

Ci sono degli aspetti culturali e sociali di questa parte di mondo che sono senza dubbio ammirevoli. Ci sono valori che hanno a che fare con la libertà e i diritti della persona che non solo sposo in pieno, ma faccio anche fatica a capire come possano non essere condivisibili. So che ciò che sono io, al di là del carattere e delle esperienze strettamente personali, è inevitabilmente legato al Paese e al contesto economico in cui sono cresciuta. L’essere una donna, bianca, cis, italiana, classe ’91 influenza inevitabilmente il modo in cui io guardo il mondo e influenza il modo in cui il mondo guarda me. Non posso neanche dire di essere particolarmente in contrasto con questa parte della mia identità… eppure so che dei lati oscuri ci sono. Li percepisco, occasionalmente li studio e cerco di farci i conti tutti i giorni. Mi rendo conto che per molti non è così. Al contrario, l’appartenenza a questa cultura è spesso considerata come motivo legittimo per sentirsi superiori ad altri popoli.

Nolan ribalta questa prospettiva e ci espone alla verità di ciò che siamo. Prende uno dei simboli più significativi della nostra cultura – un eroe, maschio, bianco, ricco, intelligente, avventuroso, di successo con le donne, in grado di piegare ogni ostacolo al suo volere – e lo trasforma in una persona persa. Una persona che sa di essere andato oltre e di aver fatto qualcosa di imperdonabile. Non agli occhi del mondo, ma ai suoi. L’Ulisse di Nolan è un reietto che scappa da sé stesso. Che mangia avidamente il loto pur di dimenticare quanto ha vissuto. Che raccoglie i resti della sua imbarcazione per anni senza sapere che cosa farci e, alla fine, non può costruirci altro che una misera zattera.

Perdersi inseguendo il mito del potere

Come ha potuto Ulisse, l’eroe dal multiforme ingegno, perdersi al punto tale da scegliere l’esilio piuttosto che il ritorno a casa?

La risposta sta tutta nella concezione che la nostra società dà al potere, politico ed economico. Potere che nel film di Nolan ha le sembianze di Agamennone. Una figura imponente che emana un’aura di forza e di prestigio dalla quale è difficile non rimanere impressionatə. Una figura di cui non si riesce mai a scorgere il volto, né lo sguardo. Di cui non sentiamo la voce che impartisce ordini. Che nell’arco di tutto il film vediamo solo e unicamente camminare. E raccogliere la gloria che qualcun altro ha conquistato per lui.

Agamennone è un uomo ambizioso. Sfrutta la fuga della cognata Elena come pretesto per dichiarare guerra a Troia e ottenere il controllo del commercio sul mar Egeo. Non è un piano che all’occhio di chi guarda il film oggi sembra strano o incomprensibile. Al contrario.

La nostra cultura ci espone costantemente al fascino del potere, della ricchezza, dell’influenza. Piuttosto che pensare a diventare cittadinə onestə e apertə al dialogo con le altre persone, siamo costantemente richiamati alla ricerca di un obiettivo individuale da coltivare ostinatamente. Soprattutto se prevede la possibilità di “fare successo”. Agamennone ci appare così bello sullo schermo perché ci hanno insegnato sin da piccolə a fare di tutto per ottenere quel tipo di aura.

Un aura che non è nient’altro che fumo negli occhi e che nasconde un uomo pronto a passare sopra tutto e tuttə pur di arrivare all’obiettivo. Agamennone non si cura dei nemici, ma neanche dei soldati del suo esercito. Le ritiene morti dovute a una causa più grande: la sua affermazione come uomo di potere. Pur di ottenerlo, il re di Micene sacrifica la sua stessa figlia. Perché non esistono legami in un mondo costruito per l’esaltazione di un individuo.

Tanta fatica per arrivare… dove? Nell’Ade. Dove sono tuttə. Qui finalmente riusciamo a vedere Agamennone in volto, ma non troviamo nulla di quella maestosità che ci saremmo immaginatə. Al contrario, quel grande generale è sporco di fango, come tuttə. Come tuttə non può fare altro che stare lì a guardare quello che succede nel mondo dei vivi. Il potere che ha conquistato non è valso a nulla. Ulisse lo vede. Noi lo vediamo. Va solo capito e accettato. Ma forse non siamo prontə a farlo.

Qual è l’obiettivo?

Ulisse segue Agamennone. Per obbedienza, per volontà personale, per giustificazioni sempre diverse e sempre valide. Perché il potere è affascinante e si ha voglia di seguirlo ed emularlo.

Ulisse combatte per dieci anni sotto le mura di Troia. Poi ha un’idea: l’inganno del cavallo. È geniale. La sua intelligenza si impone sulla maestosità di Agamennone. L’ingegnosità è un’altra dote molto amata dalla nostra cultura. Prima ancora che la forza, la nostra parte di mondo ci cresce nell’ottica del talento. Più il talento riguarda l’intelletto, più è considerato.

L’intelligenza dell’essere umano è motivo di grande vanto per noi. È ciò che ci fa ritenere superiori rispetto alle altre specie. È la ragione per cui c’è chi si sente in dovere di prendere un cane anziano e di adagiarlo sugli escrementi piuttosto che tenerlo in casa. È il motivo per il quale ci siamo arrogati il diritto di distruggere ecosistemi e causare una delle crisi climatiche più gravi nella storia del Pianeta. Possiamo farlo perché siamo esseri intelligenti. E più lo siamo, più siamo in diritto di decidere cosa fare della nostra vita… e di quella degli altri.

Ma essere intelligente comporta delle responsabilità. Perché se hai le capacità di creare qualcosa di nuovo, di vedere quello che altrə non vedono, di immaginare un mondo inimmaginabile, hai delle responsabilità verso la comunità che subirà le conseguenze di queste trasformazioni.

Ulisse escogita un modo per permettere agli Achei di conquistare Troia. È quello che è stato chiamato a fare. È il suo compito. Il suo obiettivo. E anche motivo di vanto personale. Non lascia nulla al caso. Non avverte neanche Sinone dello stratagemma. Quello che tuttə noi abbiamo sempre visto come una grande idea è, in realtà, un grande gioco strategico che prevede manipolazione e distruzione.

Sebbene la caduta di Troia ci venga finalmente raccontata come un massacro e non come un atto glorioso, quello che vediamo sullo schermo è anche poco. Nei poemi epici si parla di donne stuprate, di neonati gettati dalle mura della città, di uomini uccisi senza battere ciglio. Cose che succedono in guerra. Cose che succedono ancora in guerra. Cose che vengono raccontate come un male necessario per un bene superiore. Ma è davvero necessario? L’Ulisse di Nolan, dopo aver assistito a quel massacro, non ne è poi così sicuro.

Qual è il suo prezzo?

Ulisse si è impegnato per cercare di conquistare Troia allo stesso modo in cui ognuno di noi ha imparato a impegnarsi per raggiungere un obiettivo.

Non esisteva il capitalismo al tempo della composizione dell’Odissea. Eppure i geni di questa forma si trovano già nell’idea che il potere è definito dalla ricchezza economica e dalla forza di acquisire più di quello con cui si è nati. Oggi viviamo nel mito del sogno americano. Quello che ci dice che se vogliamo, possiamo. Che possiamo sacrificare tutto ciò che abbiamo in nome del nostro bene più grande. Come se non dovessimo fare i conti con la condizione economica e sociale di partenza, con il posto in cui viviamo, con le relazioni che intrecciamo, con il caso. Sarebbe molto più facile arrendersi all’evidenza che non possiamo controllare tutto. Ci toglierebbe di dosso il senso di colpa e di inferiorità per non “essere arrivati”. Però significherebbe anche rinunciare all’idea che siamo in pieno controllo della nostra vita. All’idea che possiamo affermare sempre e comunque la nostra volontà. Che siamo delle divinità in terra. Perché ci insegnano ad agire come se fossimo onnipotenti.

Ulisse pensa di poter sovvertire le leggi dell’ospitalità, la volontà divina. Decide lui le sorti di una guerra su cui Zeus stesso non si era mai pronunciato. E perde tutto. Perde la voglia di tornare a casa. Perde i suoi uomini. Perde la sua identità di re, di marito, di padre, di uomo. Come succede a tuttə noi quando non riusciamo in qualcosa. Il prezzo da pagare per aver cercato di andare oltre qualsiasi tipo di limite, è la propria casa. Il luogo di rifugio. Il proprio posto nel mondo.

Per ritornare, Ulisse dovrà necessariamente affidarsi alle acque, cedere il controllo al destino. Naufragare in acqua per poi rinascere più consapevole. Deve lasciar andare. Come dovremmo imparare a fare anche noi. Come dovrebbero insegnarci a fare sin da quando siamo piccolə.

Dopo tutto cià che ha commesso, Ulisse non può fare altro che accettare la sua condizione di esule e, una volta assicurato il trono a suo figlio, diventarlo di fatto.

Chi decide chi è meritevole di salvezza?

Ulisse cerca disperatamente di riportare a casa i suoi compagni. Avendo distrutto le vite di migliaia di persone, cerca almeno di salvare quelle a lui più vicino. Ma non riesce.

Per anni abbiamo vissuto l’Odissea come il racconto di un eroe da solo. Un uomo che riesce a salvarsi perché più assennato e moderato di altri. E, in effetti, possiamo dire che la nostra società non racconta né premia la comunità. Si focalizza sugli individui di successo ponendoli come modelli da imitare. Nascondendo le ombre oppure esaltandole, ignorando quei valori basati sulla bontà e sull’altruismo (che spesso e volentieri vengono associati all’essere codardi, fessi, incapaci).

