The Ramparts of Ice: personaggi o persone?
The Ramparts of Ice ha dei personaggi scritti in maniera brillante.
Credo che sia uno dei grandi punti di forza del webtoon di Kōcha Agasawa (e, di riflesso, dell’anime di Studio Kai presente su Netflix). Un tratto che dona ancora più spessore e importanza a questa commedia romantica ambientata tra i banchi di scuola. I quattro protagonisti che si muovono sullo schermo – Koyuki, Minato, Yota e Miki – hanno tutti una personalità ben definita, caratterizzata da luci e ombre. Pur risultando tutti estremamente simpatici e adorabili e mostrandosi come personaggi essenzialmente positivi, ognuno di loro presenta delle ambiguità e dei comportamenti piuttosto contraddittori. Questo perché sono raccontati per rappresentare nella maniera più autentica possibile degli e delle adolescenti.
Quando si guarda The Ramparts of Ice è molto facile sentirsi coinvolti dalle vicende perché ad agire sono personaggi che riusciamo a percepire come persone. È proprio grazie a questa caratteristica che le loro interazioni possono essere prese a modello per relazionarci al meglio.
Koyuki Hikawa: una protagonista di luci e ombre
Nel secondo episodio vediamo Koyuki avere un dialogo silenzioso con il proprio riflesso. La ragazza ammette di essere stata bene in compagnia di Miki e Yota mentre il riflesso le suggerisce di mantenersi fedele al suo proposito di non lasciarsi coinvolgere dalle relazioni. Il botta e risposta termina con una considerazione:
Sono contraddittoria.
Lo è. Come lo sono tuttə le adolescenti. Come lo sono tutte le persone. Soprattutto quando si sono vissute delle situazioni molto dolorose con le quali non è stato possibile fare i conti.
Koyuki è un personaggio molto più sfaccettato di quanto non sembri inizialmente. Quando la vediamo comparire in scena per la prima volta non abbiamo idea delle sue ombre. Neanche sospettiamo che ci siano. Vediamo solo una ragazza che sta vivendo le naturali conseguenze dell’essere stata vittima di bullismo. Intuiamo subito che il distacco emotivo non è altro che un meccanismo di difesa. Immaginiamo che il suo fatal flow – la sua debolezza più grande – sia l’insicurezza dovuta alle prese in giro delle scuole medie.
Invece, non è così.
La struttura del primo episodio ce lo potrebbe far intuire. Infatti, dopo i primi minuti della puntata in cui Koyuki è mostrata sempre sola, scopriamo che condivide con Miki un’amicizia profonda e sincera. Questo rovesciamento delle aspettative continua proseguendo con la visione della serie. Attraverso i flashback, scopriamo che Koyuki non è solo vittima di bullismo… e che il suo fatal flow non ha a che fare tanto con l’insicurezza, quanto piuttosto con la difficoltà ad accettare la parte di sé più oscura.
Una bambina abbandonata
Mentre sopporta le angherie dei compagni di classe, Koyuki vive il dramma della separazione dei genitori. Il padre lascia la casa e, da quanto ci viene detto, non si fa spesso vivo con la figlia. Neanche la madre è presente più di tanto a causa del lavoro. Di conseguenza, Koyuki passa molto tempo da sola e inizia a gestire la propria vita in maniera del tutto indipendente. Questo cambiamento contribuisce a scavare una ferita emotiva profonda nella ragazza.
Quando Igarashi si dichiara, Koyuki sa bene di non provare alcun tipo di sentimento nei confronti del ragazzo. Eppure, le parole di Miki (un po’ buttate là, come spesso succede quando si è ancora inconsapevoli) e la paura di non trovare mai nessuno in grado di amarla la convincono a provarci. Quando si sta annegando, è più che normale provare ad aggrapparsi a qualsiasi cosa appaia anche lontanamente come un’ancora di salvataggio. Soprattutto se non hai mai imparato a nuotare.
Ma c’è un altro motivo che spinge Koyuki a scegliere di stare con Igarashi. Un motivo molto meno nobile che di certo non ci aspetteremmo da un’eroina classica. Koyuki, infatti, si mette con Igarashi anche per far un torto ad Atagawa, la compagna di classe con cui ha da sempre avuto un rapporto conflittuale. Atagawa è sempre stata gelosa di Koyuki e sebbene quest’ultima abbia cercato di venirle incontro e di esserci amica, Atagawa si è dimostrata piuttosto opportunista. È tra le prime a prendere di mira Koyuki e a sparlarne con le altre compagne di classe. La sofferenza per le ingiustizie subite fa nascere in Koyuki il desiderio di vendetta.
Da vittima a carnefice
È un meccanismo piuttosto istintivo e naturale. L’animale continuamente stuzzicato potrebbe arrivare ad attaccare. Il bambino che si sente sempre rimproverato potrebbe avere un atteggiamento sfidante. E così la persona vittima di comportamenti aggressivi potrebbe fare propri quegli stessi atteggiamenti e usarli per sfogare la propria frustrazione e la propria rabbia.
Così fa Koyuki. Stanca delle prese in giro della compagna (aumentate dopo l’inizio della sua relazione con Igarashi), fa in modo che il ragazzo assista a un maltrattamento da parte di Atagawa. Igarashi prende le difese di Koyuki davanti a tutta la classe facendo vivere ad Atagawa un momento di profondo imbarazzo. Koyuki strumentalizza l’amore che Igarashi nutre nei suoi confronti per punire la sua ex amica. È un atteggiamento comprensibile, ma rivela dei tratti aggressivi che la ragazza stessa fa fatica ad accettare.
Tale aggressività si percepisce in modo ancora più netto quando Koyuki lascia Igarashi. È vero che la relazione tra i due non ha nulla di positivo e, in più occasioni, Igarashi è sminuente nei confronti delle passioni della sua ragazza. Ma quando viene lasciato, si sente dire delle parole piuttosto forti da Koyuki. Parole di cui la ragazza si vergogna profondamente perché capisce che sono più frutto di una reazione che non della situazione. Koyuki ha accumulato dentro di sé tanta sofferenza e rabbia. Non sapendo come gestirle e non trovando una spiegazione al comportamento delle persone che la circondano, Koyuki adotta un atteggiamento ostile e a tratti violento. È quello che le viene istintivo e anche quello che ha visto accadere intorno a sé.
Crescere e riparare
Scoprire quest’ombra dentro di sé, porta Koyuki a sentirsi in colpa e a disprezzare sé stessa. Anche questo la porta a tenere a distanza i suoi compagni e le sue compagne di scuola. L’incontro/scontro con Minato le servirà per riflettere su alcuni suoi comportamenti e per trovare finalmente una risposta e un modo per riparare all’errore commesso. Attraverso le nuove relazioni e provando nuove emozioni, Koyuki capisce come può gestire al meglio alcune reazioni. La scena in cui la ragazza chiede a Igarashi come va al liceo ci mostra il suo tentativo di scusarsi e di riparare all’errore. Non so se sarà l’unica, ma sicuramente è già significativa di per sé.
Koyuki non è un’eroina pura e nobile che si comporta sempre in maniera impeccabile. Al contrario, è una ragazza con una storia complessa alle spalle che mostra tanti atteggiamenti quante sono le emozioni che attraversa. Questo la rende umana. Questo la rende una di noi. E proprio per questo non possiamo fare altro che apprezzarla tantissimo.
Minato: quando aiutare non è solo altruismo
Pieno di luci e ombre è anche Minato Amamiya, il coprotagonista della storia. Anche per lui, la mangaka gioca con le nostre aspettative, rovesciandole puntata dopo puntata.
Quando compare in scena, Minato sembra incarnare il ruolo del principe azzurro destinato a salvare Koyuki dal suo isolamento. E, in effetti, scopriamo che il ragazzo è proprio il tipo di persona che dà da parlare a chi è solə e in disparte. È gentile, disponibile all’ascolto e propenso a mettere a proprio agio le persone. Tutte qualità degne di un personaggio positivo, di un eroe.
Peccato che il modo in cui Agasawa ci racconta la vicenda insinui dentro di noi un dubbio: ma questo altruismo sarà davvero genuino? Minato è buono o è un manipolatore che non riesce a vivere rapporti alla pari?
Miki lo dice apertamente: è convinta che la tendenza di Minato a parlare con le persone nasca dal desiderio di renderle a lui dipendenti. Inoltre, i tentativi del ragazzo di parlare con Koyuki sono costruiti in maniera tale da risultare invadenti. L’ostinazione con la quale Minato cerca di piacere alla protagonista a tutti i costi appare problematica soprattutto perché sembra derivare dal confronto che Minato fa continuamente con Yota.
Quindi, bontà o manipolazione?
La bellezza della serie sta nel fatto che non ci dà una risposta perché la realtà è molto più ambivalente. Minato è sicuramente estroverso ed è genuinamente interessato alle persone. Però il suo altruismo non è del tutto disinteressato. Non è il principe azzurro che salva per il piacere di fare del bene. C’è un bisogno di essere apprezzato e di essere riconosciuto come il ragazzo che dà una possibilità di essere vistə. E salvatə. Anche se poi nasce un’amicizia vera e paritaria (come con Miki). Come per Koyuki, in Minato possiamo riconoscere un carattere profondamente umano.
Emozioni chiuse a chiave
Non conosciamo bene la situazione familiare di Minato. Da quello che vediamo, capiamo che si sono verificati dei litigi tra il padre e uno dei fratelli e questo deve aver avuto delle conseguenze sul ragazzo. Minato dice, infatti, di considerare le emozioni come qualcosa da incatenare di modo che non escano fuori dal proprio controllo. Perché quando succede, accadono conflitti inutili.
Minato è un ragazzo corteggiato. Sebbene Minato dica di aver corrisposto i sentimenti di tutte le sue ragazze, a detta degli amici non si è mai innamorato davvero. E come potrebbe se ha deciso di dominare le sue emozioni? L’innamoramento difficilmente si lascia incastrare all’interno di definizioni razionali o di comportamenti sensati. Il fatal flow di Minato è legato a questa sua incapacità di lasciarsi andare alle emozioni e di cedere parte del controllo della relazione all’altra persona.
L’incontro con Koyuki è destinato a cambiare tutto questo. Ancora una volta, possiamo dire che Minato non è il principe azzurro della storia. Perché Koyuki lo “salverà” tanto quanto lui “salverà” lei. C’è reciprocità in questa relazione. Proprio come dovrebbe esserci.
Miki e Yota: spontaneità eccessiva e finto equilibrio
Miki e Yota sono così ben strutturati e coinvolgenti da perdere il ruolo di “personaggi secondari”. Si fanno strada nei nostri cuori tanto quanto i protagonisti.
Attraverso di loro, l’autrice tratta questioni adolescenziali in cui è possibile che moltə adultə si ritrovino.
Miki nella serie rappresenta il fuoco. È l’istintività emotiva fatta personaggio. Porta con sé una carica di energia e di ottimismo d cui è difficile non farsi coinvolgere. Eppure, vediamo i risvolti negativi anche di tutto questo. L’onestà di Miki può uscire fuori in maniera brutale e poco attenta delle emozioni di chi l’ascolta. Lo vediamo nel dialogo che ha alle medie con Koyuki su Igarashi oppure con Minato. A causa del suo modo di essere, fatica a trovare il suo posto a scuola e finisce per essere spaventata da alcuni lati di sé. Nella serie la vediamo perdere e trovare la sua identità in modi veramente molto credibili e saggi.
