Questo articolo non vuole essere né una recensione né un’analisi del film Odissea di Christopher Nolan.
Non scrivo per commentare la qualità visiva delle immagini (alcune veramente impressionanti), il ritmo narrativo (ottimo salvo alcune lungaggini nei combattimenti che avrei evitato per dare più spazio ad altro, tipo il dialogo tra Circe e Ulisse), le interpretazioni (ottime, misurate, credibili), l’uso della colonna sonora (intelligente e coinvolgente). Non sento il bisogno di dirvi che è un film che vale la pena di guardare al cinema. Lo è e penso che a più di due settimane dall’uscita lo sappiate benissimo.
Non sono neanche qui per scrivere un elenco delle differenze tra l’opera di Omero (usiamo questo nome per convenzione) e la pellicola cinematografica. Non penso che sia costruttivo. Mi limito solo a dire che trovo poco utile indignarsi per l’assenza di alcuni passaggi, per le novità tematiche portate dal regista e per le inesattezze storiche. Poesia epica e cinema sono forme d’arte diverse, appartenenti a contesti storici e culturali diversi. Non si può chiedere loro di parlare la stessa lingua. Sarebbe una forzatura. Aggiungo che riportare l’Odissea alla contemporaneità ha perfettamente senso visto che il pubblico del 2026 non è quello di quasi 3000 anni fa. Il mondo che guarda oggi l’Odissea non è quello di quasi 3000 anni fa, sebbene una parte di esso (l’Europa occidentale e gli Stati Uniti) ne sia il discendente diretto.
Non ho qui intenzione di riportare curiosità, spiegazioni, teorie, confronti con precedenti trasposizioni. Non ho neanche intenzione di parlare di manga o anime simili all’Odissea (nonostante il sito lo potrebbe suggerire).
Quello che vorrei fare è provare a raccontare l’emozione provata nel momento in cui ho capito che l’Odissea di Nolan parlava di me. Non di esperienze personali in cui mi riconosco, ma della cultura che mi ha formata e inevitabilmente strutturata a livello cognitivo. Non perché io abbia studiato letteratura o perché mi capita di insegnare il mito di Ulisse. Ma perché i valori del mondo greco antico – che i poemi omerici decantano e rappresentano – si sono imposti in quella che definiamo società occidentale e, evolvendosi in accordo con il processo storico, hanno contribuito a determinare lo status economico, sociale e culturale dentro il quale ci formiamo e viviamo oggi.
La cultura come definizione d’identità
Ciò che ho amato profondamente dell’Odissea di Nolan è lo sguardo comprensivo ma onesto che riserva alla nostra cultura. Uno sguardo che mi sento di condividere e che rappresenta in pieno come mi sento all’idea di appartenere a questa parte di mondo. Quella dell’Unione europea e statunitense. Quella che si racconta da tanto tempo come la “parte giusta” e “illuminata” della Terra.
Ci sono degli aspetti culturali e sociali di questa parte di mondo che sono senza dubbio ammirevoli. Ci sono valori che hanno a che fare con la libertà e i diritti della persona che non solo sposo in pieno, ma faccio anche fatica a capire come possano non essere condivisibili. So che ciò che sono io, al di là del carattere e delle esperienze strettamente personali, è inevitabilmente legato al Paese e al contesto economico in cui sono cresciuta. L’essere una donna, bianca, cis, italiana, classe ’91 influenza inevitabilmente il modo in cui io guardo il mondo e influenza il modo in cui il mondo guarda me. Non posso neanche dire di essere particolarmente in contrasto con questa parte della mia identità… eppure so che dei lati oscuri ci sono. Li percepisco, occasionalmente li studio e cerco di farci i conti tutti i giorni. Mi rendo conto che per molti non è così. Al contrario, l’appartenenza a questa cultura è spesso considerata come motivo legittimo per sentirsi superiori ad altri popoli.
Nolan ribalta questa prospettiva e ci espone alla verità di ciò che siamo. Prende uno dei simboli più significativi della nostra cultura – un eroe, maschio, bianco, ricco, intelligente, avventuroso, di successo con le donne, in grado di piegare ogni ostacolo al suo volere – e lo trasforma in una persona persa. Una persona che sa di essere andato oltre e di aver fatto qualcosa di imperdonabile. Non agli occhi del mondo, ma ai suoi. L’Ulisse di Nolan è un reietto che scappa da sé stesso. Che mangia avidamente il loto pur di dimenticare quanto ha vissuto. Che raccoglie i resti della sua imbarcazione per anni senza sapere che cosa farci e, alla fine, non può costruirci altro che una misera zattera.