Eppure i compagni di Ulisse del film non sembrano essere peggiori rispetto a lui. Sono sicuramente diversi (anche perché diversi sono i contesti sociali di appartenenza), ma non sono più cattivi o più feroci. Commettono degli sbagli proprio come il loro comandante. Loro non si salvano. Ulisse sì. È un caso o è voluto? Ovviamente, nella narrazione è voluto. Ulisse è l’eroe. Ulisse è il migliore. E noi abbiamo imparato che dobbiamo essere i migliori, che non possiamo sbagliare. Mai. Altrimenti non possiamo salvarci. Possiamo solo aspettare il momento della nostra tragica uscita di scena.

Ma cosa significa essere i migliori? Siamo tutti esseri umani.

Siamo tutti inclini a lasciarci andare alla violenza quando sentiamo di aver subito un torto. O quando stiamo soffrendo per qualcosa. Siamo inclinə a sacrificare la vita di altrə per salvarci noi. Siamo inclinə ad arrogarci la responsabilità e la colpa perché questo è ciò che ci fa sentire veramente in controllo. Perché questo è il mondo nel quale siamo educatə.

Non esiste l’essere umano migliore di altrə. Esiste l’essere umano dispostə a mettersi in discussione non solo come persona, ma come individuo membro di una comunità. Come abitante di questo Pianeta. Serve una persona disposta a lavorare su sé stessa, sulle proprie emozioni. Sulla propria sensibilità. Serve una persona che impari a riparare senza pretendere di non sbagliare. Perché umanamente non è fattibile. E poi, è necessario iniziare a vedere chi abbiamo intorno. Non siamo eroi solitari. Siamo persone che vivono in società. Ed esiste sicuramente un modo per non annullarsi e non annullare l’altra persona. Basta volerlo trovare.

Le divinità umane

La religione raccontata nell’Odissea di Nolan è frutto del mondo contemporaneo.

Trattandosi di un poema epico, all’inizio del film siamo più che inclinə ad accettare elementi del fantastico. Quindi, non mettiamo in dubbio che l’Atena che appare a Ulisse in alcuni momenti sia la dea figlia di Zeus. Accettiamo che sia così. Cosa che non avremmo mai fatto nella vita di tutti i giorni. E, infatti, il finale del film sembra suggerirci altro. Cosa abbiamo visto fino a quel momento? Una dea che prende le sembianze umane di una sua sacerdotessa? O la coscienza di Ulisse che cerca di farsi ascoltare dall’eroe?

Oggi sono tante le persone che non credono in un dio onnipotente e intangibile. Questo non significa che non si possieda una spiritualità. Che è propria, personale, complessa. Altrettanto intangibile, ma paradossalmente molto più reale e significativa. È una bussola che possiamo usare per interrogarci sulla direzione da prendere. O semplicemente per venire a patti con le scelte sbagliate che abbiamo compiuto. Anche perché non c’è castigo più grande di quello che ci infliggiamo noi quando non riusciamo a perdonarci.

Il punto di vista del racconto

Alla fine del film, mentre Ulisse si prepara per salpare verso i confini del mondo insieme a Penelope, dice che gli esseri umani hanno poca memoria. Dimenticano ciò che succede e, di conseguenza, continuano a commettere gli stessi errori. Se guardiamo alla nostra storia, non possiamo dargli torto. Men che meno se guardiamo la situazione geopolitica attuale.

Vorrei però dire una cosa: abbiamo poca memoria perché non prestiamo attenzione al modo in cui raccontiamo ciò che è successo.

L’essere umano è un animale narrativo (come lo definisce Maura Gancitano nel suo ultimo saggio). Lo è da sempre. La narrazione non è solo un hobby per chi ama scrivere/leggere libri o guardare storie, ma è un vero e proprio strumento cognitivo che il nostro cervello usa per spiegarsi ciò che lo circonda. La narrazione è parte di noi. Ed è sempre filtrata attraverso lo sguardo soggettivo dell’esperienza. È un punto di vista sul mondo. Non è ciò che il mondo è.

Il problema non sta nel non ricordare ciò che è successo. Il fatto che a scuola si parli degli eventi dell’Iliade e dell’Odissea (come di tante altre cose) è la prova che non siamo una società costruita sulla cancellazione del ricordo. Solo che quel ricordo porta con sé solo i significati voluti dalla narrazione che lo supporta. Non abbiamo bisogno di più memoria. Abbiamo bisogno di più punti di vista sulle cose. Di complessità. Di andare oltre (in questi casi sì) quello che ascoltiamo, che immaginiamo per avere una visione più completa possibile.

Nel film di Nolan vediamo spesso gli aedi in azione. Vediamo gli stessi protagonisti delle vicende raccontare cose è successo. È sempre una storia con un punto di vista. Noi abbiamo il privilegio di raccogliere tutte le loro narrazione. E di arrivare alla nostra.

Noi siamo Ulisse

L’Odissea di Nolan parla di noi. Proprio come il poema di Omero parlava del mondo in cui è stato concepito.

Ulisse e i suoi uomini sono i Popoli del Mare che ha distrutto l’età antica. Noi siamo i Popoli del Mare di questo Millennio. Con la sua consapevolezza, Ulisse non ha potuto fare altro che fuggire da esule con sua moglie. Noi, con questa consapevolezza, che cosa vogliamo fare?

Federica Crisci

Le immagini contenute in questa recensione sono riprodotte in osservanza dell’articolo 70, comma 1, Legge 22 aprile 1941 n. 633 sulla Protezione del diritto d’autore e di altri diritti connessi al suo esercizio. Si tratta, infatti, di «riassunto, […] citazione o […] riproduzione di brani o di parti di opera […]» utilizzati «per uso di critica o di discussione», nonché per mere finalità illustrative e per fini non commerciali. La presenza in Anime a Merenda non costituisce «concorrenza all’utilizzazione economica dell’opera».

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27 Luglio 2026 | Federica Crisci

The Ramparts of Ice: personaggi o persone?

The Ramparts of Ice ha dei personaggi scritti in maniera brillante.

Credo che sia uno dei grandi punti di forza del webtoon di Kōcha Agasawa (e, di riflesso, dell’anime di Studio Kai presente su Netflix). Un tratto che dona ancora più spessore e importanza a questa commedia romantica ambientata tra i banchi di scuola. I quattro protagonisti che si muovono sullo schermo – Koyuki, Minato, Yota e Miki – hanno tutti una personalità ben definita, caratterizzata da luci e ombre. Pur risultando tutti estremamente simpatici e adorabili e mostrandosi come personaggi essenzialmente positivi, ognuno di loro presenta delle ambiguità e dei comportamenti piuttosto contraddittori. Questo perché sono raccontati per rappresentare nella maniera più autentica possibile degli e delle adolescenti.

Quando si guarda The Ramparts of Ice è molto facile sentirsi coinvolti dalle vicende perché ad agire sono personaggi che riusciamo a percepire come persone. È proprio grazie a questa caratteristica che le loro interazioni possono essere prese a modello per relazionarci al meglio.

Koyuki Hikawa: una protagonista di luci e ombre

Nel secondo episodio vediamo Koyuki avere un dialogo silenzioso con il proprio riflesso. La ragazza ammette di essere stata bene in compagnia di Miki e Yota mentre il riflesso le suggerisce di mantenersi fedele al suo proposito di non lasciarsi coinvolgere dalle relazioni. Il botta e risposta termina con una considerazione:

Sono contraddittoria.

Lo è. Come lo sono tuttə le adolescenti. Come lo sono tutte le persone. Soprattutto quando si sono vissute delle situazioni molto dolorose con le quali non è stato possibile fare i conti.

Koyuki è un personaggio molto più sfaccettato di quanto non sembri inizialmente. Quando la vediamo comparire in scena per la prima volta non abbiamo idea delle sue ombre. Neanche sospettiamo che ci siano. Vediamo solo una ragazza che sta vivendo le naturali conseguenze dell’essere stata vittima di bullismo. Intuiamo subito che il distacco emotivo non è altro che un meccanismo di difesa. Immaginiamo che il suo fatal flow – la sua debolezza più grande – sia l’insicurezza dovuta alle prese in giro delle scuole medie.

Invece, non è così.

La struttura del primo episodio ce lo potrebbe far intuire. Infatti, dopo i primi minuti della puntata in cui Koyuki è mostrata sempre sola, scopriamo che condivide con Miki un’amicizia profonda e sincera. Questo rovesciamento delle aspettative continua proseguendo con la visione della serie. Attraverso i flashback, scopriamo che Koyuki non è solo vittima di bullismo… e che il suo fatal flow non ha a che fare tanto con l’insicurezza, quanto piuttosto con la difficoltà ad accettare la parte di sé più oscura.

Una bambina abbandonata

Mentre sopporta le angherie dei compagni di classe, Koyuki vive il dramma della separazione dei genitori. Il padre lascia la casa e, da quanto ci viene detto, non si fa spesso vivo con la figlia. Neanche la madre è presente più di tanto a causa del lavoro. Di conseguenza, Koyuki passa molto tempo da sola e inizia a gestire la propria vita in maniera del tutto indipendente. Questo cambiamento contribuisce a scavare una ferita emotiva profonda nella ragazza.

Quando Igarashi si dichiara, Koyuki sa bene di non provare alcun tipo di sentimento nei confronti del ragazzo. Eppure, le parole di Miki (un po’ buttate là, come spesso succede quando si è ancora inconsapevoli) e la paura di non trovare mai nessuno in grado di amarla la convincono a provarci. Quando si sta annegando, è più che normale provare ad aggrapparsi a qualsiasi cosa appaia anche lontanamente come un’ancora di salvataggio. Soprattutto se non hai mai imparato a nuotare.