Se Miki mostra facilmente tutte le emozioni che prova, Yota è un abile dissimulatore. Agli occhi di Koyuki (e del pubblico) Yota appare equilibrato e perfettamente padrone delle sue sensazioni. In realtà, Yota è solo molto bravo a evitarle. Dopo aver perso la madre quando era piccolo, il ragazzo ha imparato a convivere con una nuova mamma e con i due fratellini gemelli nati dal nuovo matrimonio. Probabilmente, non ha mai affrontato le emozioni che derivano dall’essere orfano e dalla paura di essere sostituito dal padre (come è avvenuto per la mamma). Chiuso nei suoi pensieri e nei suoi tentativi di sfuggire loro, Yota non vede la gentilezza dei suoi familiari e passa buona parte del tempo fuori casa. Ciò non fa che aumentare il suo senso di solitudine e l’idea di non essere considerato.
Solo nel momento in cui si sente visto e riconosciuto da Koyuki, riesce finalmente ad esprimere il caos emotivo che lo anima. Sentendo vicina la ragazza e vedendo espresso un affetto così spontaneo e profondo, Yota riesce finalmente a percepire la bontà della sua nuova mamma e del resto della famiglia. Capisce che il senso di esclusione nasceva più da un’indisponibilità a rendersi visibile che a un reale disinteresse da parte della famiglia. Come spesso succede a moltə di noi.
Tanti personaggi che sono persone
Luci e ombre. Non due opposti, ma due realtà destinate a coesistere e a influenzarsi a vicenda. Perché solo dove c’è ombra c’è possibilità di crescere per trovare la luce.
The Ramparts of Ice ce lo racconta attraverso i suoi protagonisti che sono tutt’altro che perfetti. Proprio per questo, risultano profondamente umani. E bellissimi (complice anche lo stile d’abbigliamento che li rende davvero fighi).
È attraverso anime come questo che possiamo imparare come accettare tutte le sfumature di noi e a capire come sfruttarle per relazionarci meglio a chi abbiamo di fronte. Che dire? Non vedo l’ora di vedere la seconda parte… (già mi vedo a scrivere ancora più articoli in merito!)
Federica Crisci
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The Ramparts of Ice: ecco come si comunica
Ho visto The Ramparts of Ice tutto d’un fiato in due giorni. Con il pretesto di volerci scrivere l’articolo, l’ho rivisto dopo meno di una settimana. È probabile che prima dell’uscita della seconda stagione a ottobre io recuperi il webtoon e legga la fine della storia. Avevo visto molte delle persone che seguo su Instagram parlarne bene, ma devo ammettere che non mi aspettavo un anime così bello e così ricco di spunti di riflessione.
Durante la visione mi sono divertita ed emozionata. Ho amato tutti i personaggi, le loro storie, i loro comportamenti imperfetti eppure così umani. Non mi fanno impazzire i volti così squadrati, ma ho comunque provato a ridisegnarli perché sentivo il bisogno di vivere questa vicenda anche una volta finiti i titoli di coda del 14esimo episodio.
E poi ho deciso di scriverne un articolo. Come sempre quando un anime mi tocca nel profondo.
Scuola, bulli, amicizie, primi amori
Sulla carta, The Ramparts of Ice non ha nulla di particolarmente originale. La protagonista, Koyuki Hikawa, arriva al liceo con un solo obiettivo: vivere in pace anche a costo di non legare con nessuno e passare tutto il tempo da sola. Una simile scelta è legata alle terribili esperienze vissute alle medie con compagni molto giudicanti, opportunisti e sempre pronti a fare battute senza tener conto dei sentimenti della ragazza. A causa di tutto ciò e del divorzio dei genitori, Koyuki è cambiata diventando fredda e diffidente nei confronti di tutti i suoi coetanei. Fa eccezione Miki, sua vicina di casa e amica di infanzia, con cui Koyuki condivide tanti momenti divertenti e profondi.
Grazie a Miki, Koyuki incontra Youta e Minato, due ragazzi della stessa scuola. Se con Youta si crea sin da subito un feeling speciale che porterà i due a costruire una bella amicizia, con Minato le cose andranno un po’ diversamente.
Niente di particolarmente originale, dicevamo. Abbiamo un romance scolastico in cui la protagonista deve superare i propri blocchi relazionali per crescere. Non è molto distante dalla trama di Honey Lemon Soda. O di tanti altri manga/anime con una simile ambientazione.
Eppure… Eppure The Ramparts of Ice ha una marcia in più. E questa marcia in più dipende dal modo in cui mostra le relazioni e si sofferma sull’importanza della comunicazione.
Relazionarsi: un dono o una maledizione?
L’essere umano è un animale sociale. Lo sosteneva già Aristotele e il tempo non gli ha dato di certo torto. Aggregarci e relazionarci è abbastanza naturale per tuttə noi ed è indubbiamente vantaggioso tanto a livello sociale quanto individuale. La comunità offre sostegno, cura, insegnamenti, divertimento, opportunità, occasioni di confronto e di cambiamento. Avere a che fare con un altro essere umano può essere bellissimo… e anche dolorosissimo.
Eh sì, i rapporti umani non sono sempre facili. Un po’ perché ognuno di noi – come ci diceva Pirandello – conosce il mondo solo attraverso sé stessə e un po’ perché non è detto che le aspettative o i desideri del singolo coincidano con quelli della/e persona/e con cui entra in relazione. Nell’undicesima puntata, Koyuki parla di come l’amore possa avere tante forme e dimensioni diverse. Mentre lei dice
Se due forme non corrispondono, una delle due persone finirà per soffrirne,
sullo schermo vediamo comparire degli omini che abbracciano forme diverse di amore (alcuni hanno la stella, altri il cuore) e subiscono gli effetti collaterali di questa differenza. Ciò può essere vero per qualsiasi tipo di relazione: per due amici, per genitori e figli, per colleghe di lavoro. Si possono attribuire significati differenti al rapporto. Trovo che la rappresentazione di Koyuki sia visivamente molto efficace. Ci mostra come le relazioni possono entrare in crisi quando non si è portatori della stessa forma, ovvero della stessa intenzione. Non è detto che la situazione sia drammatica. Basta solo riallinearsi, se possibile.
La paura del giudizio
Relazionarsi è difficile anche perché può mettere in crisi l’idea che abbiamo di noi stessə.
La storia di Miki lo esemplifica in maniera chiara. Alle medie veniva chiamata “gorilla” per il suo atteggiamento molto energico, rumoroso e scomposto. Alle superiori, invece, viene da subito considerata un’idol dalle sue nuove amiche. Per non perdere questo gruppo, Miki inizia a comportarsi in un modo per lei stessa sorprendente tanto che a Koyuki dirà di non sentirsi sé stessa e andrà anche in crisi su quale sia la sua vera identità. Il dramma di Miki è comune a moltə adolescenti… ma anche a tantə adultə.
Ci capita di indossare delle maschere per paura di essere giudicatə in maniera sbagliata o di non essere compresə. È vero che possono esistere tante possibili versioni di noi, ma dovremmo comunque cercare di frequentare persone con cui sentirci a nostro agio. Anche perché tendiamo a vedere le relazioni come uno specchio di ciò che siamo: l’immagine che lə altrə ci rimandano finisce per influenzare ciò che pensiamo di noi stessə.
Quali sono le persone con cui emerge il lato di te che ti piace di più?
Quello che Koyuki chiede a Miki nell’ottavo episodio è quello che ciascunə di noi dovrebbe chiedersi. La conclusione a cui Miki arriva – integrare la sua vecchia sé con la nuova versione – ci dice che possiamo scoprire e goderci tante sfumature del nostro essere senza irrigidirci in una sola forma. L’importante è sentirsi a proprio agio.
I rapporti all’interno di The Ramparts of Ice
Ci sono diversi rapporti significativi all’interno di The Ramparts of Ice. Sono tutti molto credibili e ben rappresentati.
Minato e Miki: la ricerca di un’amicizia paritaria
Minato è un ragazzo estroverso che riesce a trovare argomenti di conversazione con chiunque incontri. Quando vede delle persone in disparte o senza amici, si avvicina sempre offrendo un’opportunità di integrazione e di compagnia. È un giovane che detiene chiavi adatte a entrare in qualsiasi lucchetto e sbloccare ogni serratura. Le persone con cui interagisce si sentono viste, ascoltate, apprezzate. In molte occasioni, l’intervento di Minato è risolutivo o aiuta le persone a sentirsi meglio.
Verrebbe da pensare che un simile atteggiamento debba essere frutto di un innato senso di bontà e altruismo. Ma lo sarà davvero? Sebbene non si possano ignorare i benefici che conseguono le azioni del ragazzo, nel corso della storia viene più volte insinuato che un simile comportamento nasca dal desiderio di piacere e di avere persone a lui riconoscenti. Eppure definire Minato un narcisista non sarebbe giusto se guardiamo tutto ciò che fa. Al contrario, è una persona veramente piacevole e attenta allə altrə. Solo che ciò che lo spinge a entrare in relazione è molto più complesso di quanto appare.
Anche se è costantemente circondato da persone e ha avuto diversi rapporti sentimentali, Minato non riesce ad instaurare delle relazioni significative. Questo perché i suoi legami non sono mai tra pari, ma c’è sempre uno sbilanciamento di potere. Almeno fin quando non arriva Miki.
Quando la ragazza scopre che Minato si è avvicinato a lei come fa con tutti perché gli dispiaceva che fosse sola, si sente umiliata e crede che tutto il rapporto d’amicizia si basi su una menzogna. Lì dove lei pensava ci fosse reciprocità, ha visto la realizzazione di un modus operandi nel quale lei è coinvolta come soggetto, non come persona. Quando ha finalmente modo di confrontarsi con Minato sulla questione, lo sbilanciamento può finalmente essere superato in favore di un rapporto paritario. Nel tempo, infatti, Minato ha sviluppato fiducia e affetto nei confronti di Miki divertendosi a uscire con lei e con Youta. Si sente di aprirsi con lei, tanto da chiamarla nei momenti di solitudine solo per chiacchierare un po’. Miki, sentendosi vista come Miki e non come “persona X da salvare”, accoglie le scuse dell’amico e abbraccia a piene mani questo rapporto.
Tutto questo è estremamente realistico. È vero che i rapporti umani vivono di questi incastri complessi di singole personalità che risuonano tra loro in modi diversi e sempre nuovi. Ed è vero che una relazione che nasce in un modo non è destinata a rimanere sempre tale, ma può cambiare nel tempo, evolvendosi (in meglio o in peggio).
Koyuki e Minato: fare allə altrə ciò che vorresti fosse fatto a te è veramente giusto?
Se il rapporto tra Minato e Miki solleva delle questioni molto interessanti sui rapporti di potere nelle relazioni, il legame tra il ragazzo e Koyuki ci parla di come relazionarsi a qualcuno significhi fare attenzione a non imporre il proprio modo di vedere o di sentire alle altre persone.
Quando Minato nota Koyuki sola e in disparte per la prima volta, è subito mosso dal desiderio di trovare la chiave che aprirà il lucchetto della ragazza. Vuole trovare un ponte, vuole integrarla come ha fatto con tante altre persone. Peccato che la cosa si riveli molto più difficile del previsto. Koyuki, infatti, ha delle forti resistenze nei confronti delle persone a causa di quanto ha vissuto alle medie. Si trova molto bene con chi conosce da sempre o con chi, come Youta, ha un temperamento altrettanto introverso e tranquillo. Le continue domande di Minato che cerca argomenti di conversazione la mettono a disagio e vengono vissute come invadenti. A causa di una serie di fraintendimenti, i due arrivano a una pesante discussione in cui lei afferma di provare schifo nei confronti del ragazzo.