Perdersi inseguendo il mito del potere
Come ha potuto Ulisse, l’eroe dal multiforme ingegno, perdersi al punto tale da scegliere l’esilio piuttosto che il ritorno a casa?
La risposta sta tutta nella concezione che la nostra società dà al potere, politico ed economico. Potere che nel film di Nolan ha le sembianze di Agamennone. Una figura imponente che emana un’aura di forza e di prestigio dalla quale è difficile non rimanere impressionatə. Una figura di cui non si riesce mai a scorgere il volto, né lo sguardo. Di cui non sentiamo la voce che impartisce ordini. Che nell’arco di tutto il film vediamo solo e unicamente camminare. E raccogliere la gloria che qualcun altro ha conquistato per lui.
Agamennone è un uomo ambizioso. Sfrutta la fuga della cognata Elena come pretesto per dichiarare guerra a Troia e ottenere il controllo del commercio sul mar Egeo. Non è un piano che all’occhio di chi guarda il film oggi sembra strano o incomprensibile. Al contrario.
La nostra cultura ci espone costantemente al fascino del potere, della ricchezza, dell’influenza. Piuttosto che pensare a diventare cittadinə onestə e apertə al dialogo con le altre persone, siamo costantemente richiamati alla ricerca di un obiettivo individuale da coltivare ostinatamente. Soprattutto se prevede la possibilità di “fare successo”. Agamennone ci appare così bello sullo schermo perché ci hanno insegnato sin da piccolə a fare di tutto per ottenere quel tipo di aura.
Un aura che non è nient’altro che fumo negli occhi e che nasconde un uomo pronto a passare sopra tutto e tuttə pur di arrivare all’obiettivo. Agamennone non si cura dei nemici, ma neanche dei soldati del suo esercito. Le ritiene morti dovute a una causa più grande: la sua affermazione come uomo di potere. Pur di ottenerlo, il re di Micene sacrifica la sua stessa figlia. Perché non esistono legami in un mondo costruito per l’esaltazione di un individuo.
Tanta fatica per arrivare… dove? Nell’Ade. Dove sono tuttə. Qui finalmente riusciamo a vedere Agamennone in volto, ma non troviamo nulla di quella maestosità che ci saremmo immaginatə. Al contrario, quel grande generale è sporco di fango, come tuttə. Come tuttə non può fare altro che stare lì a guardare quello che succede nel mondo dei vivi. Il potere che ha conquistato non è valso a nulla. Ulisse lo vede. Noi lo vediamo. Va solo capito e accettato. Ma forse non siamo prontə a farlo.
Qual è l’obiettivo?
Ulisse segue Agamennone. Per obbedienza, per volontà personale, per giustificazioni sempre diverse e sempre valide. Perché il potere è affascinante e si ha voglia di seguirlo ed emularlo.
Ulisse combatte per dieci anni sotto le mura di Troia. Poi ha un’idea: l’inganno del cavallo. È geniale. La sua intelligenza si impone sulla maestosità di Agamennone. L’ingegnosità è un’altra dote molto amata dalla nostra cultura. Prima ancora che la forza, la nostra parte di mondo ci cresce nell’ottica del talento. Più il talento riguarda l’intelletto, più è considerato.
L’intelligenza dell’essere umano è motivo di grande vanto per noi. È ciò che ci fa ritenere superiori rispetto alle altre specie. È la ragione per cui c’è chi si sente in dovere di prendere un cane anziano e di adagiarlo sugli escrementi piuttosto che tenerlo in casa. È il motivo per il quale ci siamo arrogati il diritto di distruggere ecosistemi e causare una delle crisi climatiche più gravi nella storia del Pianeta. Possiamo farlo perché siamo esseri intelligenti. E più lo siamo, più siamo in diritto di decidere cosa fare della nostra vita… e di quella degli altri.
Ma essere intelligente comporta delle responsabilità. Perché se hai le capacità di creare qualcosa di nuovo, di vedere quello che altrə non vedono, di immaginare un mondo inimmaginabile, hai delle responsabilità verso la comunità che subirà le conseguenze di queste trasformazioni.
Ulisse escogita un modo per permettere agli Achei di conquistare Troia. È quello che è stato chiamato a fare. È il suo compito. Il suo obiettivo. E anche motivo di vanto personale. Non lascia nulla al caso. Non avverte neanche Sinone dello stratagemma. Quello che tuttə noi abbiamo sempre visto come una grande idea è, in realtà, un grande gioco strategico che prevede manipolazione e distruzione.