Ma c’è un altro motivo che spinge Koyuki a scegliere di stare con Igarashi. Un motivo molto meno nobile che di certo non ci aspetteremmo da un’eroina classica. Koyuki, infatti, si mette con Igarashi anche per far un torto ad Atagawa, la compagna di classe con cui ha da sempre avuto un rapporto conflittuale. Atagawa è sempre stata gelosa di Koyuki e sebbene quest’ultima abbia cercato di venirle incontro e di esserci amica, Atagawa si è dimostrata piuttosto opportunista. È tra le prime a prendere di mira Koyuki e a sparlarne con le altre compagne di classe. La sofferenza per le ingiustizie subite fa nascere in Koyuki il desiderio di vendetta.

Da vittima a carnefice

È un meccanismo piuttosto istintivo e naturale. L’animale continuamente stuzzicato potrebbe arrivare ad attaccare. Il bambino che si sente sempre rimproverato potrebbe avere un atteggiamento sfidante. E così la persona vittima di comportamenti aggressivi potrebbe fare propri quegli stessi atteggiamenti e usarli per sfogare la propria frustrazione e la propria rabbia.

Così fa Koyuki. Stanca delle prese in giro della compagna (aumentate dopo l’inizio della sua relazione con Igarashi), fa in modo che il ragazzo assista a un maltrattamento da parte di Atagawa. Igarashi prende le difese di Koyuki davanti a tutta la classe facendo vivere ad Atagawa un momento di profondo imbarazzo. Koyuki strumentalizza l’amore che Igarashi nutre nei suoi confronti per punire la sua ex amica. È un atteggiamento comprensibile, ma rivela dei tratti aggressivi che la ragazza stessa fa fatica ad accettare.

Tale aggressività si percepisce in modo ancora più netto quando Koyuki lascia Igarashi. È vero che la relazione tra i due non ha nulla di positivo e, in più occasioni, Igarashi è sminuente nei confronti delle passioni della sua ragazza. Ma quando viene lasciato, si sente dire delle parole piuttosto forti da Koyuki. Parole di cui la ragazza si vergogna profondamente perché capisce che sono più frutto di una reazione che non della situazione. Koyuki ha accumulato dentro di sé tanta sofferenza e rabbia. Non sapendo come gestirle e non trovando una spiegazione al comportamento delle persone che la circondano, Koyuki adotta un atteggiamento ostile e a tratti violento. È quello che le viene istintivo e anche quello che ha visto accadere intorno a sé.

Crescere e riparare

Scoprire quest’ombra dentro di sé, porta Koyuki a sentirsi in colpa e a disprezzare sé stessa. Anche questo la porta a tenere a distanza i suoi compagni e le sue compagne di scuola. L’incontro/scontro con Minato le servirà per riflettere su alcuni suoi comportamenti e per trovare finalmente una risposta e un modo per riparare all’errore commesso. Attraverso le nuove relazioni e provando nuove emozioni, Koyuki capisce come può gestire al meglio alcune reazioni. La scena in cui la ragazza chiede a Igarashi come va al liceo ci mostra il suo tentativo di scusarsi e di riparare all’errore. Non so se sarà l’unica, ma sicuramente è già significativa di per sé.

Koyuki non è un’eroina pura e nobile che si comporta sempre in maniera impeccabile. Al contrario, è una ragazza con una storia complessa alle spalle che mostra tanti atteggiamenti quante sono le emozioni che attraversa. Questo la rende umana. Questo la rende una di noi. E proprio per questo non possiamo fare altro che apprezzarla tantissimo.

Minato: quando aiutare non è solo altruismo

Pieno di luci e ombre è anche Minato Amamiya, il coprotagonista della storia. Anche per lui, la mangaka gioca con le nostre aspettative, rovesciandole puntata dopo puntata.

Quando compare in scena, Minato sembra incarnare il ruolo del principe azzurro destinato a salvare Koyuki dal suo isolamento. E, in effetti, scopriamo che il ragazzo è proprio il tipo di persona che dà da parlare a chi è solə e in disparte. È gentile, disponibile all’ascolto e propenso a mettere a proprio agio le persone. Tutte qualità degne di un personaggio positivo, di un eroe.

Peccato che il modo in cui Agasawa ci racconta la vicenda insinui dentro di noi un dubbio: ma questo altruismo sarà davvero genuino? Minato è buono o è un manipolatore che non riesce a vivere rapporti alla pari?

Miki lo dice apertamente: è convinta che la tendenza di Minato a parlare con le persone nasca dal desiderio di renderle a lui dipendenti. Inoltre, i tentativi del ragazzo di parlare con Koyuki sono costruiti in maniera tale da risultare invadenti. L’ostinazione con la quale Minato cerca di piacere alla protagonista a tutti i costi appare problematica soprattutto perché sembra derivare dal confronto che Minato fa continuamente con Yota.

Quindi, bontà o manipolazione?

La bellezza della serie sta nel fatto che non ci dà una risposta perché la realtà è molto più ambivalente. Minato è sicuramente estroverso ed è genuinamente interessato alle persone. Però il suo altruismo non è del tutto disinteressato. Non è il principe azzurro che salva per il piacere di fare del bene. C’è un bisogno di essere apprezzato e di essere riconosciuto come il ragazzo che dà una possibilità di essere vistə. E salvatə. Anche se poi nasce un’amicizia vera e paritaria (come con Miki). Come per Koyuki, in Minato possiamo riconoscere un carattere profondamente umano.

Emozioni chiuse a chiave

Non conosciamo bene la situazione familiare di Minato. Da quello che vediamo, capiamo che si sono verificati dei litigi tra il padre e uno dei fratelli e questo deve aver avuto delle conseguenze sul ragazzo. Minato dice, infatti, di considerare le emozioni come qualcosa da incatenare di modo che non escano fuori dal proprio controllo. Perché quando succede, accadono conflitti inutili.

Minato è un ragazzo corteggiato. Sebbene Minato dica di aver corrisposto i sentimenti di tutte le sue ragazze, a detta degli amici non si è mai innamorato davvero. E come potrebbe se ha deciso di dominare le sue emozioni? L’innamoramento difficilmente si lascia incastrare all’interno di definizioni razionali o di comportamenti sensati. Il fatal flow di Minato è legato a questa sua incapacità di lasciarsi andare alle emozioni e di cedere parte del controllo della relazione all’altra persona.

L’incontro con Koyuki è destinato a cambiare tutto questo. Ancora una volta, possiamo dire che Minato non è il principe azzurro della storia. Perché Koyuki lo “salverà” tanto quanto lui “salverà” lei. C’è reciprocità in questa relazione. Proprio come dovrebbe esserci.

Miki e Yota: spontaneità eccessiva e finto equilibrio

Miki e Yota sono così ben strutturati e coinvolgenti da perdere il ruolo di “personaggi secondari”. Si fanno strada nei nostri cuori tanto quanto i protagonisti.

Attraverso di loro, l’autrice tratta questioni adolescenziali in cui è possibile che moltə adultə si ritrovino.

Miki nella serie rappresenta il fuoco. È l’istintività emotiva fatta personaggio. Porta con sé una carica di energia e di ottimismo d cui è difficile non farsi coinvolgere. Eppure, vediamo i risvolti negativi anche di tutto questo. L’onestà di Miki può uscire fuori in maniera brutale e poco attenta delle emozioni di chi l’ascolta. Lo vediamo nel dialogo che ha alle medie con Koyuki su Igarashi oppure con Minato. A causa del suo modo di essere, fatica a trovare il suo posto a scuola e finisce per essere spaventata da alcuni lati di sé. Nella serie la vediamo perdere e trovare la sua identità in modi veramente molto credibili e saggi.

Se Miki mostra facilmente tutte le emozioni che prova, Yota è un abile dissimulatore. Agli occhi di Koyuki (e del pubblico) Yota appare equilibrato e perfettamente padrone delle sue sensazioni. In realtà, Yota è solo molto bravo a evitarle. Dopo aver perso la madre quando era piccolo, il ragazzo ha imparato a convivere con una nuova mamma e con i due fratellini gemelli nati dal nuovo matrimonio. Probabilmente, non ha mai affrontato le emozioni che derivano dall’essere orfano e dalla paura di essere sostituito dal padre (come è avvenuto per la mamma). Chiuso nei suoi pensieri e nei suoi tentativi di sfuggire loro, Yota non vede la gentilezza dei suoi familiari e passa buona parte del tempo fuori casa. Ciò non fa che aumentare il suo senso di solitudine e l’idea di non essere considerato.

Solo nel momento in cui si sente visto e riconosciuto da Koyuki, riesce finalmente ad esprimere il caos emotivo che lo anima. Sentendo vicina la ragazza e vedendo espresso un affetto così spontaneo e profondo, Yota riesce finalmente a percepire la bontà della sua nuova mamma e del resto della famiglia. Capisce che il senso di esclusione nasceva più da un’indisponibilità a rendersi visibile che a un reale disinteresse da parte della famiglia. Come spesso succede a moltə di noi.

Tanti personaggi che sono persone

Luci e ombre. Non due opposti, ma due realtà destinate a coesistere e a influenzarsi a vicenda. Perché solo dove c’è ombra c’è possibilità di crescere per trovare la luce.

The Ramparts of Ice ce lo racconta attraverso i suoi protagonisti che sono tutt’altro che perfetti. Proprio per questo, risultano profondamente umani. E bellissimi (complice anche lo stile d’abbigliamento che li rende davvero fighi).

È attraverso anime come questo che possiamo imparare come accettare tutte le sfumature di noi e a capire come sfruttarle per relazionarci meglio a chi abbiamo di fronte. Che dire? Non vedo l’ora di vedere la seconda parte… (già mi vedo a scrivere ancora più articoli in merito!)

