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Anime a Merenda

… e Manga a Colazione

Perché i manga piacciono a chi è giovane (e non solo)

Sì, ma perché proprio i manga a scuola e non altri tipi di fumetti?

È la domanda che, qualche giorno fa, mi ha fatto Paolo. Paolo è il mio ex tutor dell’anno di prova, amico, collega e tra i promotori del gruppo Insegnanti si Diventa. Da accanito lettore di One Piece, si è sempre mostrato interessato all’idea di portare i manga nella didattica e ci capita di condividere titoli e proposte. Il giorno della domanda di cui sopra ci eravamo vistə per una colazione così da poter discutere di quanto sostenuto nel primo articolo della rubrica Manga all’appello, ovvero la necessità di aprire le porte scolastiche ai fumetti giapponesi.

Perché proprio i manga, quindi?

La risposta che mi è venuta spontanea è, lo ammetto, abbastanza banale: “Perché lə ragazzə leggono manga, non altri tipi di fumetti”. Ripeto, è banale e non risolve la questione. Però, sposta il focus su un altro interrogativo che merita di essere esaminato: perché i manga piacciono così tanto agli/lle/llə adolescenti?

Credo che così si capisca anche meglio quello che Paolo intendeva con la sua domanda. Mi stava chiedendo se esistono nel manga delle caratteristiche stilistiche o tematiche specifiche in grado di parlare allə ragazzə in maniera più diretta rispetto ai fumetti occidentali.

Quando si entra nell’ambito dei gusti, non è mai possibile dare delle definizioni assolute. L’impatto comunicativo di un’opera non si può valutare solo e unicamente in maniera oggettiva, né tramite un unico fattore. Inoltre, ci tengo a sottolineare che nello scegliere il manga per la didattica non è mia intenzione sminuire il fumetto nostrano né creare delle classifiche di valore tra quest’ultimo e il parente nipponico (non credo neanche di averne le competenze). Parlo del portare il manga a scuola perché è questo che sta riscuotendo un grande successo di vendite tra il pubblico adolescenziale. Accade perché ha delle caratteristiche specifiche che lo rendono particolarmente affascinante? Sì. Anche.

Proverò a illustrarvi i motivi per cui il manga piace tanto, senza avere la pretesa di essere esaustiva.

Storie e disegni per target

I fattori che rendono il manga così appetibile riguardano tanto il suo contenuto quanto lo stile di disegno. In entrambi i casi, parliamo di peculiarità specifiche del fumetto giapponese legate anche al contesto in cui nascono questi prodotti. Non dobbiamo dimenticare che il manga (differentemente dal gekiga) nasce come forma d’intrattenimento su rivista. Nel momento in cui prende in mano la matita – o la penna digitale, più probabilmente – ogni mangaka conosce il genere e l’età anagrafica del suo pubblico. Non è capacità divinatoria, ma il modo in cui funziona il mercato editoriale giapponese, costruito intorno a uno specifico target (come qualsiasi tipo di prodotto commerciale).

Le case editrici principali – Shueisha, Kodansha e Shogakukan – possiedono ciascuna diverse riviste. A distinguerle non sono i generi delle storie che si trovano all’interno, come ci aspetteremmo noi occidentali, ma le persone a cui sono destinate. Le riviste shonen sono pensate per un pubblico di adolescenti maschi, quelle shojo per le adolescenti femmine. Ci sono poi i kodomo, per i più piccoli, quelle seinen per gli uomini adulti e le josei per le donne adulte. Queste sono le categorie editoriali “classiche”, ma è doveroso ricordare che in Giappone si dà molto più peso al titolo della rivista che non al target. Accade, infatti, che ognuna di esse sia abbastanza riconoscibile per le tematiche trattate dalle storie.

Il target non ha nulla di prescrittivo (niente può impedire a un ragazzo di leggere un manga shojo, anzi), ma ci permette di capire una cosa importante: in Giappone c’è un’intera fetta del mercato editoriale che si occupa di produrre storie per il mondo dellə adolescenti. Lo fa in maniera sistematica realizzando un gran numero di tirature, decisamente superiori rispetto a quanto non facciano le case editrici occidentali per prodotti destinati alla stessa fascia d’età.