Dopo questo litigio, Minato riflette sul fatto che ci venga insegnato a non fare allə altrə ciò che non vorremmo sia fatto a noi. Peccato che nessuno ci dica se trattare le persone come noi vorremmo essere trattatə sia effettivamente la strada da intraprendere. Da quanto avviene con Koyuki, la risposta sembra essere no.
Mi ha fatto pensare a come a scuola venga insegnato a noi docenti a personalizzare il metodo di insegnamento e di valutazione perché nessun bambinə è uguale all’altrə. Nella vita è lo stesso. Nonostante noi possiamo conoscere e interpretare il mondo solo attraverso il nostro punto di vista (che a sua volta proviene da un mix di cultura, predisposizioni, valori imparati, esperienze vissute), non possiamo dare per scontato che venga condiviso da chi abbiamo intorno. Perché ci sono persone che potrebbero pensarla in maniera diversa o agire in modi del tutto impensabili per noi. Non è strano, è umano. E quindi no: non possiamo presupporre che ciò che va bene per noi, vada bene pure per un’altra persona.
Rispettare il prossimo non significa solo non trattare male le persone. Significa anche essere disposti a venire incontro alla persona che si ha di fronte, provando a comprendere il suo punto di vista anche se ciò comporta la rinuncia ai nostri comportamenti abituali. È chiaro che non si deve assistere all’annullamento della propria personalità per venire incontro all’altrə. Ma bisogna essere pronti a scendere a compromessi. Oppure, rinunciare ad avere il rapporto.
Minato può avere anche delle buone ragioni per provare a parlare con Koyuki, ma non può dare per scontato che solo perché lui trova triste il fatto di non avere amici, allora questo valga anche per lei. O anche se fosse così, non può imporre la sua presenza alla ragazza. Avrebbe dovuto chiedere a lei che cosa avrebbe voluto fare e predisporsi ad aiutarla se e come la ragazza avrebbe ritenuto giusto.
Offendere come modo per esprimere la propria rabbia
Il litigio tra Minato e Koyuki è presentato magistralmente. Non solo a livello narrativo, ma anche tematico. Da spettatori e spettatrici abbiamo modo di conoscere i punti di vista di entrambi i personaggi e così capiamo che l’exploit si ha a causa di una mancanza di comunicazione chiara. Minato e Koyuki, infatti, non stanno parlando della stessa cosa. Portano avanti intenzioni relazionali diverse, interpretano le parole dell’altro in base al poco che conoscono della situazione e reagiscono di conseguenza. Minato vuole piacere a Koyuki a tutti i costi e inizia a parlare senza fermarsi per coprire il suo imbarazzo. Koyuki, invece, vorrebbe solo essere lasciata in pace e quando viene nominato Igarashi inizia ad avere pensieri persecutori. Così si arriva al “Mi fai schifo”. Un commento piuttosto pesante che nasce non tanto da un pensiero reale quanto dalla voglia di ferire l’altra persona.
Quanto ci viene mostrato è estremamente credibile. E comprensibile.
Il commento finale è frutto di un’emozione che tuttə noi proviamo anche se non ci viene insegnato a gestirla: la rabbia. La rabbia è uno stato d’animo spesso demonizzato perché associato all’aggressività. In effetti, la reazione di Koyuki ci suggerisce proprio questo. Anche se non picchia il suo interlocutore, la ragazza è consapevole di aver detto delle parole molto forti (neanche del tutto vere) con il chiaro intendo di ferire Minato. Non è un’azione di cui va fiera. Con l’infermiera della scuola Koyuki si sfoga e chiede se esiste un modo per non arrabbiarsi. Ma il punto non è quello. Il punto non è eliminare le emozioni che sentiamo, ma imparare a esprimerle nella maniera più sana possibile. La rabbia è un’emozione come tante anche se, quando agita in un determinato modo, può comportare delle conseguenze piuttosto brutte da affrontare. Ma piuttosto che reprimerla (e buona fortuna a riuscirci), può essere comunicata.
Una volta che Youta ha spiegata a Koyuki che tipo di persona è Minato e quali potevano essere le sue intenzioni, Koyuki avvicina il ragazzo per provare ad avere con lui un confronto onesto. Il modello di comunicazione adottato da Koyuki è quello assertivo, ovvero decide di partire da quello che lei ha sentito e dalla sua interpretazione (errata) della situazione. Questo apre immediatamente un’apertura in Minato che perde subito di vista il proposito di lasciarla perdere raggiunto solo pochi istanti prima.
Ancora una volta, la serie si dimostra molto intelligente nella rappresentazione di uno stile di comunicazione sano ed efficace utile per avere delle relazioni significative e positive.
Legami d’amore…
Grazie alla risoluzione del conflitto, Koyuki e Minato avranno modo di iniziare un vero rapporto d’amicizia… che presto si trasformerà in qualcos’altro visto che alla fine della stagione è evidente che entrambi provano un’attrazione romantica l’uno verso l’altra. Il modo in cui si sviluppa il loro rapporto è davvero carino. Ancora una volta assistiamo a scene molto reali: la felicità quando si ha modo di condividere interessi, l’imbarazzo nel farsi una foto insieme, la spontaneità delle interazioni quando fino a un secondo prima ci si era preoccupati della stessa… Dall’ultimo episodio capiamo che probabilmente dovremmo soffrire ancora un po’ prima di vederli esprimere apertamente i loro sentimenti. Però, bisogna ammettere che l’hype è altissimo.
Sembra invece abbastanza definita (ci dovremmo credere davvero?) la storia tra Youta e Miki. Nell’ultimissima scena, vediamo i due confrontarsi apertamente (e assertivamente) sui sentimenti del ragazzo. Entrambi prendono una decisione piuttosto coraggiosa: Youta decide di preservare l’amicizia con la ragazza mettendo da parte il suo interesse romantico mentre Miki sceglie di rimanere fedele a sé stessa evitando di finire in un rapporto che non desidera per sembrare grata dell’amore ricevuto. Per quanto sia una scena che mi ha fatto male (a me piacciono tanto insieme), riconosco che è una delle più belle dal punto di vista della gestione della comunicazione e delle relazioni. Ci mostra che un rifiuto romantico non è per forza sinonimo di mancanza di affetto, sintonia o interesse. Alle volte è solo il momento sbagliato.
… e di amicizia
Anche perché il modo in cui The Ramparts of Ice mostra i rapporti d’amicizia è davvero significativo. Non si tratta di rapporti superficiali o utilitaristici. Sono relazioni che hanno spazio e che hanno la stessa dignità delle relazioni romantiche. Tra l’altro, trovo veramente bello il modo in cui hanno parlato di amicizia tra uomini e donne, tema che ancora risulta tabù nella società di oggi. Maschi e femmine non devono per forza entrare in relazione romantica tra loro. Non è detto che una grande complicità tra un ragazzo e una ragazza debba risultare per forza in un rapporto romantico poiché può nascere da tanti fattori. L’amicizia viene spesso esaltata come fondamentale nella vita delle persone… ma quanto poco spazio ha nella vita adulta di tutti i giorni?
Amici, amiche e amicə non sono solo quelle persone con cui passiamo una serata. Sono coloro che possono darci una mano in momenti di difficoltà o che ci possono aiutare a vedere una situazione con più chiarezza o da un altro punto di vista. Il rapporto tra Youta e Koyuki ce lo racconta molto bene.
The Ramparts of Ice è davvero un ottimo anime. Lo dimostra il fatto che ne scriverò ancora… proprio come ho fatto con Given. Ebbene sì: vorrei focalizzarmi anche sui singoli personaggi perché anche qui c’è da dire tanto.
Federica Crisci
Il Prisma dell’amore
Netflix mi aveva segnalato l’arrivo di Il prisma dell’amore diverse settimane prima del 15 gennaio (data di uscita ufficiale). Leggendo che si trattava di un’opera anime originale, l’ho messo in lista senza informarmi più di tanto. I disegni non erano di quelli che mi colpiscono subito, però ero comunque incuriosita.
Ho guardato la prima puntata venerdì. Domenica sera ho avviato l’ultimo episodio. Complice un week-end domestico destinato al riposo, ho divorato 20 episodi in poco più di 48 ore. È stato chiaramente un anime avvincente e appassionante che avrei voglia di rivedere subito così da coglierne altre sfumature… e rivivere momenti molto emozionanti.
Un inno al disegno
Da persona che da qualche anno si diverte a disegnare, mi è piaciuto molto guardare un anime con protagonisti ragazzi e ragazze artistə. Qualche anno fa mi era capitato di vedere Blue Period… ma l’effetto è stato completamente diverso.
Lo stesso giorno in cui ho iniziato a guardare Il prisma dell’amore, mi ha scritto una mia ex studentessa, appassionata di anime e di disegno (bravissima, tra l’altro!), consigliandomi la visione e dicendomi che alla fine della storia aveva sentito una grandissima voglia di riprendere la matita e i pennelli in mano. Ho avuto la stessa identica sensazione. È proprio vero che l’arte, quando emoziona, non può fare altro che generare altra arte.
E in Il prisma dell’amore c’è tanta arte. Quasi tutti i titoli degli episodi giocano con le parole del campo semantico artistico, vediamo tanti luoghi iconici, si citano grandi opere (anche nostrane, come la Pietà di Michelangelo). L’idea di arte che la serie di Yōko Kamio vuole trasmettere è chiara: strappare alle difficoltà dell’esistenza un momento bello e/o emozionante per renderlo eterno. Le opere create servono a dare significato all’esistenza quando si vede il proprio mondo crollare. In un momento di grande sconforto (la fine del ballo di casa Church), la protagonista afferma:
Voglio disegnare.
Quale modo migliore per allontanare la tristezza e la delusione se non rifugiarsi nel rapimento che offre dedicarsi alla creazione di qualcosa? Anche per l’altro protagonista, Kit, il disegno è fondamentale per affrontare le difficoltà della guerra. Ancora prima gli aveva permesso di elaborare il lutto per la morte della madre.
Insomma, l’arte è la via di fuga dal mondo per poi ritornarci a vivere. Per me disegnare è esattamente questo: un modo per portare la mia mente a concentrarsi su qualcosa di pratico e allo stesso tempo bello prima di riconcentrare le energie e le forze nella routine quotidiana.
Arte e relazioni
L’arte è anche un modo per comprendere gli esseri umani che ci circondano. Le opere realizzate dai protagonisti della storia sono un ponte fra loro (e di conseguenza con noi che guardiamo). Per Lili e Kit, le linee della matita, del pennello e del pennino sono quelle che danno vita alla loro relazione. Un vero e proprio linguaggio d’amore. Anche questo è un messaggio molto potente: d’altra parte l’arte – nelle sue molteplici forme – è un prodotto emotivo umano che nasce per comunicare valori, idee, emozioni. Insegna, provoca, sconcerta, suggestiona. Tutto per permetterci di comprendere almeno in superficie che cosa significa essere umani.