Federica Crisci

Le immagini contenute in questa recensione sono riprodotte in osservanza dell’articolo 70, comma 1, Legge 22 aprile 1941 n. 633 sulla Protezione del diritto d’autore e di altri diritti connessi al suo esercizio. Si tratta, infatti, di «riassunto, […] citazione o […] riproduzione di brani o di parti di opera […]» utilizzati «per uso di critica o di discussione», nonché per mere finalità illustrative e per fini non commerciali. La presenza in Anime a Merenda non costituisce «concorrenza all’utilizzazione economica dell’opera».

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23 Luglio 2026 | Federica Crisci

The Ramparts of Ice: ecco come si comunica

Ho visto The Ramparts of Ice tutto d’un fiato in due giorni. Con il pretesto di volerci scrivere l’articolo, l’ho rivisto dopo meno di una settimana. È probabile che prima dell’uscita della seconda stagione a ottobre io recuperi il webtoon e legga la fine della storia. Avevo visto molte delle persone che seguo su Instagram parlarne bene, ma devo ammettere che non mi aspettavo un anime così bello e così ricco di spunti di riflessione.

Durante la visione mi sono divertita ed emozionata. Ho amato tutti i personaggi, le loro storie, i loro comportamenti imperfetti eppure così umani. Non mi fanno impazzire i volti così squadrati, ma ho comunque provato a ridisegnarli perché sentivo il bisogno di vivere questa vicenda anche una volta finiti i titoli di coda del 14esimo episodio.

E poi ho deciso di scriverne un articolo. Come sempre quando un anime mi tocca nel profondo.

Scuola, bulli, amicizie, primi amori

Sulla carta, The Ramparts of Ice non ha nulla di particolarmente originale. La protagonista, Koyuki Hikawa, arriva al liceo con un solo obiettivo: vivere in pace anche a costo di non legare con nessuno e passare tutto il tempo da sola. Una simile scelta è legata alle terribili esperienze vissute alle medie con compagni molto giudicanti, opportunisti e sempre pronti a fare battute senza tener conto dei sentimenti della ragazza. A causa di tutto ciò e del divorzio dei genitori, Koyuki è cambiata diventando fredda e diffidente nei confronti di tutti i suoi coetanei. Fa eccezione Miki, sua vicina di casa e amica di infanzia, con cui Koyuki condivide tanti momenti divertenti e profondi.

Grazie a Miki, Koyuki incontra Youta e Minato, due ragazzi della stessa scuola. Se con Youta si crea sin da subito un feeling speciale che porterà i due a costruire una bella amicizia, con Minato le cose andranno un po’ diversamente.

Niente di particolarmente originale, dicevamo. Abbiamo un romance scolastico in cui la protagonista deve superare i propri blocchi relazionali per crescere. Non è molto distante dalla trama di Honey Lemon Soda. O di tanti altri manga/anime con una simile ambientazione.

Eppure… Eppure The Ramparts of Ice ha una marcia in più. E questa marcia in più dipende dal modo in cui mostra le relazioni e si sofferma sull’importanza della comunicazione.

Relazionarsi: un dono o una maledizione?

L’essere umano è un animale sociale. Lo sosteneva già Aristotele e il tempo non gli ha dato di certo torto. Aggregarci e relazionarci è abbastanza naturale per tuttə noi ed è indubbiamente vantaggioso tanto a livello sociale quanto individuale. La comunità offre sostegno, cura, insegnamenti, divertimento, opportunità, occasioni di confronto e di cambiamento. Avere a che fare con un altro essere umano può essere bellissimo… e anche dolorosissimo.

Eh sì, i rapporti umani non sono sempre facili. Un po’ perché ognuno di noi – come ci diceva Pirandello – conosce il mondo solo attraverso sé stessə e un po’ perché non è detto che le aspettative o i desideri del singolo coincidano con quelli della/e persona/e con cui entra in relazione. Nell’undicesima puntata, Koyuki parla di come l’amore possa avere tante forme e dimensioni diverse. Mentre lei dice

Se due forme non corrispondono, una delle due persone finirà per soffrirne,

sullo schermo vediamo comparire degli omini che abbracciano forme diverse di amore (alcuni hanno la stella, altri il cuore) e subiscono gli effetti collaterali di questa differenza. Ciò può essere vero per qualsiasi tipo di relazione: per due amici, per genitori e figli, per colleghe di lavoro. Si possono attribuire significati differenti al rapporto. Trovo che la rappresentazione di Koyuki sia visivamente molto efficace. Ci mostra come le relazioni possono entrare in crisi quando non si è portatori della stessa forma, ovvero della stessa intenzione. Non è detto che la situazione sia drammatica. Basta solo riallinearsi, se possibile.

La paura del giudizio

Relazionarsi è difficile anche perché può mettere in crisi l’idea che abbiamo di noi stessə.

La storia di Miki lo esemplifica in maniera chiara. Alle medie veniva chiamata “gorilla” per il suo atteggiamento molto energico, rumoroso e scomposto. Alle superiori, invece, viene da subito considerata un’idol dalle sue nuove amiche. Per non perdere questo gruppo, Miki inizia a comportarsi in un modo per lei stessa sorprendente tanto che a Koyuki dirà di non sentirsi sé stessa e andrà anche in crisi su quale sia la sua vera identità. Il dramma di Miki è comune a moltə adolescenti… ma anche a tantə adultə.

Ci capita di indossare delle maschere per paura di essere giudicatə in maniera sbagliata o di non essere compresə. È vero che possono esistere tante possibili versioni di noi, ma dovremmo comunque cercare di frequentare persone con cui sentirci a nostro agio. Anche perché tendiamo a vedere le relazioni come uno specchio di ciò che siamo: l’immagine che lə altrə ci rimandano finisce per influenzare ciò che pensiamo di noi stessə.

Quali sono le persone con cui emerge il lato di te che ti piace di più?

Quello che Koyuki chiede a Miki nell’ottavo episodio è quello che ciascunə di noi dovrebbe chiedersi. La conclusione a cui Miki arriva – integrare la sua vecchia sé con la nuova versione – ci dice che possiamo scoprire e goderci tante sfumature del nostro essere senza irrigidirci in una sola forma. L’importante è sentirsi a proprio agio.

I rapporti all’interno di The Ramparts of Ice

Ci sono diversi rapporti significativi all’interno di The Ramparts of Ice. Sono tutti molto credibili e ben rappresentati.

Minato e Miki: la ricerca di un’amicizia paritaria

Minato è un ragazzo estroverso che riesce a trovare argomenti di conversazione con chiunque incontri. Quando vede delle persone in disparte o senza amici, si avvicina sempre offrendo un’opportunità di integrazione e di compagnia. È un giovane che detiene chiavi adatte a entrare in qualsiasi lucchetto e sbloccare ogni serratura. Le persone con cui interagisce si sentono viste, ascoltate, apprezzate. In molte occasioni, l’intervento di Minato è risolutivo o aiuta le persone a sentirsi meglio.

Verrebbe da pensare che un simile atteggiamento debba essere frutto di un innato senso di bontà e altruismo. Ma lo sarà davvero? Sebbene non si possano ignorare i benefici che conseguono le azioni del ragazzo, nel corso della storia viene più volte insinuato che un simile comportamento nasca dal desiderio di piacere e di avere persone a lui riconoscenti. Eppure definire Minato un narcisista non sarebbe giusto se guardiamo tutto ciò che fa. Al contrario, è una persona veramente piacevole e attenta allə altrə. Solo che ciò che lo spinge a entrare in relazione è molto più complesso di quanto appare.

Anche se è costantemente circondato da persone e ha avuto diversi rapporti sentimentali, Minato non riesce ad instaurare delle relazioni significative. Questo perché i suoi legami non sono mai tra pari, ma c’è sempre uno sbilanciamento di potere. Almeno fin quando non arriva Miki.

Quando la ragazza scopre che Minato si è avvicinato a lei come fa con tutti perché gli dispiaceva che fosse sola, si sente umiliata e crede che tutto il rapporto d’amicizia si basi su una menzogna. Lì dove lei pensava ci fosse reciprocità, ha visto la realizzazione di un modus operandi nel quale lei è coinvolta come soggetto, non come persona. Quando ha finalmente modo di confrontarsi con Minato sulla questione, lo sbilanciamento può finalmente essere superato in favore di un rapporto paritario. Nel tempo, infatti, Minato ha sviluppato fiducia e affetto nei confronti di Miki divertendosi a uscire con lei e con Youta. Si sente di aprirsi con lei, tanto da chiamarla nei momenti di solitudine solo per chiacchierare un po’. Miki, sentendosi vista come Miki e non come “persona X da salvare”, accoglie le scuse dell’amico e abbraccia a piene mani questo rapporto.

Tutto questo è estremamente realistico. È vero che i rapporti umani vivono di questi incastri complessi di singole personalità che risuonano tra loro in modi diversi e sempre nuovi. Ed è vero che una relazione che nasce in un modo non è destinata a rimanere sempre tale, ma può cambiare nel tempo, evolvendosi (in meglio o in peggio).

Koyuki e Minato: fare allə altrə ciò che vorresti fosse fatto a te è veramente giusto?

Se il rapporto tra Minato e Miki solleva delle questioni molto interessanti sui rapporti di potere nelle relazioni, il legame tra il ragazzo e Koyuki ci parla di come relazionarsi a qualcuno significhi fare attenzione a non imporre il proprio modo di vedere o di sentire alle altre persone.

Quando Minato nota Koyuki sola e in disparte per la prima volta, è subito mosso dal desiderio di trovare la chiave che aprirà il lucchetto della ragazza. Vuole trovare un ponte, vuole integrarla come ha fatto con tante altre persone. Peccato che la cosa si riveli molto più difficile del previsto. Koyuki, infatti, ha delle forti resistenze nei confronti delle persone a causa di quanto ha vissuto alle medie. Si trova molto bene con chi conosce da sempre o con chi, come Youta, ha un temperamento altrettanto introverso e tranquillo. Le continue domande di Minato che cerca argomenti di conversazione la mettono a disagio e vengono vissute come invadenti. A causa di una serie di fraintendimenti, i due arrivano a una pesante discussione in cui lei afferma di provare schifo nei confronti del ragazzo.