Cosa vogliono leggere lə adolescenti

All’interno di ciascuna rivista si possono trovare manga molto diversi tra loro per genere e ambientazione. Tale varietà è rafforzata dalla tendenza di molti mangaka a intrecciare culture, periodi storici, mitologie con grandissima creatività e senza mai preoccuparsi di apparire filologicamente credibili.

Una simile versatilità permette a qualsiasi adolescente di trovare la storia adatta a ləi. Una volta catturatə da alcuni da trope narrativi, generi o ambientazioni, potrà andare alla ricerca di un prodotto simile senza troppi sforzi e continuare a leggere. Attraverso l’ibridazione dei generi, poi, è possibile che incontri una storia leggermente diversa e sia incuriositə dalla novità tanto da voler provare altro. Il tutto in un formato facilmente accessibile (le riviste sono molto economiche) e adatto ai ritmi di vita giapponesi (che prevedono lunghi spostamenti sui mezzi o degli intervalli ricreativi).

Pur appartenendo a generi diversi, le storie destinate allə adolescenti hanno tutte degli elementi in comune: protagonisti positivi dai forti ideali e propositi, personaggi di contorno con cui si creano legami importanti, sfide continue a difficoltà crescenti. Tutto questo nel manga viene raccontato attraverso momenti ad alta tensione emotiva. Che sia l’apice di una battaglia, il dialogo tra due che si piacciono ma non lo sanno, la partita di classificazione ai tornei nazionali poco importa: chi legge proverà delle emozioni fortissime, come se stesse vivendo quelle sensazioni in prima persona.

Questa drammaticità espressa dai manga è stata tra i primi motivi di denigrazione da parte del pubblico occidentale. Il vedere delle reazioni così emotivamente cariche o situazioni descritte in maniera molto enfatizzata è sempre sembrato eccessivo e spropositato. Non lo è per bambinə e adolescenti. Come scrive Mara Famularo in Destinazione manga:

La dimensione epica e drammatica di queste storie [quelle dei manga e degli anime n.d.r.], in pratica, rispecchiava la serietà con cui, pur con ingenuità e innocenza, bambini e bambine da sempre costruiscono i loro giochi e si rapportano al mondo.

Lə adolescenti vanno incontro a un periodo di grandi cambiamenti fisiologici ed emotivi. Di conseguenza, bramano vedere la rappresentazione di questi conflitti. Di loro stessə. Non vogliono storie con un fine pedagogico o moralistico. Non sono neanche interessatə ad una rappresentazione semplicistica della realtà. Cercano personaggi con idee condivisibili che riescano a vincere ogni ostacolo, per quanto difficile possa essere.

Al centro i personaggi

In un manga non è raro che un combattimento duri più di 5 capitoli anche se a livello temporale sono passati pochi minuti. Questa dilatazione del tempo è una tecnica abbastanza comune in letteratura per dare rilevanza a un singolo momento. Ma nel manga viene sfruttata cono uno scopo preciso: ci si prende del tempo per far spazio ai pensieri e alle emozioni del personaggio. Lo scontro/il momento cruciale ci viene raccontato attraverso il punto di vista del/lla/llə protagonista in maniera puntuale e approfondita. L’immedesimazione e l’empatia con il personaggio sono ricercate in continuazione dai/lle/llə mangaka.

I manga vivono dei loro protagonisti. Soprattutto le narrazioni molto lunghe, tendono a focalizzarsi molto di più sui personaggi e la loro crescita interiore che non sulle storie. E questo piace allə adolescenti perché in quei personaggi possono rivedersi. Trovare una forma narrativa che dia così tanto peso alla persona che agisce, ai suoi pensieri, ai suoi conflitti, alle sue emozioni significa trovare spazio anche per i propri.

I manga sono troppo violenti?