Entrare in competizione con il talento
Lili ha sei mesi di tempo per dimostrare di essere la prima tra tuttə lə altrə allievə dell’accademia. Questa è la condizione posta dalla madre per acconsentire al viaggio di studio nel Regno Unito. Una richiesta che può sembrare assurda, ma che parte dalla constatazione assolutamente reale che nessuno ricorda mai il nome dei secondi classificati.
È così che Lili deve vedersela con Kit, un ragazzo silenzioso e misterioso che realizza quadri ipnotici qualsiasi sia il tema assegnato. Lili è da subito affascinata dal talento del giovane e, nonostante la gelosia e la frustrazione provata di fronte a quelle tele così perfette, passa diverso tempo a disegnare con lui. Questo la porta sia a conoscere Kit, scoprendone anche lati inaspettati, sia a migliorare il suo approccio al disegno trovando il proprio punto di vista sul mondo da disegnare.
Lili non si lascia schiacciare dal confronto con Kit. Non si lascia fermare dalla paura di avere a che fare con un talento. Al contrario, lascia che la bellezza dei quadri di Kit diventi il carburante attraverso il quale alimentare la propria creatività. Lo stesso non si può dire di Peter Anthony, uno dei ragazzi che studia insieme ai due protagonisti. Ad un certo punto, Peter si sente schiacciato dal talento di Kit e se la prende con quello che un tempo era suo amico accusandolo di avere tutto senza esserselo guadagnato. La reazione di Peter è comprensibile. In un mondo che si basa sulla competizione, che vive sul mito del talento, che premia solo chi riesce a emergere dalla massa, diventa difficile capire che bisognerebbe impegnarsi per il piacere che si trae dal fare piuttosto che per l’approvazione che potrebbe derivare da chi ci circonda.
A chi si lamenta delle proprie difficoltà nel farsi apprezzare dal pubblico, Kit risponde sempre chiedendo il perché si abbia a cuore così tanto l’opinione degli altri. Una domanda che può dar fastidio soprattutto se proveniente da chi, in modo apparentemente facile e senza fare sforzi, ottiene subito l’ammirazione delle persone. Il punto, però, è proprio questo. Kit non è bravo perché non s’interessa delle opinioni di chi guarda i suoi quadri. È bravo perché sin da piccolo ha disegnato con costanza tutti i giorni sentendo il bisogno di fissare momenti importanti della sua esistenza. L’arte è per lui una necessità personale, non un modo per essere ammirato.
Più che dannarsi per la mancanza di talento, bisognerebbe chiedersi qual è la motivazione che abbiamo per dedicarci a qualcosa. Sentiamo la necessità di farla? Proviamo emozioni importanti quando sentiamo di essere miglioratə? Vogliamo davvero impegnarci per riuscire meglio? Il punto di partenza deve essere sempre il nostro, non quello che sentiamo arrivarci dall’esterno (di cui manco possiamo essere così sicurə).
L’arte che dimostra come ci vedono le altre
Il disegno è ciò che fa nascere l’amicizia tra Lili e Catherine, inizialmente rappresentate come rivali in amore. Catherine chiede a Lili di dipingere un suo ritratto allo scopo di maltrattarla e di farle pagare l’umiliazione subita durante il ballo a casa Church. Nonostante gli avvertimenti di Dorothy, Lili non guarda con sospetto alla richiesta e si dedica con tutta sé stessa alla realizzazione del quadro: è intenzionata a farne il suo capolavoro. Attraverso il suo disegno vuole esaltare la bellezza e l’eleganza che vede nella sua modella e così finisce per ritrarla sorridente. Catherine rimane senza parole proprio come quando Lili le chiede quali siano le sue passioni.
Sentirsi vista per la prima volta per ciò che è e non per ciò che ci si aspetta da lei porta Catherine a rivalutare completamente Lili e a scegliere di averla come amica. Il legame d’amicizia che si sviluppa tra loro due è uno dei motivi per cui varrebbe la pena guardare la serie.
Emancipazione femminile
Il personaggio di Catherine è interessante perché ci racconta una storia di emancipazione femminile piuttosto classica, ma non per questo meno potente. La giovane viene allevata sin da piccola con la prospettiva di diventare la moglie di Kit e madre dei futuri eredi casa Church. Viene incoraggiata a comportarsi come una signora rispettabile piuttosto che a seguire le sue passioni. Non nutrendo particolare interesse nei confronti di Kit, Catherine accetta la volontà dei suoi genitori nutrendo solo un desiderio: indossare l’abito argentato con i gigli ricamati sopra un tempo appartenuto alla madre di Kit.
Grazie all’incontro con Lili, Catherine si rende conto di nutrire una passione molto forte per la moda e di avere il diritto (ma anche il dovere) di coltivarla anche a scapito della sua reputazione come signora. Catherine decide così di rinunciare al matrimonio, di diventare una stilista e di aprire una sua attività.
La storia di Catherine è molto utile per ricordare alle donne di non esistere per essere ingabbiate all’interno di ruoli sociali prestabiliti, ma per ciò che desiderano per se stesse. Da questo punto di vista, la vicenda di Catherine è molto più forte rispetto a quella di Lili che appare sempre molto legata a quella di Kit.
Kit e Lili
Non si può dire nulla alla storia d’amore tra Lili e Kit. È tenera. È emozionante. È sana. Ed è ciò che ti spinge al binge watching.
Il fatto che la storia tra i due si sviluppi lentamente e tra mille difficoltà non fa che aumentare la suspense. Era da tempo che non guardavo un anime romantico con uno sviluppo così lento. E devo ammettere che mi era mancato.
Ambientazione storica
Ho amato molto anche l’ambientazione storica. Il modo in cui l’arrivo della Prima Guerra Mondiale sconvolge la vita dei protagonisti e le loro relazioni è realistico ed è reso in maniera molto credibile da Yōko Kamio. La scelta di avere degli episodi in bianco e nero per raccontare il dopoguerra è il modo migliore per rendere l’emotività traumatizzata dei personaggi dietro i quali c’è un’intera generazione.
Da un punto di vista sociale, è interessante assistere all’incontro tra la cultura giapponese e quella occidentale/inglese. Le battute che Dorothy fa a Lili sui samurai e i ninja (confondendo le due cose) raccontano in modo semplice e divertente i luoghi comuni che spesso costituiscono l’unica immagine che abbiamo di Paesi lontani dal nostro. Sono immagini stereotipate e unidimensionali che provengono da punti di vista parziali considerati verità assolute. E che si rivelano sempre fallimentari.
Il prisma dell’amore è un titolo da vedere
Vedere Il prisma dell’amore è stato un ottimo modo per inaugurare il 2026. La storia è dolce, avvincente, ricca di momenti emozionanti e di temi di cui vale la pena discutere. So di essere di parte perché nell’anime ci sono tante cose che amo molto, nella finzione ma anche nella realtà. Ma credo che dare un’occhiata a questo anime potrebbe essere una bella esperienza per tuttə.
Federica Crisci
Le immagini contenute in questa recensione sono riprodotte in osservanza dell’articolo 70, comma 1, Legge 22 aprile 1941 n. 633 sulla Protezione del diritto d’autore e di altri diritti connessi al suo esercizio. Si tratta, infatti, di «riassunto, […] citazione o […] riproduzione di brani o di parti di opera […]» utilizzati «per uso di critica o di discussione», nonché per mere finalità illustrative e per fini non commerciali. La presenza in Anime a Merenda non costituisce «concorrenza all’utilizzazione economica dell’opera».
Tougen Anki: anime con character maschili belli ma…
Il giorno dell’Epifania ho finalmente terminato di vedere Tougen Anki, l’anime adattato dal manga di Yura Urushibara e disponibile su Netflix. Avevo iniziato a guardarlo poco dopo essere tornata dal Giappone, a inizio settembre. In uno dei tanti Animate di Tokyo, mi era caduto l’occhio sui gadget dedicati ai personaggi e li avevo trovati molto fighi. L’amico che mi accompagnava, che vive a Tokyo da diversi anni, mi ha raccontato in sintesi la trama. Mi ha parlato di questa lotta tra Oni (demoni) e l’organizzazione umana decisa a sterminarli (la Momotaro) e della scuola in cui Shiki – il protagonista – si rifugia per imparare a usare il suo sangue in maniera corretta e non cadere preda dell’euforia che spesso lo accompagna. La trama mi sembrava abbastanza carina e il professore – Mudano -, ricordandomi tanto Levi di Attack on Titan, mi intrigava tantissimo…
Così di ritorno a casa ho iniziato a guardare gli episodi disponibili. Ne ho visti alcuni. Mi sono fermata per un po’. Un giorno l’ho ripreso e ho guardato solo una parte di un episodio. Infine, durante le vacanze di Natale ho ultimato la visione. Da questa visione a intermittenza potreste pensare che non mi abbia colpita più di tanto… però non mi sentirei di darvi ragione in pieno. In effetti, trovo difficile dire con sicurezza se Tougen Anki mi sia piaciuto o meno. Ci sono degli aspetti che ho apprezzato, altri che mi hanno infastidita molto, altri ancora che sono classici del battle shonen ma che mi annoiano… Ma andiamo con ordine.
Un battle shonen con tutti gli elementi caratteristici
Molti episodi di Tougen Anki sono incentrati sulle battaglie tra Oni e Momotaro durante le quali le tecniche dei contendenti diventano le vere protagoniste. Devo dire che gli scontri mi annoiano. Mi è successo anche con Jujutsu Kaisen e con alcune puntate di Naruto. Non trovo particolarmente interessante vedere persone che si combattono a meno che non si tratti della battaglia finale o di un momenti di crescita personale ed emotiva dei personaggi. Di conseguenza, ci sono state delle puntate che ho seguito con meno attenzione proprio perché non mi importava più di tanto chi stesse ammazzando chi.
Nonostante questo, l’uso del sangue come arma degli Oni mi piace molto. Visivamente è di grande impatto. La presenza del sangue addosso ai protagonisti e nell’ambiente circostante colpisce per la sua carica viscerale, richiamando una violenza primordiale e istintiva. È uno degli elementi per me più interessanti della serie.
I personaggi di Tougen Anki
I character design dei personaggi maschili sono bellissimi. Non ho altro modo per descriverli. Li trovo tutti molto intriganti e sexy. I character femminili, invece, costituiscono per me il problema più grande di Tougen Anki. Se qualcunə mi dicesse che si è rifiutato di vedere l’anime per come sono rappresentate le donne, lo capirei perfettamente anzi lə darei ragione. Nel 2025 vedere quei seni così sproporzionati e quegli abiti così poco adatti a un campo di battaglia è davvero di cattivo gusto. Inoltre, i personaggi femminili sono scritti proprio male. Byobugaura con il suo complesso di inferiorità è insopportabile e dispiace davvero tanto vederla comparire di tanto in tanto solo per scusarsi della sua inutilità. Sembrerebbe anche nascondere un passato traumatico che potrebbe aggiungere profondità alla trama. Però, fino ad ora, è tutto solo lasciato intuire. Spero che le venga data più giustizia in futuro.
Va però riconosciuto che neanche i protagonisti maschili brillano per le personalità. Shiki è il classico protagonista tutto istinto, bontà e poco cervello (Yodogawa lo dice apertamente negli episodi finali) destinato a compiere imprese eroiche grazie a un potere straordinario che gli è dato in sorte e che probabilmente imparerà a usare in nome di ideali alti e positivi. Kougasaki è leggermente più interessante per il percorso di crescita che affronta nell’arco finale della stagione. Rokuro Kiriyama è l’oni del gruppo che mi è piaciuto di più per il suo passato anche se poi si perde completamente nel corso della storia. Gli altri due ragazzi sono poco più che macchiette. Anche il professore nel suo essere di poche parole e molto burbero non è poi così originale. Però funziona sicuramente meglio di tanti altri personaggi.