Dopo questo litigio, Minato riflette sul fatto che ci venga insegnato a non fare allə altrə ciò che non vorremmo sia fatto a noi. Peccato che nessuno ci dica se trattare le persone come noi vorremmo essere trattatə sia effettivamente la strada da intraprendere. Da quanto avviene con Koyuki, la risposta sembra essere no.

Mi ha fatto pensare a come a scuola venga insegnato a noi docenti a personalizzare il metodo di insegnamento e di valutazione perché nessun bambinə è uguale all’altrə. Nella vita è lo stesso. Nonostante noi possiamo conoscere e interpretare il mondo solo attraverso il nostro punto di vista (che a sua volta proviene da un mix di cultura, predisposizioni, valori imparati, esperienze vissute), non possiamo dare per scontato che venga condiviso da chi abbiamo intorno. Perché ci sono persone che potrebbero pensarla in maniera diversa o agire in modi del tutto impensabili per noi. Non è strano, è umano. E quindi no: non possiamo presupporre che ciò che va bene per noi, vada bene pure per un’altra persona.

Rispettare il prossimo non significa solo non trattare male le persone. Significa anche essere disposti a venire incontro alla persona che si ha di fronte, provando a comprendere il suo punto di vista anche se ciò comporta la rinuncia ai nostri comportamenti abituali. È chiaro che non si deve assistere all’annullamento della propria personalità per venire incontro all’altrə. Ma bisogna essere pronti a scendere a compromessi. Oppure, rinunciare ad avere il rapporto.

Minato può avere anche delle buone ragioni per provare a parlare con Koyuki, ma non può dare per scontato che solo perché lui trova triste il fatto di non avere amici, allora questo valga anche per lei. O anche se fosse così, non può imporre la sua presenza alla ragazza. Avrebbe dovuto chiedere a lei che cosa avrebbe voluto fare e predisporsi ad aiutarla se e come la ragazza avrebbe ritenuto giusto.

Offendere come modo per esprimere la propria rabbia

Il litigio tra Minato e Koyuki è presentato magistralmente. Non solo a livello narrativo, ma anche tematico. Da spettatori e spettatrici abbiamo modo di conoscere i punti di vista di entrambi i personaggi e così capiamo che l’exploit si ha a causa di una mancanza di comunicazione chiara. Minato e Koyuki, infatti, non stanno parlando della stessa cosa. Portano avanti intenzioni relazionali diverse, interpretano le parole dell’altro in base al poco che conoscono della situazione e reagiscono di conseguenza. Minato vuole piacere a Koyuki a tutti i costi e inizia a parlare senza fermarsi per coprire il suo imbarazzo. Koyuki, invece, vorrebbe solo essere lasciata in pace e quando viene nominato Igarashi inizia ad avere pensieri persecutori. Così si arriva al “Mi fai schifo”. Un commento piuttosto pesante che nasce non tanto da un pensiero reale quanto dalla voglia di ferire l’altra persona.

Quanto ci viene mostrato è estremamente credibile. E comprensibile.

Il commento finale è frutto di un’emozione che tuttə noi proviamo anche se non ci viene insegnato a gestirla: la rabbia. La rabbia è uno stato d’animo spesso demonizzato perché associato all’aggressività. In effetti, la reazione di Koyuki ci suggerisce proprio questo. Anche se non picchia il suo interlocutore, la ragazza è consapevole di aver detto delle parole molto forti (neanche del tutto vere) con il chiaro intendo di ferire Minato. Non è un’azione di cui va fiera. Con l’infermiera della scuola Koyuki si sfoga e chiede se esiste un modo per non arrabbiarsi. Ma il punto non è quello. Il punto non è eliminare le emozioni che sentiamo, ma imparare a esprimerle nella maniera più sana possibile. La rabbia è un’emozione come tante anche se, quando agita in un determinato modo, può comportare delle conseguenze piuttosto brutte da affrontare. Ma piuttosto che reprimerla (e buona fortuna a riuscirci), può essere comunicata.

Una volta che Youta ha spiegata a Koyuki che tipo di persona è Minato e quali potevano essere le sue intenzioni, Koyuki avvicina il ragazzo per provare ad avere con lui un confronto onesto. Il modello di comunicazione adottato da Koyuki è quello assertivo, ovvero decide di partire da quello che lei ha sentito e dalla sua interpretazione (errata) della situazione. Questo apre immediatamente un’apertura in Minato che perde subito di vista il proposito di lasciarla perdere raggiunto solo pochi istanti prima.

Ancora una volta, la serie si dimostra molto intelligente nella rappresentazione di uno stile di comunicazione sano ed efficace utile per avere delle relazioni significative e positive.

Legami d’amore…

Grazie alla risoluzione del conflitto, Koyuki e Minato avranno modo di iniziare un vero rapporto d’amicizia… che presto si trasformerà in qualcos’altro visto che alla fine della stagione è evidente che entrambi provano un’attrazione romantica l’uno verso l’altra. Il modo in cui si sviluppa il loro rapporto è davvero carino. Ancora una volta assistiamo a scene molto reali: la felicità quando si ha modo di condividere interessi, l’imbarazzo nel farsi una foto insieme, la spontaneità delle interazioni quando fino a un secondo prima ci si era preoccupati della stessa… Dall’ultimo episodio capiamo che probabilmente dovremmo soffrire ancora un po’ prima di vederli esprimere apertamente i loro sentimenti. Però, bisogna ammettere che l’hype è altissimo.

Sembra invece abbastanza definita (ci dovremmo credere davvero?) la storia tra Youta e Miki. Nell’ultimissima scena, vediamo i due confrontarsi apertamente (e assertivamente) sui sentimenti del ragazzo. Entrambi prendono una decisione piuttosto coraggiosa: Youta decide di preservare l’amicizia con la ragazza mettendo da parte il suo interesse romantico mentre Miki sceglie di rimanere fedele a sé stessa evitando di finire in un rapporto che non desidera per sembrare grata dell’amore ricevuto. Per quanto sia una scena che mi ha fatto male (a me piacciono tanto insieme), riconosco che è una delle più belle dal punto di vista della gestione della comunicazione e delle relazioni. Ci mostra che un rifiuto romantico non è per forza sinonimo di mancanza di affetto, sintonia o interesse. Alle volte è solo il momento sbagliato.

… e di amicizia

Anche perché il modo in cui The Ramparts of Ice mostra i rapporti d’amicizia è davvero significativo. Non si tratta di rapporti superficiali o utilitaristici. Sono relazioni che hanno spazio e che hanno la stessa dignità delle relazioni romantiche. Tra l’altro, trovo veramente bello il modo in cui hanno parlato di amicizia tra uomini e donne, tema che ancora risulta tabù nella società di oggi. Maschi e femmine non devono per forza entrare in relazione romantica tra loro. Non è detto che una grande complicità tra un ragazzo e una ragazza debba risultare per forza in un rapporto romantico poiché può nascere da tanti fattori. L’amicizia viene spesso esaltata come fondamentale nella vita delle persone… ma quanto poco spazio ha nella vita adulta di tutti i giorni?

Amici, amiche e amicə non sono solo quelle persone con cui passiamo una serata. Sono coloro che possono darci una mano in momenti di difficoltà o che ci possono aiutare a vedere una situazione con più chiarezza o da un altro punto di vista. Il rapporto tra Youta e Koyuki ce lo racconta molto bene.

The Ramparts of Ice è davvero un ottimo anime. Lo dimostra il fatto che ne scriverò ancora… proprio come ho fatto con Given. Ebbene sì: vorrei focalizzarmi anche sui singoli personaggi perché anche qui c’è da dire tanto.

Federica Crisci

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18 Luglio 2026 | Federica Crisci

Manga e scuola: un connubio possibile?

Fino a qualche mese fa non avevo mai pensato di usare i manga o gli anime all’interno della didattica. Ho immaginato (e realizzato) corsi pomeridiani dedicati al manga da portare nelle scuole, ma non di integrarli nelle lezioni mattutine. Eppure io passo tantissimo tempo a leggerli e conosco bene i benefici di queste letture. Così come conosco il potere aggregante dei fumetti giapponesi anche tra generazioni diverse. Nel corso degli anni mi è capitato diverse volte di confrontarmi con miə alunnə su Attack on Titan, Jujutsu Kaisen, Demon Slayer o The Apothecary Diaries. Spesso sono loro a propormi cose da leggere/guardare o a chiedermi consigli.

A ripensarci, mi rendo conto che quando hanno scoperto questa mia passione, mi hanno iniziata a guardare con occhi diversi. È come se da quel momento io avessi smesso di essere la professoressa e fossi diventata una persona… con aura (è un modo di dire che sopporto poco, ma ammetto che qui ci stava bene). Credo che siano così abituatə a veder sminuito il loro lato nerd dal mondo adulto da non aspettarsi di trovare una persona grande tanto appassionata alle stesse storie che piacciono a loro. O con delle crush per i personaggi di finzione (eh sì, mi capita). Men che meno, sono abituatə a trovare queste persone a scuola, dietro una cattedra.

E allora perché non ho mai pensato di spiegare il conflitto del personaggio attraverso Naruto? O il bullismo attraverso A Silent Voice? Perché è stato uno studente a dirmi che l’Ulisse di Dante che sfida i limiti imposti da Dio è come Eren che vuole andare oltre le mura e non sono stata io?