Sebbene la caduta di Troia ci venga finalmente raccontata come un massacro e non come un atto glorioso, quello che vediamo sullo schermo è anche poco. Nei poemi epici si parla di donne stuprate, di neonati gettati dalle mura della città, di uomini uccisi senza battere ciglio. Cose che succedono in guerra. Cose che succedono ancora in guerra. Cose che vengono raccontate come un male necessario per un bene superiore. Ma è davvero necessario? L’Ulisse di Nolan, dopo aver assistito a quel massacro, non ne è poi così sicuro.
Qual è il suo prezzo?
Ulisse si è impegnato per cercare di conquistare Troia allo stesso modo in cui ognuno di noi ha imparato a impegnarsi per raggiungere un obiettivo.
Non esisteva il capitalismo al tempo della composizione dell’Odissea. Eppure i geni di questa forma si trovano già nell’idea che il potere è definito dalla ricchezza economica e dalla forza di acquisire più di quello con cui si è nati. Oggi viviamo nel mito del sogno americano. Quello che ci dice che se vogliamo, possiamo. Che possiamo sacrificare tutto ciò che abbiamo in nome del nostro bene più grande. Come se non dovessimo fare i conti con la condizione economica e sociale di partenza, con il posto in cui viviamo, con le relazioni che intrecciamo, con il caso. Sarebbe molto più facile arrendersi all’evidenza che non possiamo controllare tutto. Ci toglierebbe di dosso il senso di colpa e di inferiorità per non “essere arrivati”. Però significherebbe anche rinunciare all’idea che siamo in pieno controllo della nostra vita. All’idea che possiamo affermare sempre e comunque la nostra volontà. Che siamo delle divinità in terra. Perché ci insegnano ad agire come se fossimo onnipotenti.
Ulisse pensa di poter sovvertire le leggi dell’ospitalità, la volontà divina. Decide lui le sorti di una guerra su cui Zeus stesso non si era mai pronunciato. E perde tutto. Perde la voglia di tornare a casa. Perde i suoi uomini. Perde la sua identità di re, di marito, di padre, di uomo. Come succede a tuttə noi quando non riusciamo in qualcosa. Il prezzo da pagare per aver cercato di andare oltre qualsiasi tipo di limite, è la propria casa. Il luogo di rifugio. Il proprio posto nel mondo.
Per ritornare, Ulisse dovrà necessariamente affidarsi alle acque, cedere il controllo al destino. Naufragare in acqua per poi rinascere più consapevole. Deve lasciar andare. Come dovremmo imparare a fare anche noi. Come dovrebbero insegnarci a fare sin da quando siamo piccolə.
Dopo tutto cià che ha commesso, Ulisse non può fare altro che accettare la sua condizione di esule e, una volta assicurato il trono a suo figlio, diventarlo di fatto.
Chi decide chi è meritevole di salvezza?
Ulisse cerca disperatamente di riportare a casa i suoi compagni. Avendo distrutto le vite di migliaia di persone, cerca almeno di salvare quelle a lui più vicino. Ma non riesce.
Per anni abbiamo vissuto l’Odissea come il racconto di un eroe da solo. Un uomo che riesce a salvarsi perché più assennato e moderato di altri. E, in effetti, possiamo dire che la nostra società non racconta né premia la comunità. Si focalizza sugli individui di successo ponendoli come modelli da imitare. Nascondendo le ombre oppure esaltandole, ignorando quei valori basati sulla bontà e sull’altruismo (che spesso e volentieri vengono associati all’essere codardi, fessi, incapaci).
Eppure i compagni di Ulisse del film non sembrano essere peggiori rispetto a lui. Sono sicuramente diversi (anche perché diversi sono i contesti sociali di appartenenza), ma non sono più cattivi o più feroci. Commettono degli sbagli proprio come il loro comandante. Loro non si salvano. Ulisse sì. È un caso o è voluto? Ovviamente, nella narrazione è voluto. Ulisse è l’eroe. Ulisse è il migliore. E noi abbiamo imparato che dobbiamo essere i migliori, che non possiamo sbagliare. Mai. Altrimenti non possiamo salvarci. Possiamo solo aspettare il momento della nostra tragica uscita di scena.
Ma cosa significa essere i migliori? Siamo tutti esseri umani.
Siamo tutti inclini a lasciarci andare alla violenza quando sentiamo di aver subito un torto. O quando stiamo soffrendo per qualcosa. Siamo inclinə a sacrificare la vita di altrə per salvarci noi. Siamo inclinə ad arrogarci la responsabilità e la colpa perché questo è ciò che ci fa sentire veramente in controllo. Perché questo è il mondo nel quale siamo educatə.