I Momotaro
I Momotaro rappresentano gli antagonisti cattivi nel senso più vero dell’aggettivo. Sono senza scrupoli, sadici e del tutto disinteressati ad ascoltare le ragioni di quelli che considerano nemici naturali. Alcuni personaggi sono veramente odiosi e ti portano a desiderarne la fine. Tougen Anki conferma la tendenza iniziata da Jujutsu Kaisen che vede il ritorno degli antagonisti piatti, ovvero quelli che si divertono a fare del male senza avere alle spalle chissà quali motivazioni.
Shinya è tra i personaggi più detestabili che io abbia mai visto. Non sono riuscita ad apprezzarlo neanche una volta raccontato il complesso d’inferiorità provato nei confronti degli altri Momotaro nati con poteri di gran lunga superiori ai suoi. Tuttavia, questa parte l’ho trovata molto interessante perché solleva un grande dilemma sociale e culturale: in un mondo che celebra i talenti ed è disposto a mettere in luce solo i cosiddetti geni, che cosa dovrebbero fare le persone comuni per potersi sentire ugualmente apprezzate? Chiaramente non quello che fa Shinya, ma al di là della responsabilità del singolo è chiaro che il problema nasce anche dal vivere in una realtà che dà valore solo alla straordinarietà piuttosto che all’ordinarietà.
Le interazioni tra i personaggi
Nonostante i personaggi non siano particolarmente interessanti, alcune interazioni tra loro funzionano molto, soprattutto a livello comico. Devo ammettere che il rapporto tra Kuina e Rokuro mi ha fatto molto ridere. La battuta dei compagni di classe quando Rokuro racconta di sentire una presenza che lo segue sempre è tra le più divertenti che io mi ricordi. Mi fanno ridere anche alcuni scambi tra i compagni di classe.
Il rapporto d’amicizia tra Mikado e Shiki è molto carino. Al di là delle vibes omoerotiche, penso che sia stata una svolta importante per la storia. Fa molto ridere che i due si considerino amici per la pelle dopo aver passato appena poche ore insieme… però sono molto teneri tra di loro.
Combattere per farsi ascoltare
Il discorso che Mudano fa a Shinki a proposito dell’importanza di combattere per potersi sedere al tavolo delle trattative con i Momotaro mi ha colpita tanto. Tougen Anki vede tutti i protagonisti impegnati a cercare di essere più forti. Le persone deboli e incapaci di combattere sono destinate a farsi schiacciare. È un discorso già visto e sentito in tanti altri anime shonen… però qui si colora di altre sfumature. La forza è l’unico modo per mostrarsi a coloro dai quali si viene disprezzati. L’unico linguaggio che persone mediocri e spietate capiscono. Essere tanto forti diventa l’unico modo per cercare di sopravvivere e di convincere chi non ti vuole vedere a guardarti. È un messaggio interessante che dimostra quanto il dialogo sia prezioso, ma spesso difficile da ottenere se una delle due parti si sente così superiore da non voler concedere nulla all’avversario. È una roba che vediamo nel mondo in cui viviamo. Purtroppo.
Tougen Anki – stagione 2
La stagione 2 di Tougen Anki è confermata.
La guarderò sicuramente… sarei pure intrigata dal leggere i manga per vedere i disegni e le tavole… ma ho paura di perdere interesse molto facilmente. Vedremo nel corso dei mesi come si mettono le cose. In ogni caso, Tougen Anki va bene come anime da guardare con leggerezza e senza pretese. Se però facessero dei personaggi femminili sensati, sarebbe molto meglio.
Concludo l’articolo con l’opening della prima parte della stagione, altro elemento che reputo vincente della serie.
Federica Crisci
The Fragrant Flower Blooms with Dignity
Solitamente inizio a guardare un nuovo anime per due ragioni:
- me lo consigliano amici, conoscenti oppure profili sociali che seguo;
- m’imbatto per caso in disegni che mi colpiscono molto.
Con The Fragrant Flower Blooms with Dignity sono successe entrambe le cose. Ho visto per caso la locandina su Netflix e sono rimasta subito colpita dal character design dei personaggi. Quasi contemporaneamente, ho iniziato ad avere il feed di Instagram pieno di post e video dedicati all’anime. A quel punto, mossa dalla curiosità, sono andata a guardare il trailer.
A quel punto, ho inserito su Netflix il promemoria per essere subito informata dell’uscita della prima puntata. Non ero molto contenta di dover aspettare il 7 settembre (data di rilascio italiana), ma in fondo sapevo che l’estate sarebbe trascorsa in fretta soprattutto visto il lungo viaggio in Giappone che mi aspettava. Sennonché, arrivo in Giappone e scopro che The Fragrant Flower Blooms with Dignity è disponibile su Netflix con i sottotitoli in inglese. Non tutti gli episodi, perché era ancora in uscita, ma comunque abbastanza per farmi un’idea generale della storia e capire quanto avrebbe potuto interessarmi. Così, ho visto il primo episodio.
Mi ha presa. Tanto. Un po’ come immaginavo.
La trama
Nella pasticceria di famiglia, Rintaro Tsumugi incontra Kaoruko Waguri, una ragazza golosa di dolci che lo colpisce perché invece di avere timore di parlare con lui (come la maggior parte delle persone che lo considerano un delinquente basandosi solo sull’aspetto) si mostra molto gentile e bendisposta. La frequentazione tra i due è però messa a repentaglio dall’appartenenza dei ragazzi a due scuole che, pur essendo geograficamente vicine, sono acerrime nemiche: la scuola femminile Kikyo, infatti, non vede di buon occhio i ragazzi della Chidori, considerati dei buoni a nulla. Gli studenti si evitano a vicenda nutrendo grandi pregiudizi nei confronti gli uni delle altre.
L’amore tra Rintaro e Kaoruko riuscirà ad andare oltre tutta questa diffidenza oppure ne sarà travolto? Questa è la domanda intorno alla quale ruota la stagione, almeno fin dove ho avuto modo di guardarla.
Un Romeo e Giulietta scolastico
Raccontare una storia d’amore impossibile tra due ragazzi appartenenti a fazioni tra loro opposte è una scelta vincente. Shakespeare ce l’ha insegnato ormai da secoli grazie al capolavoro che è Romeo e Giulietta. Che la cornice funzioni, quindi, è chiaro. Però, bisogna fare attenzione all’immagine che si sceglie di metterci dentro perché se si tratta di una copia troppo esplicita e priva di elementi originali ovviamente non può funzionare.
In The Fragrant Flower Blooms with Dignity questi elementi originali non mancano. I personaggi, oltre ad avere dei character design molto interessanti, hanno una complessità emotiva e di pensiero che dona loro realismo. E non parlo solo dei protagonisti, ma anche della cerchia di amici e amiche che li circonda e che contribuiscono allo sviluppo della narrazione.
Questo mondo interiore viene fuori attraverso dialoghi molto intensi in cui è sorprendente la capacità di questi giovani di parlare apertamente dei loro sentimenti. Un po’ come avviene in Blue Box, Rintaro, Kaoruko, Saku e Hoshina sono molto abili nell’identificare l’emozione alla base delle loro azioni e spiegarla. In questo modo, anche quando agiscono in maniera non del tutto trasparente o egoistica, sono in grado di avere un confronto aperto e onesto tra loro di modo da risolvere la situazione. Non è qualcosa di realistico (soprattutto considerando la loro giovane età), ma è sicuramente d’esempio. Credo che ci sia bisogno di vedere storie in cui si parla di emozioni, di come esprimerle, di come gestirle. Ancora di più se a farlo sono dei ragazzi.
Una prospettiva maschile
Sebbene si possa cadere nella tentazione di etichettare The Fragrant Flower Blooms with Dignity come shojo in quanto storia d’amore -come Honey Lemon Soda -, non lo è. Il manga da cui deriva è, infatti, uno shonen pubblicato sulla rivista online Magazine Pocket di Kōdansha. Considerando il target, sorprende anche di meno il fatto che il protagonista della storia sia Rintaro. Per quanto Kaoruko abbia un ruolo importante e anche episodi quasi del tutto dedicati a lei, la narrazione principale riguarda il ragazzo. Un ragazzo che ha progressivamente perso interesse nel riuscire bene a scuola o nel creare legami con le persone poiché schiacciato dai pregiudizi legati al suo aspetto. Rintaro finisce per abbracciare l’idea di sé che le persone intorno a lui, non conoscendolo, gli restituiscono e sembra del tutto rassegnato a questo ritratto. Fin quando non incontra Kaoruko, ma anche un gruppo di amici in grado di andare oltre le apparenze.
Non solo una storia d’amore
The Fragrant Flower Blooms with Dignity non è solo una storia d’amore. Altrettanto importante per lo sviluppo della storia sono i legami d’amicizia che legano Rintaro a Usami, Saku e Yorita e Kaoruko a Subaru. Queste relazioni sono tanto belle da vedere perché limpide. Anche quando nascono delle discussioni, alla base rimane il desiderio di comprendere il punto di vista dell’altra persona e di esserle d’aiuto. La disposizione all’ascolto e la propensione al dialogo sono sempre presenti anche nel gruppo dei ragazzi. Inizialmente hanno più difficoltà a esporsi, ma quando ci riescono lo fanno con una spontaneità e una franchezza che commuove soprattutto perché avviene tra ragazzi. Purtroppo, ancora oggi esiste la forte convinzione che la sfera emotiva non riguardi il mondo maschile e che essa possa essere d’ostacolo all’affermazione dell’uomo nella società. Mostrare dei rapporti d’amicizia tra uomini alternativi alla cui base ci siano sostegno e fiducia piuttosto che battute sessiste e volontà di apparire forti e tutti d’un pezzo è utile per educare i ragazzi a pensarsi in maniera diversa. In maniera più sana.
Anche ciò che ci viene mostrato del rapporto d’amicizia tra Kaoruko e Subaru è a suo modo interessante. Qui vediamo un legame più tradizionale in cui l’affetto tra le due funge da spinta al miglioramento e all’amore di sé. La complicità e il sostegno che si dimostrano è toccante. È sicuramente un rapporto che si vorrebbe avere nella vita.
The Fragrant Flower Blooms with Dignity gira intorno anche ad un altro tema: la necessità di andare oltre le apparenze. È un messaggio importante in una cultura come quella giapponese che si fonda su come ci si mostra e sulla percezione che le persone hanno di te. È un messaggio importante anche in una cultura come la nostra dove, nonostante si predichi l’importanza di essere se stessi indipendentemente da ciò che il mondo chiede, si tende sempre più ad omologarsi al gruppo e ad apparire, soprattutto sui social. Puntare l’attenzione su ciò che è piuttosto che su ciò che da fuori si percepisce è un tema altrettanto vecchio. “Le cose non sono come sembrano”, “Mai giudicare dalle apparenze”. Eppure sembra che ancora abbiamo molto da imparare.
The Fragrant Flower Blooms with Dignity: release date dell’anime e del manga
Dal 7 settembre su Netflix saranno disponibili i primi 2 episodi di The Fragrant Flower Blooms with Dignity. A seguire, verrà rilasciato un episodio a settimana, la domenica.