Un luogo quotidiano… che di quotidiano non ha nulla

Credo che dipenda dal modo in cui vediamo la scuola. Tuttə noi: professionisti del settore, studenti, genitori, membri della società. Ho la sensazione che, indipendentemente dall’accezione positiva o negativa che le diamo o dai sentimenti che proviamo nei suoi confronti, la scuola venga ritenuta un luogo lontano dalla vita di tutti i giorni.

Qui arriva il paradosso: nonostante la quotidianità di tante persone sia dettata dall’organizzazione scolastica, la scuola non è avvertita come qualcosa in grado di incidere profondamente nella vita delle persone. Se non in negativo.

Forse è perché la scuola viene vista come un luogo di cultura e quest’ultima viene percepita come qualcosa di altisonante, impegnativo… lontano. C’è l’idea che ha cultura solo chi è portatə per lo studio. Chi ama stare sui libri… magari perché è incapace a relazionarsi. Chi capisce cose che alle altre persone sembrano incomprensibili. Ma siamo sicurə che sia davvero così?

La scuola che serve

Generalmente, sappiamo che la scuola è un posto in cui si ha l’occasione di imparare ciò che serve nella vita… ma cos’è che serve nella vita? Questa è la vera domanda da farsi e credo che sarebbe davvero interessante ascoltare le risposte di addettə e non addettə ai lavori.

È una domanda che non mi sono mai fatta da studente anche perché, da persona amante dello studio, non mi sono mai davvero interrogata sul perché lo facessi. Trovavo gratificazione nel sentirmi brava e nell’avere delle buone valutazioni (ad oggi non so quanto queste due cose servano nella vita). Da quando sono diventata insegnante, invece, questa domanda mi accompagna costantemente. Perché è importante che le mie classi raggiungano determinati obiettivi? Perché devo portare più persone possibili a maturare un attaccamento nei confronti del sapere? Ho risposto in tanti modi diversi. Ultimamente, però, sto puntando tutto sull’idea che la scuola è il luogo di formazione dei cittadini, delle cittadine e dellə cittadinə. È il primo ambiente pubblico in cui si può coltivare la democrazia. Come tale, non può separarsi dal quotidiano.

Come formare le persone del futuro

La scuola deve servire a creare una comunità che sia in grado di pensare criticamente e di provare curiosità nei confronti del mondo e degli esseri che lo abitano. Non solo, deve fornire gli strumenti utili a conoscersi, capirsi e valorizzarsi così da permettere agli individui di costruire il proprio percorso personale e professionale in maniera consapevole e di partecipare attivamente alla vita della società. Infine, la scuola pone le basi per la socializzazione, insegnando a comunicare in maniera assertiva e comprensiva con le altre persone.

Questi sono gli obiettivi della scuola sui quali è difficile essere in disaccordo. Il problema sta nel tradurre questo punto di arrivo in contenuti da insegnare. Sicuramente serve imparare a leggere, a scrivere (non solo nella nostra lingua madre) e a fare i conti… ma poi? In quale altro modo possiamo sviluppare delle competenze attive?

Da anni le programmazioni scolastiche girano intorno a degli argomenti piuttosto standard, rimasti quasi invariati da generazioni. Per quanto riguarda le materie umanistiche, c’è un’arte classica, canonizzata, da conoscere. Un’arte che è fortemente connotata come occidentale. Attraverso quella – e solo quella – avviene la formazione delle future generazioni.

Alla luce di questo, non c’è da stupirsi che sia io la prima a imbarazzarmi nel portare la mia passione per i manga a scuola. Io devo spiegare la Commedia di Dante, i Promessi sposi, le figure retoriche della poesia, l’analisi logica, la mitologia greca… Che c’entrano i manga con tutto questo? Non sono chiaramente adatti al contesto… Giusto?

Andare oltre la cultura alta

No. Non è giusto.

Questo modo di pensare sta incancrenendo il nostro sistema scolastico. Un sistema che non risponde alle necessità né della società né dellə studenti. Un sistema che non motiva all’apprendimento perché lo fa apparire come qualcosa di difficile, di valutativo e anche come la base da cui far dipendere la stima che si ha di sé. Un sistema che alimenta la convinzione che andare a scuola significhi fare qualcosa che è lontano dalla vita quotidiana. Un sistema che può insegnare a conoscere, ma difficilmente a comprendere.

Pensare che esitano argomenti idonei al contesto scolastico ed altri no, è profondamente fuorviante, ma non è un atteggiamento nuovo. Il concetto d’arte stesso deve fare i conti con l’idea che esistano opere di alto livello e opere popolari. Le prime hanno un pubblico ristretto e intellettuale, le altre sono per tuttə e, di conseguenza, sono ritenute brutte e insignificanti. Lo vediamo per i libri, per i film, per la musica… perfino nei fumetti – una delle espressioni più significative della cultura popolare contemporanea – abbiamo la distinzione tra graphic novel (serie A) e serie a puntate (serie B), nelle quali rientrano anche i manga.

Pensare in modo binario non è utile a nessuno. Non è neanche realistico. L’arte nasce da esseri umani con intenzioni molteplici. Si ha voglia di comunicare un messaggio e lo si fa nello stile più vicino al proprio sentire e alle proprie capacità. Ci sono dei target che risuonano in maniera più o meno armonica accanto a specifici stili, ma non accade sempre e di certo non è questo a determinare il valore dell’opera. Dobbiamo imparare ad accettare che possono esistere forme d’arte belle e brutte, d’impatto o trascurabili, riflessive o leggere, tradizionali e all’avanguardia… e comunque, il modo in cui verranno recepite non sarà solo frutto di come sono realizzate, ma anche del contesto nel quale si inseriscono.

Ogni persona reagisce a stimoli diversi in base alla propria sensibilità e alle proprie esperienze di vita. Più si mantiene un pensiero aperto e ci si permette di stupirsi di ciò che abbiamo davanti, più si ha la possibilità di conoscere e di imparare.

Avvicinarsi allə studenti

La scuola ha bisogno di mostrare un volto amichevole agli/lle/llə studenti.

È un atto democratico andare incontro alle persone che ancora non conoscono il piacere di conoscere e comprendere. Ma bisogna farlo in un linguaggio a loro accessibile e intrigante, non con le nostre categorie prestabilite.

Ricordiamoci anche che il mondo in cui stiamo vivendo è un mondo in continua trasformazione. È un connesso, veloce, violento, ma anche pieno di risorse umane e di prospettive inimmaginabili qualche decennio fa. Siamo proprio sicurə che opere del passato possano risultare utili per vivere il presente? Ci sta leggere Dante in chiave moderna… ma davvero non può essere accompagnato da altro? Io credo di sì. Credo che sia possibile per la scuola trovare la strada di mezzo e trattare la cultura come un’espressione umana dalle molteplici facce. Può e deve farlo. Perché il rischio è quello di perdersi dei giovani, portarli all’abbandono scolastico. Sono tanti gli indici statistici che rivelano un abbassamento delle competenze fondamentali degli/lle/llə adolescenti. A lasciare la scuola, poi, sono quasi sempre persone provenienti da contesti sociali o famigliari disagiati. E questo uno Stato che scrive nella sua Costituzione che è proprio compito

rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese

non può permetterselo.

Perché portare i manga in classe

E arriviamo ai manga.

Per fare in modo che lə studenti vivano la scuola come un posto che li vede, li cura e mette al centro del processo di apprendimento, abbiamo bisogno di una didattica diversa. Non più semplice, non banalizzata. Ma disposta a mettersi in discussione e a sperimentare nuove strade. È quello che stiamo cercando di fare con il progetto Insegnanti Si Diventa. Siamo un gruppo di docenti (per il momento tuttə di lettere) che sperimentano nuovi approcci alla didattica. Nel corso degli ultimi mesi abbiamo organizzato dei corsi di formazione legati soprattutto al metodo del WRW e alla grammatica valenziale. In questo ambito, mi è stato chiesto di parlare dei manga e di provare a ipotizzare una didattica che li coinvolgesse.

È così che mi sono ritrovata a riflettere sul perché portare i manga a scuola. Le motivazioni sono tante, ma ho pensato di sintetizzarle in 3 argomenti.

1. In un mondo fatto di immagini, dobbiamo imparare a leggerle

Noi viviamo in una realtà fatta di immagini. Lo abbiamo sempre fatto, ma con l’avvento dei social questa affermazione è più che mai vera. È importante insegnare alle nuove generazioni – che in questo mondo ci nascono e ci crescono – a leggere le immagini in maniera critica e significativa.

Il manga trasmette dei contenuti e veicola delle emozioni soprattutto attraverso il disegno. Anche più del fumetto europeo e statunitense. Analizzare le inquadrature, la grandezza, la forma e il numero delle vignette, la distribuzione dei grigi, l’uso delle onomatopee come segni grafici può essere utile per interpretare i temi alla base di una storia. Al tempo stesso, aiuta a comprendere come le immagini orientino la nostra percezione e le nostre emozioni: acquisire consapevolezza di questi meccanismi significa sviluppare uno sguardo più critico nei confronti della comunicazione visiva e, più in generale, del mondo che ci circonda.

Consideriamo anche che lavorare con le immagini aiuta ragazzi/e/ə con stili di apprendimento divergenti.

2. Imparare ad approcciare altre culture

In un contesto internazionale sempre più caratterizzato da spinte nazionalistiche e in cui si tende a contrapporre le culture anziché metterle in dialogo, leggere manga a scuola può essere l’occasione non solo per conoscere più da vicino il Giappone ma anche per educare al confronto interculturale.

Bisogna spiegare alle future generazioni (ma anche a quelle passate) che la cultura di un popolo, per quanto possa avere dei tratti identificabili, non è mai veramente isolata né immobile. Al contrario, si lascia facilmente contaminare e trasformare dalle influenze estere. Alle volte, queste mutazioni penetrano talmente in profondità da non essere più percepite come straniere. Il processo storico ce lo ha dimostrato da sempre.