Leggendo molti manga capiterà sicuramente di assistere alla morte di uno dei personaggi principali. Probabilmente, non sarà neanche una morte particolarmente serena o indolore. Al contrario, sarà cruenta, sanguinosa e lascerà chi legge in preda alla disperazione. Di spargimenti di sangue se ne trovano molti nei manga. Un po’ con la stessa frequenza con cui incontriamo orfani, o ragazzə maltrattati dai genitori o da chi hanno intorno.

Date queste premesse, è abbastanza semplice individuare qual è stata – e qual è – una delle critiche mosse agli anime e ai manga al momento del loro arrivo in Italia, al di là dell’eccessiva drammaticità. Ci si è chiesti se la violenza delle storie potesse essere adatta allə adolescenti e se essa avrebbe potuto causare lo sviluppo di atteggiamenti aggressivi.

Iniziamo con il dire che la violenza non nasce dalla visione o dalla lettura di un contenuto violento. Sarebbe un po’ troppo semplice. La violenza in un individuo scaturisce dalla combinazione di diversi fattori protratti nel tempo, non di certo dai soli fumetti giapponesi o dalle loro trasposizioni animate. Inoltre, il manga non è il solo prodotto in società che mostra la violenza agli/lle/llə adolescenti. Sicuramente, la brutalità di alcune scene nel manga colpisce in maniera visivamente eclatante l’occhio per come è impostato il disegno (ci arriviamo tra poco), ma così accade anche in alcune sequenze di film o di serie tv.

C’è una ragione dietro alla crudeltà che vediamo dipinta nei manga e non è certo quella di creare una futura generazione particolarmente aggressiva. L’obiettivo è piuttosto quello di mostrare al giovane pubblico l’esistenza del dolore e della morte come parte della vita. Piuttosto che edulcorare le difficoltà o renderle inesistenti, i fumetti giapponesi le mostrano in maniera palese. Un po’ come facevano una volta le fiabe. Anche in Occidente le storie per bambini non erano prive di elementi alquanto macabri e disturbanti. Non erano lì per incentivare alla violenza, erano lì come strumento di formazione.

Non serve a nulla nascondere ciò che esiste nel mondo e con il quale chiunque deve prima o poi confrontarsi, per quanto brutto e doloroso. Piuttosto, sarà utile mostrarlo insieme a degli elementi consolatori. Il manga per adolescenti fa esattamente questo. Mostra la crudeltà dell’esistenza assicurandoci comunque il lieto fine. Può essere brutale, amaro, può comportare delle perdite molto difficili da digerire, ma si ricompensa chi legge della sofferenza provata nel corso della narrazione. Proprio come facevano le nostre vecchie fiabe.

Disegni emotivi

Capita spesso che i fumetti occidentali abbiano una persona che scrive la storia e un’altra che la disegna. In altre parole, professionisti specializzati o nel campo della narrazione o in quello del disegno. Ciò succede per il legame che la nostra cultura ha con il mondo della narrazione e i suoi schemi, ampliamente analizzati e discussi.

Nel mondo dei manga, invece, è molto raro che il lavoro venga suddiviso. Solitamente, chi disegna è anche chi crea la storia. Non c’è una settorializzazione marcata. Obiettivo dellə mangaka è creare una narrazione coinvolgente. Ci si può riuscire senza una buona storia? Be’… in realtà sì. È possibile che chi legge si senta coinvoltə anche solo empatizzando con il personaggio. Oppure guardando le tavole realizzate. Perché queste sono costruite in modo tale da provocare il massimo coinvolgimento in chi le guarda.

Uno stile nato per emozionare

La tavola di un manga si riconosce grazie a delle caratteristiche specifiche.

La gabbia libera, le vignette con grandezze e forme diverse, lo stile kawaii usato per dare leggerezza alla storia, l’uso dei retini per creare atmosfere specifiche, le onomatopee e le icone presenti in ogni dove sono tutti elementi propri del fumetto nipponico che, nel tempo, hanno finito per essere immagazzinati e reinterpretati nel fumetto nostrano.