Per avere i primi volumi del manga tra le mani, invece, dovremo aspettare la fine di novembre, periodo in cui la J-Pop intende lanciare l’opera che in patria conta già ben 18 volumi. In Giappone ho acquistato il primo volume dell’opera e devo dire che apprezzo molto i disegni. La gabbia delle vignette e le inquadrature sono piuttosto statiche e lineari, tranne nei momenti d’azione (che non sono poi tantissimi). Inutile dire che è una delle opere che collezionerò nella mia libreria, sperando che si continui a rivelare interessante e non troppo scontata.
Scheda tecnica
| Titolo originale: | 薫る花は凛と咲く (Kaoru hana wa rin to saku) |
| Studio di animazione: | CloverWorks |
| Anno di uscita: | 2025 (dal 7 settembre) |
| Manga: | 18 volumi in Giappone. In uscita in Italia da fine novembre. |
| Genere: | shonen, romantico, scolastico |
| Voto: | 4/5 |
| Da guardare se | si amano le storie d’amore ambientate a scuola e soprattutto i dialoghi a cuore aperto tra i personaggi |
Federica Crisci
Le immagini contenute in questa recensione sono riprodotte in osservanza dell’articolo 70, comma 1, Legge 22 aprile 1941 n. 633 sulla Protezione del diritto d’autore e di altri diritti connessi al suo esercizio. Si tratta, infatti, di «riassunto, […] citazione o […] riproduzione di brani o di parti di opera […]» utilizzati «per uso di critica o di discussione», nonché per mere finalità illustrative e per fini non commerciali. La presenza in Anime a Merenda non costituisce «concorrenza all’utilizzazione economica dell’opera».
Romantic killer: ecco cosa possiamo capire sull’amore
Nel mondo dei manga e degli anime non mancano di certo le storie d’amore. D’altra parte, si tratta di uno dei temi narrativi più antichi al mondo. Da quando l’essere umano ha iniziato a raccontare storie non ha potuto fare a meno di mettere in scena il sentimento romantico, di interrogarsi sulla sua origine, sulla sua potenza, sui suoi cambiamenti, sulle sue sfaccettature.
Nonostante tutta la letteratura, i film, le serie tv, i saggi, le discussioni di qualsiasi grado di profondità e le esperienze quotidiane nostre e degli altri, ancora ci troviamo disarmati di fronte ai sentimenti d’amore che proviamo. Non tutti/e riusciamo a definirlo e le persone che ci riescono partono da quanto da loro provato senza considerare le innumerevoli sfaccettature di fronte alle quali ci si può trovare nella vita.
Ho guardato diversi anime e letto numerosi manga su questo argomento. Alcuni mi sono piaciuti da impazzire, molti mi hanno fatto ridere, altri ancora mi hanno fatto commuovere. Quando, però, pensavo a un titolo di cui parlare in occasione di San Valentino, ho capito che ce n’era solo uno che poteva davvero raccontare la mia visione dell’amore e tutto ciò che significa per la nostra specie: Romantic killer.
Una storia d’amore che non è una storia d’amore
Anzu Hoshino è una ragazza con tre ragioni di vita: i videogiochi, il cioccolato e il suo gatto, Momoichi. Non ci pensa proprio ai ragazzi né alle storie d’amore fin quando dalla sua televisione non comprare Riri, un essere magico incaricato di risolvere il problema della bassa natalità in Giappone. Anzu è stata scelta come primo soggetto di un esperimento volto a far nascere nuove coppie che un domani potrebbero risollevare il tasso demografico nipponico, propio lei che del sentimento romantico non sa nulla né è interessata a conoscerlo.
Riri sottrae ad Anzu le sue ragioni di vita e le assicura che da quel momento in poi la sua vita diventerà come quella di un’eroina degli shojo manga. E così, la strada della sedicenne è portata a incrociarsi con quella di Tsukasa Kazuki, Junta Hayami e Hijiri Koganei, tre bellissimi ragazzi, ognuno con una sua peculiarità, tra cui ci potrebbe essere solo l’imbarazzo della scelta. Anzu, però, è determinata a non cedere al ricatto di Riri: recupererà i suoi tre grandi amori rimanendo single.
Cosa Romantic killer ci insegna sull’amore
Sebbene Anzu sia intenzionata a non innamorarsi di nessuno dei suoi pretendenti, finisce per affezionarsi profondamente ai ragazzi che ha intorno e sviluppa con loro un rapporto sincero, tenero, di scambio.
Si sente molto parlare di “relazioni sane” in contrapposizione a quelle “tossiche”. Tutte e tutti noi ci troviamo almeno una volta nella vita invischiati in legami che portano a provare molte più emozioni negative che positive e da cui risulta difficile tirarsi fuori per tutta una serie di motivazioni (per alcuni succede sistematicamente). Tali rapporti così sofferti nascono non solo in amore, ma anche in amicizia, perfino negli ambienti lavorativi. Complici di queste relazioni malsane sono tante idee sociali e culturali che circolano sull’amore, sul maschile e sul femminile. Responsabili di queste immagini sono anche – ahimé – i prodotti culturali, di qualsiasi epoca e provenienza, che rispecchiano in pieno le tradizioni del proprio tempo. Molte persone non saranno d’accordo con me, ma io sono profondamente convinta che le storie raccontate nei film, nei libri, nelle serie, nei fumetti finiscano per influenzare e modellare il nostro immaginario quasi quanto (in alcuni casi anche tanto quanto) le esperienze che viviamo o l’educazione che riceviamo.
Crediamo che l’amore vero comporti sofferenza, che il compito della persona che ci ama sia salvarci dal male, che le persone che amiamo ci appartengano, che esista un unico grande amore per tutti/e noi, che il fine ultimo della vita (soprattutto per le donne) sia aspirare al matrimonio e che le relazioni amorose servano a mettere su famiglia. Tutto ciò, quando inteso in senso assoluto e non in maniera complessa, rischia di dar vita a dinamiche relazionali particolarmente dannose. Di conseguenza, non potremo mai liberarci di rapporti tossici se non iniziamo a promuovere modelli di relazioni migliori.
È qui che entra in gioco Romantic killer con le sue non-storie d’amore. Piuttosto che focalizzarsi su un’idea di relazione, l’opera si concentra sul modo in cui si costruiscono i legami. Quest’ultimi possono avere varie nature, ma sono fondamentali per crescere, per comprendersi, per perdonarsi. In altre parole, per vivere.
Anzu e Kazuki
Il rapporto tra Anzu e Kazuki è quello che ci accompagna per più tempo nel corso dei 12 episodi della serie disponibile su Netflix ed è quello che più di tutti cambia nel corso del tempo tanto da portare il ragazzo a innamorarsi della protagonista nonostante inizialmente non avesse alcun tipo di interesse nei legami amorosi. Riri potrà pure cercare di forzare la nascita di momenti romantici, ma il legame tra i due va ben oltre il brivido provato per i due corpi che finiscono goffamente l’uno sull’altro. Inizialmente, i due si sentono a proprio agio quando sono insieme. Vivendo nella stessa casa (condizione sempre forzata dalla magia), si conoscono tanto da sviluppare uno stretto rapporto di fiducia in cui c’è una profonda comprensione dell’emotività dell’altro/a.
La presenza di Anzu permette a Kazuki di superare diverse situazioni per lui difficili (la vita scolastica o il giro dello shopping) e, soprattutto, gli consente di processare il trauma subito come vittima di stalking. Da persona incapace di esprimere la propria volontà e spaventata dalle relazioni con il prossimo a causa della sua bellezza, Kazuki impara nuovamente a entrare in connessione con le persone e smette di sentirsi in colpa per ciò che è successo. Può farlo perché accanto ha una persona che in maniera del tutto naturale e spontanea lo ascolta, lo abbraccia e gli dice:
Mi dispiace solo che, se fossi diventata tua amica prima, avrei potuto credere a te, prima di chiunque altro.
Gesti e parole simili possono essere molto più potenti di un qualsiasi “ti amo”. Di certo, ne definiscono (almeno in parte) il significato. Il legame di Anzu e Kanzuki è fatto di supporto, di fiducia, di ascolto, di protezione e di cura. È autentico e sincero. Li cambia, ma in maniera spontanea, senza forzature. Forse non si concretizzerà mai in un rapporto romantico, ma si è già dimostrato ciò che una relazione dovrebbe essere: un’aggiunta in gradi di arricchire la propria esistenza.
Anzu, Junta e Hijri
Il rapporto che Anzu ha con gli altri due ragazzi, Junta e Hijiri, è diverso e ci mostra altri aspetti dell’amore.
Junta è l’amico d’infanzia (figura immancabile nel mondo dello shojo e in molte storie d’amore occidentali) da sempre affascinato da Anzu. È stata proprio lei la prima a notare i suoi pronti riflessi e a suggerirgli di praticare baseball, disciplina nella quale Junta diventa un vero e proprio astro nascente. Nonostante i suoi sentimenti, il ragazzo non è morboso nei confronti di Anzu e anche quando è geloso di Kazuki, non diventa mai aggressivo né spiacevole. Parte dal presupposto che la ragazza debba essere libera di scegliere e che, comunque vada, potrà avere la consapevolezza che lei è felice. Quando si dice che l’amore è disinteressato, s’intende esattamente questo. È difficile arrivare a una simile consapevolezza, ma è un passaggio necessario per creare dei rapporti veramente solidi e arricchenti.
Il rapporto tra Anzu e Hijiri è molto più altalenante a causa del carattere viziato di lui. Eppure, anche in questo caso la presenza dell’eroina consente al ragazzo di cambiare il suo punto di vista sul mondo. Dopo il netto rifiuto di Anzu di avere a che fare con lui, Hijiri inizia a prendere consapevolezza dell’esistenza di altri esseri umani con le loro caratteristiche e desideri. Decide, quindi, di prendersi delle responsabilità e di scoprire com’è davvero il mondo che lo circonda. E che cos’è l’amore se non un modo per crescere?
Una vera anti-eroina?
Kazuki, Junta e Hijiri saranno pure ikemen (bei ragazzi), ma nessuno di loro batte Anzu in quanto a figaggine.
La protagonista di Romanic killer è tra i miei personaggi preferiti di sempre, un po’ come Maomao di The apothecary diaries. È divertente, leale, gentile e genuinamente buona. Tanto sa essere goffa quanto forte quando si tratta di difendere chi o cosa le sta a cuore. È determinata e non permette a niente di mettersi tra lei e ciò che le piace davvero.
Spesso nel corso della serie, Riri la definisce come un’anti-eroina. In effetti, Anzu è proprio l’opposto delle eroine shojo a cui siamo abituate. Anche se la sua ingenuità e la sua sbadataggine ricordano un po’ quella di Bunny in Sailor Moon, siamo ben lontane dai modelli canonici. Le protagoniste solitamente sono bellissime e riescono facilmente in tutto ciò che fanno. Hanno ottime doti in cucina o nell’ambito domestico e anche nei casi in cui non siano particolarmente interessate all’amore, lo accolgono facilmente non appena si presenta il bono di turno. Anzu non è e non fa nulla di tutto questo.