Naturalmente, tra i diversi Paesi esistono differenze anche profonde, legate alle tradizioni, ai valori, alle credenze religiose, agli stili di vita, ai sistemi legislativi e al diverso riconoscimento dei diritti umani fondamentali. Riconoscere tali differenze è necessario per comprendere la complessità del mondo contemporaneo, non per sostenere una presunta superiorità di una cultura rispetto a un’altra.

Leggere un manga significa entrare in contatto con una produzione culturale che riflette valori, modelli sociali e visioni del mondo propri del contesto giapponese. Alcuni di questi aspetti possono apparire lontani dalla sensibilità occidentale o persino risultare problematici ai nostri occhi. Proprio questa distanza culturale può diventare un’occasione di confronto: discutere tali differenze aiuta lə studenti a riconoscere quanto il proprio punto di vista sia influenzato dal contesto storico, sociale e culturale in cui sono cresciutə.

Leggere manga in classe non significa, quindi, promuovere un’accettazione acritica di un’altra cultura, ma imparare ad avvicinarsi a essa con curiosità, rispetto e disponibilità al dialogo. Comprendere una prospettiva diversa dalla propria non implica necessariamente condividerla; significa piuttosto sviluppare la capacità di analizzarla criticamente, riconoscendone le ragioni storiche e culturali. In questo modo, il manga diventa non solo un oggetto di studio, ma anche uno strumento educativo capace di formare cittadini più consapevoli e aperti al confronto.

3. Il manga piace

L’ultima ragione è per me la più importante. Quella che sta bene anche da sola.

I manga piacciono tanto ai/lle/llə giovani. Ci sono diversi motivi per cui ciò accade, ma fondamentalmente è perché il manga è costruito proprio per favorire l’immedesimazione di chi legge nella storia. Ciò che vivono lə protagoniste deve essere vissuto anche dai lettori e dallə lettrici. Trasmettere e far sentire l’emozione è imperativo.

Le storie raccontate portano avanti temi che sono cari alla gioventù: la ricerca di sé, la crescita, gli ostacoli da superare, imparare a comunicare, lo scontro con il mondo adulto… gli e lə studenti si sentono rappresentati dal manga. Quando ho chiesto a dellə miə allievə di scrivermi perché amavano questi fumetti, mi hanno risposto:

Amo i manga perché riflettono ciò che sono e ciò che sento.

Il manga piace anche a noi adultə. E questo significa che abbiamo un punto di contatto con i/lə nostri/e/ə studenti. Quel ponte sarà fondamentale per favorire l’apprendimento. D’altra parte, chi vuole stare a sentire una persona di cui non ha stima o fiducia?

Una volta capito perché, capiamo come…

Assolutamente… ma in un altro articolo. Ha inizio da oggi la categoria di articoli Manga all’appello, destinata a contributi su manga e scuola!

Federica Crisci

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the-apothecary-diaries-disegno
14 Luglio 2026 | Federica Crisci

The apothecary diaries disegnato da me

Non sono ancora riuscita a buttare giù un articolo sulla seconda stagione di The apothecary diaries. Volevo farlo appena conclusa la stagione, avevo anche preso degli appunti sugli argomenti da trattare… ma alla fine non ne è venuto fuori niente. Probabilmente, approfitterò dell’uscita della terza stagione (a ottobre!!!) per riguardare tutta la serie e in quell’occasione proverò a buttar giù qualcosa.

A poche settimane dall’uscita del trailer del film in arrivo a dicembre in Giappone (e speriamo anche qui da noi), ho ripensato a un’idea di articolo che avevo avuto l’anno scorso. Volevo dedicare uno spazio ai disegni che ho realizzato a tema The apothecary diaries, un po’ come ho fatto un bel po’ di tempo fa con Naruto. E così, eccomi qui.

Disegnare Maomao

Il mio amore per Maomao è nato da subito. È un personaggio meraviglioso quando compare nel primo episodio e lo è ancora di più nell’ultimo andato in onda. Il suo percorso di crescita non la snatura ma, al contrario, le permette di sviluppare pienamente tutte le sue potenzialità.

Dato che mi è sempre piaciuta (anche come character), mi è venuto spontaneo provare a disegnarla. Ho iniziato con alcune immagini che mi colpivano della sigla iniziale.

disegno-maomao

Disegnare Jinshi… con Maomao

Con l’uscita della seconda stagione, ho provato a integrare nel quadro anche Jinshi.

Mi è venuto spontaneo cercare di riprodurre alcuni momenti fondamentali tra i due.

E tra questi non poteva certo mancare la scena della rana

Eppure, il mio soggetto preferito è rimasto sempre lei: Maomao.

Di questo sono particolarmente orgogliosa. Siamo ancora in ambito “scena della rana”, ma la protagonista è lei sola mentre mostra una serie di espressioni interdette e incuriosite (non quelle che ci si aspetterebbe nella situazione in cui si trova).

Anche per la seconda stagione ho attinto dalla sigla per creare il disegno che vedete qui sotto.

È stato più difficile di quello che credevo. Ma sono molto contenta del risultato. Ho provato a realizzare anche Jinshi nella posa che si abbina a questa. Sono abbastanza sicura di esserci riuscita… ma al momento non trovo più il foglio con il disegno e non ho idea di dove sia finito. Sì, sono disordinata. Pure parecchio.

Mentre cercavo quella versione (disperatamente), mi sono imbattuta in tanti altri bozzetti – sempre raffiguranti Maomao – che non ho finito. Alcuni sono molto carini e infatti mi sono ripromessa di inchiostrarli presto. Guardandoli mi sono resa conto che Maomao è la mia comfort character. Mi viene spontaneo riprodurla anche non avendo un’immagine davanti da cui attingere. I risultati possono non essere sempre grandiosi… ma sto ancora imparando.

The apothecary diaries versione Klimt

L’ultimo disegno a tema The apothecary diaries che vi lascio è quello che preferisco (tanto da averlo incorniciato!).

Jinshi + Maomao + Klimt. Che meraviglia!

Ho ricevuto quest’immagine da una persona a me cara che conosce la mia passione per questo anime. Ho subito pensato “Devo riprodurla”. Dopo diversi tentativi, questo è quello che ne è venuto fuori. Ogni volta che lo guardo, mi emoziono.

Questo è stato l’ultimo disegno (completato) a tema The apothecary diaries. Devo ammettere che riguardandoli oggi per l’articolo mi è venuta una voglia matta di farne altri. E di ritrovare il disegno di Jinshi perduto. Se riuscirò a fare entrambe le cose, ve lo dirò assolutamente.

E voi? Che mi dite? Qual è il vostro preferito?

Federica Crisci

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11 Luglio 2026 | Federica Crisci

How to Win My Husband Over… ma quella vinta sono stata io

Lo ammetto: avevo un grandissimo pregiudizio rispetto a How to Win My Husband Over.

Mi aspettavo il solito fantasy romantico che vede la protagonista reincarnarsi all’interno di un romanzo e tentare di sopravvivere nonostante le sia toccato il ruolo dell’antagonista. Trama che, lo ammetto, mi piace molto su carta, ma che rischia di risultare noiosa nel momento in cui si limita a ripetere schemi narrativi standard senza aggiungere quel quid in più che renda l’opera particolare. Why Raeliana Ended Up at the Duke’s Mansion non mi era dispiaciuto, ma lo avevo trovato poco appetibile soprattutto dopo essermi completamente persa nel mondo di 7th Time Loop. Anche se – da quanto ho letto – la web novel di Milcha sarebbe stata tra le prime a proporre come incidente scatenante la reincarnazione della protagonista in un romanzo e a mettere in discussione i destini prestabiliti dai ruoli dei personaggi, ricordo che durante la lettura sentivo come se mancasse qualcosa. Dovrei provare a rileggerlo per vedere l’effetto provocato dopo un po’ di anni (e un po’ di visioni in più).

Nonostante questi dubbi legati a Raeliana, ho ordinato How to Win My Husband Over, il manhwa scritto da Spice&Kitty e disegnato da Siru. Ho iniziato a leggerlo subito dopo averlo acquistato e… nel giro di pochissimi giorni avevo recuperato tutta la serie online. Ora sono in trepida attesa della prossima stagione mentre leggo i volumi pubblicati in Italia da MangaPress… e scrivo un articolo dedicato a quest’opera.

In questa sede, parlerò solo dei capitoli pubblicati in Italia. Quindi, se li avete già letti tutti, non preoccupatevi degli spoiler.

Una protagonista a cui affezionarsi

Dopo essere morta in un incidente aereo, una giovane ragazza costantemente abusata dalla famiglia adottiva si trova a rivivere nei panni di Rudbeckia de’ Borgia, l’antagonista di un romanzo fantasy da lei letto quando aveva 16 anni. Quindi, la giovane sa bene che il proprio personaggio è destinato a essere ucciso dal marito a causa di un complotto ordito da lei stessa e dalla famiglia papale dei Borgia. Intenzionata a sopravvivere a qualsiasi costo, Ruby cerca di cambiare il corso degli eventi avvicinandosi a Iske, l’uomo datole in sposa, e alla famiglia di lui. Non sarà semplice a causa dei numerosi intrighi politici che vedono il regno di Britanya contrapporsi al dominio santo di Romana (guidato appunto da papa Borgia). Inoltre, Ruby dovrà vedersela anche con suo fratello Cesare, ossessionato da lei, e con un potere dalle origini misteriose che le permette di comunicare con le creature magiche.