Tutti questi tratti stilistici hanno uno scopo: creare una tavola che comunichi un’emozione. Può essere quella del/lla/llə protagonista o quella che dovrebbe derivare dallo sviluppo della storia.

La drammaticità di alcuni momenti non è solo sentita grazie all’empatia provata per un personaggio. Ma è anche incarnata dal disegno. Alcune composizioni fanno provare orrore, felicità, tristezza, amore solo guardandole, senza bisogno di leggere nulla. Il fumetto occidentale si affida molto di più al colore, alle parole o alla storia stessa per fare altrettanto. Eppure il manga risulta più immediato e più coinvolgente.

La facilità di identificazione con i personaggi manga

C’è un altro aspetto che favorisce l’identificazione di chi legge nei personaggi del manga: lo stile di disegno.

Sicuramente, da occidentali, vi sarà capitato di guardare un manga e di pensare “Ma non si ritraggono con gli occhi a mandorla?”. L’ho pensato anche io tantissimi anni fa, trovandomi tra le mani le primissime storie. Mi stupiva che non ci fosse un accenno alla caratteristica etniche più marcate e ho pensato che lə mangaka preferissero emulare l’aspetto nostrano. Inutile dire che non avevo capito nulla e sono stata colta da puro egocentrismo caucasico.

In realtà, lo stile di disegno del manga, pur essendo diverso e specifico per ogni mangaka, è uno stile che verte molto di più verso l’iconico che non verso il realistico. È molto vicino al cartoon che, secondo la definizione di Scott McCloud in Capire, fare e reinventare il fumetto, è un disegno iconico che “amplifica attraverso la semplificazione”. In altre parole, un personaggio cartoonesco sarà disegnato solo mediante le linee essenziali, non in maniera particolareggiata come se fosse un ritratto. Questa semplificazione della rappresentazione consente a chi guarda di focalizzarsi su determinati dettagli. Gli occhi sono i protagonisti assoluti del manga giapponese. Lo sono soprattutto negli shojo, ma anche negli shonen hanno la loro rilevanza. I corpi stessi possono essere tanto connotati secondo il genere, quanto asciutti e longilinei per tuttə. Tutto dipende dal tipo di personaggio che si vuole raccontare. E dall’emozione (o dal ruolo) che porta con sé.

McCloud ci ricorda che il cartoon ha anche un altro grande privilegio: favorisce l’immedesimazione in chi lo guarda. Questo perché ha le stesse fattezze dell’immagine mentale che ognunə di noi ha di sé.

Abbiamo un’idea di come è fatto il nostro volto. Conosciamo il colore degli occhi, la forma del naso, la curva delle labbra… ma l’immagine mentale che ne abbiamo è tutt’altro che vivida. Nella nostra mente, raffiguriamo noi stessə solo in maniera abbozzata, proprio come se fossimo un cartoon. Di conseguenza, quando guardiamo un cartoon, l’immedesimazione ci riesce molto più spontanea rispetto a quando il disegno è realistico.

Il manga con i suoi stilemi grafici ci aiuta a rivederci nei personaggi. In maniera del tutto spontanea e quasi inconscia.

Parola a Jean-Marie Bouissou

Una prospettiva interessante sul perché il manga piaccia è offerta da Jean-Marie Bouissou, autore di Il Manga. Storia e universo del fumetto giapponese, uno dei saggi occidentali più significativi sul fumetto giapponese. Secondo lo studioso francese, il manga si legge perché provoca piacere. E se risulta così soddisfacente è perché risponde a dei bisogni psicologici. Questi bisogni hanno a che fare con:

  • potenza: la capacità di vincere le difficoltà che ci si presentano davanti;
  • sicurezza: voglia di riprodurre le situazioni in cui ci siamo sentitə al sicuro e bene;
  • realizzazione: vivere un successo (anche non direttamente nostro);
  • distinzione: sentirsi diversə da chi ci circonda, unico;
  • eccitazione: provare emozioni molto forti in scene d’azione, romantiche o drammatiche;
  • evasione: allontanarsi da una quotidianità monotona o stressante.