La protagonista di Romantic killer sembra più uscita fuori da un manga shonen che non da uno shojo. In merito a questo, è sicuramente curioso che i capitoli siano stati pubblicati proprio su Shonen Jump+, la piattaforma online di Shueisha, nota soprattutto per la pubblicazione di Weekly Shonen Jump su cui abbiamo letto One Piece, Dragon Ball, Jujutsu Kaisen e Naruto. Ed è proprio al protagonista di Kishimoto che mi è venuto da pensare mentre riflettevo sul personaggio di Anzu. Il modo assoluto in cui difendono ciò in cui credono, la loro incorruttibilità e la loro innata propensione a far del bene a chi li circonda li rende sicuramente degni del titolo di eroe ed eroina. Vedere finalmente una donna con queste caratteristiche è davvero liberatorio.
Una storia divertente con tematiche importanti
Oltre a parlare d’amore, Romantic killer affronta altri temi ugualmente importanti per la nostra generazione e ancora fortemente attuali. D’altra parte, il manga di Wataru Momose è uscito tra l’estate del 2019 e quella del 2020, non molto tempo fa.
La bellezza come maledizione
Dire che siamo ossessionati/e dal tema della bellezza non mi sembra esagerato. Ogni anno spendiamo una grandissima quantità di soldi per curare il nostro aspetto fisico. Molti danno la colpa ai social e sicuramente la necessità di apparire sempre al meglio di modo da poter essere giudicati meritevoli e invidiati per la perfezione che ostentiamo è una delle grandi piaghe dei nostri tempi. Eppure, l’importanza di essere belli/e, affascinanti, desiderabili è da sempre qualcosa che ci viene richiesto dalla società.
Nelle favole, il principe e la principessa hanno sempre un bell’aspetto proprio come gli eroi dell’epica classica. Decantare la bellezza della donna amata o provare a catturarne le sembianze con il proprio pennello è stato quasi un obbligo per gli artisti del passato. I primi divi e dive del cinema venivano scelti quasi solo esclusivamente in base all’aspetto più che per la bravura.
Siamo così presi dal desiderio di sembrare perfetti che non ci fermiamo mai a chiederci quale peso possa essere essere belli/e in una società come la nostra. Diamo sempre per scontato che sia la condizione ideale e non pensiamo ai rischi o alle sofferenze che queste persone incontrano. Romantic killer ce lo spiega molto bene attraverso le storie di Saki e di Kazuki.
L’amica di Anzu viene continuamente corteggiata solo in quanto bella ragazza, ma nessuno sembra davvero interessarsi a lei come persona. Per non apparire presuntuosa (una delle critiche che facilmente si muovono ai belli), si sente costretta a fidanzarsi con un ragazzo che prima tenta di sedurla, poi sparge voci false su di lei a scuola. Solo Anzu è disposta a credere alla versione di Saki e darà alla ragazza la forza di reagire alle chiacchiere.
La storia di Saki occupa pochissimi minuti nello show eppure già da sola servirebbe per parlare dei tanti preconcetti che si hanno nei confronti di una persona solo perché bella (soprattutto se è donna). In realtà, l’essere continuamente guardati, invidiati, fraintesi solo per il proprio aspetto fisico può essere altrettanto doloroso di quando si viene giudicati perché non si rispecchiano determinati canoni estetici.
Lo stalking: un problema anche al maschile
La bellezza di Kazuki, invece, lo porta a diventare l’oggetto del desiderio di tantissime donne, compresa Yukana Kishi, la donna che diventerà la sua stalker.
È sicuramente interessante scegliere una figura maschile come vittima di stalking anche se chi ha visto Baby Rendeer potrà trovarlo non così originale e soprattutto molto più semplicistico. Ma ricordiamoci che siamo nel mondo manga e anime, quindi il pubblico di riferimento è tendenzialmente diverso.
In realtà, anche se le dinamiche tra aggressore e vittima sono meno problematizzate, il tema è trattato in maniera molto delicata e matura mostrandoci il lato più oscuro dell’attrazione: l’ossessione.
Perché guardare Romantic killer a San Valentino
Romantic killer è l’anime perfetto da guardare durante la giornata di San Valentino. È breve, avvincente, porta con sé tematiche importanti… e soprattutto fa ridere. A sottolineare il lato comico della storia intervengono i disegni spesso esagerati che fanno un uso di linee di contorno più spesse e visibili così da mettere in rilievo l’aspetto comico della scena. Molte scene vi porteranno allegria anche dopo averle già viste. Tra le mie preferite ci sono l’invocazione di Momoichi da parte di Anzu per resistere al fascino di Kazuki e il terrore di Junta e Anzu davanti a uno scarafaggio.
Molti denigrano San Valentino come una trovata commerciale che nulla a che fare con i rapporti umani. Ma tutto dipende dal valore che si dà alle ricorrenze. Potremmo vivere questa giornata come la celebrazione dell’amore inteso come quel sentimento indispensabile alla vita di tutti/e noi che ha così tante sfaccettature da essere difficile da descrivere. Qualsiasi forma assuma, però, deve tendere al bene.
Romantic killer ci racconta questo.
Scheda tecnica
| Titolo originale: | Romantikku Kira |
| Studio di animazione: | DOMERICA – Netflix |
| Anno di uscita: | 2022 |
| Manga: | 4 volumi pubblicati da Planet Manga. In Giappone i capitoli sono stati pubblicati su Shonen Jump+ da luglio 2019 a giugno 2020. |
| Genere: | commedia e dramma sentimentale |
| Voto: | 5/5 |
| Da guardare se: | si ha voglia di ridere e/o di guardare una storia con ottimi personaggi e con tematiche importanti. Oppure se amate i gatti. |
Federica Crisci
Le immagini contenute in questa recensione sono riprodotte in osservanza dell’articolo 70, comma 1, Legge 22 aprile 1941 n. 633 sulla Protezione del diritto d’autore e di altri diritti connessi al suo esercizio. Si tratta, infatti, di «riassunto, […] citazione o […] riproduzione di brani o di parti di opera […]» utilizzati «per uso di critica o di discussione», nonché per mere finalità illustrative e per fini non commerciali. La presenza in Anime a Merenda non costituisce «concorrenza all’utilizzazione economica dell’opera».
Il mio matrimonio felice: Cenerentola in versione shojo e fantasy
A partire dal 6 gennaio andranno in onda su Netflix i nuovi episodi dell’anime Watashi no Shiawase na Kekkon, in italiano Il mio matrimonio felice. Quale migliore occasione per riguardare (e commentare) la prima stagione uscita nel 2023 sulla stessa piattaforma streaming? È quello che mi sono concessa durante gli ultimi giorni delle vacanze natalizie divorando gli episodi in meno di 48 ore. Sono pronta a imprimere in forma binaria tutte le sensazioni provate durante la prima visione dell’opera (avvenuta all’inizio di settembre del 2024) e quella di pochi giorni fa. Se volete, mentre leggete potete ascoltare la sigla e la colonna sonora dell’anime!
Un anime tratto da un manga tratto da un light novel
In origine ci fu la parola scritta. Non è di certo una novità per gli anime essere preceduti dal cartaceo visto che la maggior parte delle immagini animate proviene da un manga. Eppure, nel caso de Il mio matrimonio felice anche le tavole disegnate sono arrivate in un secondo momento. Inizialmente, la storia d’amore di Miyo e Kiyoka è stata sviluppata dall’autrice Akumi Agitogi in forma di romanzo illustrato (i disegni originali sono di Tsukiho Tsukioka) apparso a puntate online sul sito Shōsetsuka ni narō. Solo nel 2018, Square Enix ne ha acquistato i diritti per produrne un manga da pubblicare sulla propria piattaforma online, Gangan Online. In questa nuova versione, i disegni sono stati curati da Rito Kohasaka ed è proprio a questi che la versione anime si rifà.
In Italia sono disponibili 4 volumi del manga e i primi due romanzi di Agitogi, tutti editi da J-Pop. Per ora ho letto solo i takobon, quindi sono all’oscuro degli sviluppi della storia. Devo ammettere che sono molto curiosa di scoprirli. Ma prima di pensare al futuro, è bene riflettere sul passato.
La trama de Il mio matrimonio felice
Nel corso della prima puntata, Il mio matrimonio felice si presenta come un classico shojo dall’ambientazione storica. Siamo, infatti, nel Giappone dell’inizio del XX secolo e la protagonista della storia è un’infelice ragazza orfana di madre maltrattata dalla matrigna e dalla sorellastra. Miyo Saimori appare sin da subito la sorella orientale di Cenerentola ma, a differenza dell’eroina disneyiana, non ha più alcuna capacità di sognare né di sperare in un miglioramento della sua condizione. La mancanza di volontà o di capacità di ribellarsi è dovuta ai tanti anni passati a servire la famiglia, priva di qualsiasi tipo di affetto. L’ultima speranza di riscatto si infrange quando le viene data la notizia che il suo amico d’infanzia – unico conforto nei momenti più bui – sposerà la sorella Kaya mentre lei dovrà lasciare la casa per sposare Kiyoka Kudo, un uomo noto per essere freddo e spietato. Quella che dovrebbe essere la fine si rivela, in realtà, l’inizio di una nuova vita molto promettente. Kiyoka, infatti, si rivela tutt’altro rispetto a quanto detto e il legame che i due intrecciano nel tempo è puro e profondo. Non mancheranno le difficoltà relazionali dovute soprattutto all’insicurezza di Miyo e alla sua completa mancanza di fiducia in sé stessa.
Questa trama piuttosto classica viene condita da elementi fantasy e intrighi di corte che ricordano in maniera molto lontana quelli tra le famiglie di Westeros. In questo mondo, infatti, esistono esseri umani dotati di abilità sovrannaturali utili a contrastare il Grottesco, manifestazioni magiche negative. Miyo, pur appartenendo a una famiglia dotata di poteri, sembra esserne completamente priva ed è questo uno dei motivi che ha portato il padre a disprezzarla e lei a considerarsi una nullità.
Chi ha visto l’anime o letto il manga/i romanzi sa che le cose stanno in maniera piuttosto diversa. Non mi dilungo oltre, ma nei prossimi paragrafi ci saranno spoiler, quindi se non avete visto l’anime, non andate oltre e tornate quando avrete finito!
Un’eroina alla ricerca di sé stessa
Non è sempre facile entrare in empatia con Miyo. Nonostante la sua storia terribile renda perfettamente comprensibile il suo carattere e atteggiamento, vederla così abbattuta e incapace di reagire per così tanti episodi mette a dura prova l’amore che si può provare per questo personaggio. Non aiuta sicuramente neanche l’epoca che vede le donne così legate alla vita domestica o al ruolo di mogli. Eppure, al di là di queste barriere puramente soggettive, devo ammettere che il percorso che porta Miyo alla scoperta e all’amore per sé stessa è stato costruito in maniera credibile e profondo per tutto il corso della stagione. Inoltre, è molto interessante (nonché profondamente realistico) che questa crescita preveda tanto interventi dall’esterno quanto il lavoro interno della singola.
Miyo inizia a costruire la sua sicurezza nel momento in cui vede riconosciute le sue abilità da Kiyoka. Come dice esplicitamente la domestica Yurie:
Una donna acquista fiducia in sé stessa quando è amata.
Credo che sostituendo la parola “donna” con “persona” si renda la frase molto più vera a livello generale. L’amore, di qualsiasi tipo non per forza romantico, ha questo tipo di potere. Sentirsi apprezzati e valorizzati per ciò che si è nonostante tutti i difetti che possiamo riconoscerci, aiuta ad acquisire sicurezza nelle proprie capacità e a sentirsi sereni, se non addirittura entusiasti, della vita.
Ma l’amore proveniente dagli altri o dalle altre, da solo, non può essere sufficiente.