Ma le sfide non sono tutte qui: Ruby deve fare i conti con un passato pieno di abusi e sofferenze. Un passato che l’ha portata a soffrire di anoressia e a nutrire una grande sfiducia nei confronti di qualsiasi essere umano.

Il viaggio di Ruby all’interno della storia non è solo orizzontale, ma anche verticale. La vediamo affrontare i diversi pericoli che le si parano davanti e nel frattempo affrontare anche sé stessa e il proprio malessere interiore. È un personaggio molto complesso costruito in maniera sfaccettata. Nel corso della lettura la vediamo opporsi in maniera perentoria e strategica al suo destino, ma assistiamo anche a numerosi crolli emotivi. Questo andamento altalenante unito alla rappresentazione dell’anoressia come sintomo di una coscienza ferita ci restituisce una protagonista credibile verso la quale è abbastanza facile simpatizzare.

Un’eroina tutt’altro che fragile

Ruby non è il classico personaggio femminile fragile che viene salvato dal proprio compagno.

Può sembrare un’affermazione discutibile. In effetti, Ruby ha un corpo particolarmente debole, non solo perché malnutrito ma anche perché sembra soffrire particolarmente l’ambiente magico che la circonda. Inoltre, a causa delle violenze subite, Ruby si ritrova spesso in preda al terrore di essere punita o uccisa. È anche indubbio che il coinvolgimento di Iske sia fondamentale per fuggire dal finale tragico descritto nel libro. Sviluppare un legame affettivo con suo marito diventa imperativo per evitare di essere uccisa. In questo senso, Iske è l’unico che può salvare Ruby.

Eppure, Ruby si mostra da subito come un’eroina attiva. Non è una guerriera in senso letterale, ma cerca di sfruttare al massimo le “armi” che ha a disposizione: la conoscenza del libro e il suo volto angelico. Si fa forza da sola nei momenti di difficoltà e cerca di ribaltare le situazioni a lei sfavorevoli affidandosi soprattutto a sé stessa. Le cose cambiano quando inizia a capire che Iske vuole comprenderla e man a mano che s’innamora del marito. Ma questo è un passaggio d’obbligo per la sua evoluzione e il superamento del suo passato povero di legami affettivi. Ciò non le impedisce, però, di risultare determinata e piena di risorse.

Ruby è una vittima che cerca in tutti i modi di ribaltare il proprio destino senza diventare una nuova carnefice.

Una relazione che si costruisce passo dopo passo

Sarebbe improprio parlare di How to Win My Husband Over senza menzionare la storia d’amore. Per quanto Ruby sia protagonista, Iske ha un ruolo importante nella narrazione così come il loro rapporto.

Nei primi volumi assistiamo al racconto solo dal punto di vista della ragazza. È dal terzo in poi che autrice e disegnatrice ci permettono di conoscere da vicino la prospettiva del marito. Anche lui è un personaggio sviluppato in maniera interessante. Avendo visto quanto l’amore può far soffrire e avendo trovato il corpo della madre suicida, Iske decide di dedicarsi solo alla protezione del regno, rimanendo celibe. Decide di sposare Ruby solo per impedire che sia la sorella a sposarsi per formare un’alleanza politica con i Borgia. L’uomo dal temperamento freddo e distaccato è, in realtà, molto sensibile e premuroso. In questo, non è molto di diverso dai coprotagonisti maschili solitamente presenti in queste storie. Però, dato il suo background, lo riteniamo assolutamente credibile.

La relazione tra Iske e Ruby si sviluppa lentamente e non è priva di battute d’arresto. È un legame che nasce da una sensazione interiore che nessuno dei due sa ben spiegare (qui, secondo me, c’entra la reincarnazione), ma che poco a poco inizia a basarsi sulla fiducia e sulla comunicazione. Osservare come si evolve il legame tra di due è interessante. Inizialmente, i loro scambi sono basati tutti sul non-detto di Iske e sulle dichiarazioni d’amore effettate e palesemente esagerate di Ruby. Questi scambi riflettono un rapporto colmo di diffidenza data non solo dall’appartenenza a due famiglie rivali, ma anche da un’incapacità di relazionarsi con l’altro sesso. Iske non ha mai voluto avere a che fare con le donne mentre Ruby ha conosciuto solo figure maschili violente da ammansire cercando di essere il più accondiscendente possibile.

Man a mano che i due si avvicinano, i dialoghi diventano più articolati, più sinceri. I pensieri e le emozioni più profonde ancora faticano a venire fuori… ma il terreno sembra pronto.

La relazione tra Ruby e Iske è sincera, profonda e positiva. E questo non fa che alzare l’hype durante la lettura.

Una trama in cui niente è lasciato al caso

How to Win My Husband Over è scritto bene. I cliffhanger alla fine di ogni capitolo, i colpi di scena, i flashback (o le anticipazioni?!?) inseriti nel corso del racconto sono tutti strumenti usati in maniera sapiente per tenere lettori e lettrici incollatə alle pagine e desiderosə di scoprire che cosa succederà dopo. Bisogna riconoscere, però, che nessun dettaglio è lasciato al caso. Purtroppo si rischia di perdersi alcuni pezzi data la pubblicazione lenta dei volumi e i tanti avvenimenti che si verificano in ciascuno di essi. Io stessa ho notato dei particolari solo rileggendo i capitoli più volte. Però, c’è da dire che una storia costruita con un impianto narrativo così solido è veramente bella da leggere.

Personalmente, ho adorato anche i riferimenti alla famiglia dei Borgia, all’Impero Romano e al Regno di Britanya suo nemico. Mi piace vedere come la nostra storia sia un bacino da cui attingere per creare opere di finzione. Da persona che ha alle spalle studi di filologia classica, devo ammettere che è liberatorio vedere elementi della nostra cultura rimescolati in maniera libera e creativa senza preoccuparsi della verità storica. È qualcosa al quale non sono abituata nel mio panorama letterario e proprio per questo lo trovo rigenerante.

Disegni belli e coinvolgenti

Io amo il bianco/nero retinato dei manga. Però devo ammettere che non mi dispiace leggere qualcosa a colori. Ogni tanto. Giusto per cambiare un po’.

La cosa che mi colpisce tanto dei manhwa è la delicatezza dei tratti dei personaggi. Oltre che slanciatissimi, i protagonisti sono tutti contornati da linee sottili, morbide anche lì dove si vuole accentuare la spigolosità di una parte del corpo. I colori contribuiscono sempre a determinare l’atmosfera della scena. Non risultano mai troppo astratti (come ho visto fare in alcuni dei fumetti nostrani), ma non sono neanche così realistici.

La ricerca di un’estetica del bello è continua. Ogni volta che guardo le immagini, mi sembra che siano assemblate allo scopo di apparire piacevoli a vedersi oltre che evocative.

Lettura digitale o cartacea?

Un altro aspetto del manhwa che mi attrae molto è l’essere creato per la lettura verticale tipica dei dispositivi digitali. L’effetto sorpresa o l’impatto ricercato cambia in maniera abbastanza drastica passando dal tablet al cartaceo. E per quanto quest’ultimo possa risultare coinvolgente, devo ammettere che il gioco dei pieni e dei vuoti che caratterizza la lettura online mi affascina davvero tanto e meriterebbe un’attenzione specifica.

Sicuramente, dopo quest’opera mi è venuta voglia di leggere altri manhwa. Qualcosa ho trovato… vi terrò aggiornatə!

Federica Crisci

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4 Luglio 2026 | Federica Crisci

Quello che Given ci dice dell’amore

Ci sono opere belle perché stimolano riflessioni su vari temi. Le storie sembrano procedere su una strada dritta eppure basta voltare un attimo la testa per rendersi conto che esistono delle vie secondarie da intraprendere altrettanto percorribili.

Given è una di queste opere. Può essere letta come un racconto dedicato alla musica, come una vicenda sull’elaborazione del lutto. Oppure come una storia d’amore. È proprio per questo motivo che è finito nella mia lista di cose da (ri)vedere durante il mese del Pride. Natsuki Kizu ci racconta tante sfumature diverse dell’amore e proprio per questo ho pensato di dividere l’articolo di oggi da Given: ciò che ci doniamo e ciò che ci infliggiamo, uscito qualche giorno fa.

L’amore che salva… se non distrugge

La storia d’amore principale che Given racconta è quella tra Uenoyama e Mafuyu. Un amore che ha due caratteristiche fondamentali: è una storia tra diciassettenni e si sviluppa mentre si cerca di superare un trauma. Questi due aspetti, intrecciati tra loro, potrebbero rendere la relazione potenzialmente esplosiva e poco funzionale. C’è il rischio che una delle due personalità fagociti l’altra. Eppure i due riescono a trovare un loro equilibrio.

A diciassette anni si è giovani e si provano sentimenti molto intensi. Alle volte, troppo intensi. Kizu ce lo racconta benissimo attraverso il personaggio di Uenoyama. Grazie all’incontro con Mafuyu, il ragazzo si accende. Per i sentimenti che prova ritrova la voglia di fare musica e ha più energie da investire sia nel suonare che nel comporre. Ad un certo punto, però, questa carica emotiva gli si ritorce contro. Il pensiero di Mafuyu, la gelosia, la paura per il futuro della band occupano la mente di Uenoyama in maniera quasi esclusiva, compromettendo la qualità della musica stessa.

Questo è l’avvertimento di Haruki (il bassista della band) a Uenoyama. D’altra parte, quando si è innamorati di qualcunə, non si rischia di perdere i confini del proprio Sé per inglobare quelli dell’altra persona? È una criticità abbastanza diffusa. Soprattutto se hai 17 anni e non ti è mai capitato di innamorarti. Kizu ce lo mostra attraverso la precedente storia di Mafuyu con Yuki. Quell’amore percepito come speciale e unico porta all’autodistruzione dei due ragazzi perché non conosce limiti.

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