In effetti, pensando a qualsiasi storia shonen o shojo, è facile ritrovare questi elementi nella lettura. Alcune trame si focalizzano più su alcuni aspetti, ma in un modo o nell’altro tutti fanno capolino.

La parola allə adolescenti

Quando ho iniziato il corso pomeridiano Manga a Merenda nella scuola secondaria di I grado in cui insegno – un corso interamente dedicato all’analisi del manga -, ho chiesto allə partecipanti di scrivere perché amassero così tanto i manga. Le risposte le ho riportate in questa slide (proiettata durante un mio intervento su come inserire i manga a scuola):

Alcune di queste risposte avvalorano le tesi fin qui espresse. Si parla di riconoscimento e d’immedesimazione (“Quelle situazioni parlano di me”, “Riflettono ciò che sono e quello che sento”), ma anche di elemento esotico e di relazione, altri due elementi che trovo fondamentali per spiegare perché i manga piacciano tanto.

Leggere manga per noi è un gesto esotico. Viene rappresentata una realtà che non è la nostra. Salvo rare eccezioni (manga ambientati in Europa che recuperano parte delle nostre tradizioni o della nostra storia pur con delle licenze importanti), vediamo tante cose che non fanno parte della quotidianità che vediamo. Per l’immaginazione tutto questo è molto intrigante. Leggere manga ci permette di perderci in un mondo altro, lontano. Magari lo sentiamo molto più bello o stimolante… proprio perché lontano. Per lə adolescenti che spesso nutrono desideri di fuga dalla routine, il Giappone dei manga può rappresentare proprio questo.

C’è poi la questione dell’appartenere a un gruppo con il quale si possono condividere passioni e interessi. L’amore per i manga è un terreno d’incontro. È bello potersi scambiare consigli di lettura, condividere teorie sullo sviluppo di una storia, amare/odiare insieme un personaggio. È una condivisione preziosa e significativa che può avvenire tanto tra adolescenti quanto tra persone di generazioni diverse. A questo proposito, ci tengo a sottolineare che quanto detto fino ad adesso credo sia valido anche per tante persone adulte che continuano a leggere manga o a guardare anime, anche quelli pensati appositamente per loro. Lo dico perché lo sperimento quotidianamente. Ed è uno dei motivi per cui adoro questa forma di narrazione.

Federica Crisci

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Ciao Federica!
Paolo mi ha inoltrato il tuo interessantissimo articolo. La tua analisi è molto interessante, come pure il progetto che stai portando avanti a scuola. Vorrei condividere con te, però, una difficoltà che ha accompagnato la mia lettura: l’uso ridondante e, secondo me, inutile della/o/e/i shwà. Ha rallentato la lettura e mi ha distratto e, in più, leggevo spesso articoli e nomi al femminile. Perché non ritornare al vecchio e caro maschile generalizzante? Non credo ci si possa sentire esclusi in alcun modo dalla riflessione.
Grazie per i mille spunti che offri. Un abbraccio

Ciao Laura, grazie mille per il tempo dedicato alla lettura dell’articolo e per il tuo commento. È un feedback importante e sono contenta che apprezzi il contenuto e il progetto. Riguardo alla mia scelta di usare la ə e di mostrare le vocali per ciascun genere, capisco quello che mi dici. Ovviamente mi dispiace che sia risultato pesante o distraente alla lettura, però personalmente non riesco a percepire il maschile come neutro assoluto. So che per molte persone è così, che per alcune persone esperte in linguistica è così (per altre no), ma personalmente quando scrivo ho voglia di cercare soluzioni che reputo personalmente più inclusive. So che la lettura può essere più difficoltosa, tant’è che spesso cerco espressioni neutre (come “persone”, “esseri umani”), ma alle volte per me è inevitabili ricorrere agli /. Credo che sia anche una questione d’abitudine, come sempre per le novità.
Grazie comunque per avermi scritto e spero che continuerai a trovare spunti interessanti su questo sito. Un abbraccio a te

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