L’episodio più bello dell’anime
Nonostante l’affetto ricevuto dalla famiglia Kudo e i buoni propositi di impegnarsi per diventare una moglie degna del suo compagno, Miyo ha ancora moltissime insicurezze che la portano a perdere fiducia in un attimo. Gli elementi fantasy della storia sono qui il correlativo oggettivo degli angoli ancora non esplorati del percorso di crescita. Gli incubi che tormentano e debilitano Miyo e la spingono ad allontanarsi da Kiyoka sono prodotti dal potere nascosto della giovane. La sua potentissima abilità innata, sigillata dalla madre per impedire alla famiglia Saimori di impossessarsene, la tormenta pur di essere espressa e di venir fuori. Tutto ciò non è nient’altro che una metafora per raccontare l’importanza di entrare in contatto con sé stessi, di conoscersi e di imparare a capirsi così da poter esprimere appieno la propria personalità. Miyo non ha bisogno solo di sentirsi amata, quello è solo il primo passo. Ha soprattutto bisogno di amarsi. È l’unico modo per uscire davvero dalla sofferenza e diventare finalmente padrona della sua vita.
L’ultimo episodio della prima stagione (Luce nell’oscurità, ep. 12) per me vale tutta la serie. Prima di poter salvare Kiyoka, Miyo deve confrontarsi con la bambina e con la ragazza spaventata e arrendevole che è stata. Deve perdonarsi. Deve affermare con convinzione e fiducia i suoi desideri e la volontà di combattere per realizzarli. L’abbraccio rassicurante e tenero che Miyo dona alla parte più oscura di lei è quello che ognuno/a di noi dovrebbe concedersi sempre, soprattutto nei momenti più difficili. Amare ciò che di noi ci ha procurato tanta sofferenza è sicuramente la prova più dura davanti alla quale possiamo essere testati.
Una volta superata questa prova, Miyo diventa una vera e propria eroina che si discosta con orgoglio dal modello disneyano. A differenza di Cenerentola che si fa salvare dai topolini e dal principe azzurro, Miyo diventa la salvatrice di Kiyoka. Un finale inaspettato e sorprendente visto l’andamento del personaggio, ma sicuramente in linea con molte altre trame shojo.
Cosa vuol dire avere una famiglia?
Un altro tema molto interessante che emerge dalla visione de Il mio matrimonio felice è il significato di “famiglia”.
Miyo si domanda spesso che cosa significhi averne una visto che nell’ambiente in cui è cresciuta non ha potuto fare altro che sperimentare odio e maltrattamenti. Avendo vissuto un’esperienza così traumatica, ragiona per assoluti pensando che nei rapporti possano esistere solo i sentimenti e le emozioni più estreme. Osservando il rapporto tra Kiyoka e sua sorella maggiore Hazuki e dal confronto con suo nonno, scopre che le cose sono leggermente più complicate.
Abbiamo personalità incompatibili, ma siamo cresciuti nello stesso ambiente quindi ci capiamo. In definitiva, penso che sia una brava persona.
Così Kiyoka parla di sua sorella raccontandoci una verità tanto banale quanto… vera. Non scegliamo i nostri parenti, quindi è possibile (se non altamente probabile) che non ci siano affinità di carattere né di gusti. Nonostante questo, crescere e vivere insieme crea un legame indissolubile e incisivo per ciò che siamo e vivremo.
Condividere un peso che non puoi portare da sola è ciò che fa una famiglia.
Questo, invece, è il modo in cui il nonno di Miyo prova a spiegarle che cosa significa avere dei legami di sangue, aggiungendo che la presenza dei famigliari non risolve il problema né esonera il singolo dalle sue responsabilità, ma fornisce sicuramente un appoggio emotivo o prativo. L’anziano Usuba afferma anche che si può non essere d’accordo con le scelte compiute dai propri familiari senza che questo cancelli l’amore provato. Trovo che sia un modo molto delicato e realistico di descrivere ciò che una famiglia può essere.
A dispetto dei colori pastello e dell’atmosfera romantica che Il mio matrimonio felice regala, temi importanti come la crescita personale, il significato dei legami famigliari e che cosa sia la felicità (argomento trattato nell’episodio OVA uscito a ottobre 2024) non vengono infiocchettati e trattati con sognante idealismo. Si può parlare, piuttosto, di concreto ottimismo.
Perché guardare Il mio matrimonio felice?
Il mio matrimonio felice è uno shojo fantasy con delle belle animazioni e momenti molto appassionanti. Ci possono essere scene meno entusiasmanti e alcune battute potrebbero far storcere il naso nell’epoca moderna, ma credo che possa essere un ottimo modo per passare una giornata staccando completamente la spina. D’altra parte, essendo composta solo da 13 episodi, si guarda in un attimo.
Personalmente, non vedo l’ora di guardare i nuovi episodi!
Scheda tecnica
| Titolo originale: | Watashi no Shiawase na Kekkon |
| Studio di animazione: | Kinema Citrus |
| Anno di produzione: | 2023 (dal 5 luglio al 20 settembre) |
| Manga: | 4 volumi con disegni di Rito Kohsaka pubblicati dal 2018 su Gangan Online |
| Genere: | Shojo fantasy |
| Voto: | 3,5/5 |
| Da guardare se: | piacciono le storie romantiche e le ambientazioni fantasy. |
Federica Crisci
Le immagini contenute in questa recensione sono riprodotte in osservanza dell’articolo 70, comma 1, Legge 22 aprile 1941 n. 633 sulla Protezione del diritto d’autore e di altri diritti connessi al suo esercizio. Si tratta, infatti, di «riassunto, […] citazione o […] riproduzione di brani o di parti di opera […]» utilizzati «per uso di critica o di discussione», nonché per mere finalità illustrative e per fini non commerciali. La presenza in Anime a Merenda non costituisce «concorrenza all’utilizzazione economica dell’opera».
Gli anime del 2025 che non vedo l’ora di vedere
L’arrivo di un nuovo anno porta sempre con sé delle emozioni ambivalenti e spesso contrastanti tra loro. Sono arrivata da tempo alla consapevolezza che la data sul calendario è puramente convenzionale. Di fatto, il passaggio dal 31 dicembre al 1 gennaio non ha nulla di diverso da quello degli altri giorni se non il significato che socialmente gli attribuiamo. Eppure, ho capito che ignorare l’importanza dei simboli può essere controproducente. Gli esseri umani vivono di simboli. È un modo che hanno trovato per celebrare l’esistenza e darle significato davanti all’inesorabile e veloce passaggio del tempo. Di conseguenza, non ho potuto fare a meno di salutare il 2024 pensando a quanto di buono e di brutto mi ha lasciato e di accogliere il 2025 con una lista non troppo lunga di buoni propositi. D’altra parte, se le cose le inquadri nella giusta prospettiva, possono essere strumenti utili per la crescita personale.
Per quanto rendermi conto che è passato un altro anno ancora non è più come quando avevo 16 anni e non vedevo l’ora di diventare maggiorenne, quest’anno il primo pensiero che mi veniva in mente era:
Nel 2025 potrò vedere tantissime nuove stagioni che attendo da tanto!
Voglio condividere con voi una lista di alcuni anime in uscita nel 2025 che sto aspettando con tanta trepidazione!
1. The apothecary diaries – stagione 2
Guardare Il monologo della speziale è stato uno dei momenti più belli del 2024. Mi è piaciuto tutto di quest’anime: dalla protagonista alla storia, dalle canzoni all’animazione. L’ho trovato tanto stimolante e non ho potuto fare a meno di rivedere l’intera stagione appena finiti tutti gli episodi. Ancora oggi devo combattere con l’istinto di riavviare “play” su Chruncyroll. Trovo entusiasmante vedere come i vari episodi, anche quelli autoconclusivi, siano tutti intrecciati tra loro e ti facciano entrare in una storia ricca di intrighi, ma anche di buoni sentimenti. Non vedo l’ora di essere nuovamente sorpresa dall’intuito e dalle capacità di Mao Mao nonché di sorridere ai suoi battibecchi con Jinschi.
2. Lady Oscar – il film della Mappa
Il manga di Riyoko Ikeda e l’anime che ne è stato tratto hanno segnato l’infanzia di tantissimi/e Millennial. La storia del comandante Oscar, una donna cresciuta come un uomo, e della sua amicizia con la regina di Francia Maria Antonietta è ormai diventata quasi più celebre degli eventi stessi della Rivoluzione francese. Nel 2025 questo splendido capolavoro tornerà sullo schermo in una veste completamente nuova. Lo studio d’animazione Mappa ha annunciato il remake animato di Le rose di Versailles che verrà distribuito nelle sale cinematografiche in primavera. I disegni sembrano molto più fedeli alle tavole della mangaka anche se mi fanno un effetto strano avendo ben in mente le immagini dell’anime degli anni Ottanta. Nonostante questo, sono curiosissima di vedere cosa le animazioni straordinarie della Mappa (nota per aver curato Jujutsu Kaisen e le stagioni finali di Attack on Titan) aggiungeranno alla storia.
3. Spy x Family – stagione 3
Durante il Jump Festa 2025 è stato annunciato l‘arrivo della terza stagione di Spy x Family durante il prossimo autunno. Sebbene sia piuttosto lontano, non posso fare a meno di desiderare che ottobre arrivi prestissimo. Guardare le avventure della famiglia Forger è un toccasana: io non posso fare a meno di ridere anche durante i rewatch (sono arrivata al terzo). I personaggi sono variegati e interessanti. Gli intrecci che si creano a livello narrativo a causa dei segreti che ciascun membro della famiglia ha sono esilaranti e narrativamente ben strutturati. Personalmente, sto aspettando il momento in cui la verità verrà alla luce, ma so bene che dovrò aspettare ben oltre il 2025 per vederlo!
4. Demon Slayer – Il castello dell’Infinito
L’arco finale di Demon Slayer sarà una trilogia cinematografica. Il primo film uscirà proprio nel 2025 e preannuncia di essere grandioso dal punto di vista delle animazioni, come già ci ha dimostrato l’ultimo episodio della scorsa stagione (dedicata all’allenamento dei Pilastri). Questo arco narrativo è probabilmente il più bello e appassionante dell’intera serie. L’ho divorato nel manga e non vedo l’ora di vederlo animato… anche perché, onestamente, i disegni del manga per me lasciano un po’ a desiderare.
5. Il mio matrimonio felice – stagione 2
I primissimi giorni di gennaio porteranno su Netflix la seconda stagione de Il mio matrimonio felice. Questo shojo fantasy ambientato nel Giappone del XX secolo mi ha conquistata non tanto per il romanticismo della storia, ma per la sua capacità di raccontare in maniera complessa temi che potrebbero facilmente essere banalizzati visto il genere di appartenenza. Spero di vedere molti più intrighi e complotti familiari e dal finale del trailer mi sembra che posso ben sperare.
Federica Crisci
Le immagini contenute in questa recensione sono riprodotte in osservanza dell’articolo 70, comma 1, Legge 22 aprile 1941 n. 633 sulla Protezione del diritto d’autore e di altri diritti connessi al suo esercizio. Si tratta, infatti, di «riassunto, […] citazione o […] riproduzione di brani o di parti di opera […]» utilizzati «per uso di critica o di discussione», nonché per mere finalità illustrative e per fini non commerciali. La presenza in Anime a Merenda non costituisce «concorrenza all’utilizzazione economica dell’opera».