Non esiste l’essere umano migliore di altrə. Esiste l’essere umano dispostə a mettersi in discussione non solo come persona, ma come individuo membro di una comunità. Come abitante di questo Pianeta. Serve una persona disposta a lavorare su sé stessa, sulle proprie emozioni. Sulla propria sensibilità. Serve una persona che impari a riparare senza pretendere di non sbagliare. Perché umanamente non è fattibile. E poi, è necessario iniziare a vedere chi abbiamo intorno. Non siamo eroi solitari. Siamo persone che vivono in società. Ed esiste sicuramente un modo per non annullarsi e non annullare l’altra persona. Basta volerlo trovare.
Le divinità umane
La religione raccontata nell’Odissea di Nolan è frutto del mondo contemporaneo.
Trattandosi di un poema epico, all’inizio del film siamo più che inclinə ad accettare elementi del fantastico. Quindi, non mettiamo in dubbio che l’Atena che appare a Ulisse in alcuni momenti sia la dea figlia di Zeus. Accettiamo che sia così. Cosa che non avremmo mai fatto nella vita di tutti i giorni. E, infatti, il finale del film sembra suggerirci altro. Cosa abbiamo visto fino a quel momento? Una dea che prende le sembianze umane di una sua sacerdotessa? O la coscienza di Ulisse che cerca di farsi ascoltare dall’eroe?
Oggi sono tante le persone che non credono in un dio onnipotente e intangibile. Questo non significa che non si possieda una spiritualità. Che è propria, personale, complessa. Altrettanto intangibile, ma paradossalmente molto più reale e significativa. È una bussola che possiamo usare per interrogarci sulla direzione da prendere. O semplicemente per venire a patti con le scelte sbagliate che abbiamo compiuto. Anche perché non c’è castigo più grande di quello che ci infliggiamo noi quando non riusciamo a perdonarci.
Il punto di vista del racconto
Alla fine del film, mentre Ulisse si prepara per salpare verso i confini del mondo insieme a Penelope, dice che gli esseri umani hanno poca memoria. Dimenticano ciò che succede e, di conseguenza, continuano a commettere gli stessi errori. Se guardiamo alla nostra storia, non possiamo dargli torto. Men che meno se guardiamo la situazione geopolitica attuale.
Vorrei però dire una cosa: abbiamo poca memoria perché non prestiamo attenzione al modo in cui raccontiamo ciò che è successo.
L’essere umano è un animale narrativo (come lo definisce Maura Gancitano nel suo ultimo saggio). Lo è da sempre. La narrazione non è solo un hobby per chi ama scrivere/leggere libri o guardare storie, ma è un vero e proprio strumento cognitivo che il nostro cervello usa per spiegarsi ciò che lo circonda. La narrazione è parte di noi. Ed è sempre filtrata attraverso lo sguardo soggettivo dell’esperienza. È un punto di vista sul mondo. Non è ciò che il mondo è.
Il problema non sta nel non ricordare ciò che è successo. Il fatto che a scuola si parli degli eventi dell’Iliade e dell’Odissea (come di tante altre cose) è la prova che non siamo una società costruita sulla cancellazione del ricordo. Solo che quel ricordo porta con sé solo i significati voluti dalla narrazione che lo supporta. Non abbiamo bisogno di più memoria. Abbiamo bisogno di più punti di vista sulle cose. Di complessità. Di andare oltre (in questi casi sì) quello che ascoltiamo, che immaginiamo per avere una visione più completa possibile.
Nel film di Nolan vediamo spesso gli aedi in azione. Vediamo gli stessi protagonisti delle vicende raccontare cose è successo. È sempre una storia con un punto di vista. Noi abbiamo il privilegio di raccogliere tutte le loro narrazione. E di arrivare alla nostra.
Noi siamo Ulisse
L’Odissea di Nolan parla di noi. Proprio come il poema di Omero parlava del mondo in cui è stato concepito.
Ulisse e i suoi uomini sono i Popoli del Mare che ha distrutto l’età antica. Noi siamo i Popoli del Mare di questo Millennio. Con la sua consapevolezza, Ulisse non ha potuto fare altro che fuggire da esule con sua moglie. Noi, con questa consapevolezza, che cosa vogliamo fare?
Federica Crisci
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Quando rivedrò questo film lo guarderò con occhi diversi…ciò che scrivi mi ha fatto riflettere tanto su quello che erano gli uomini di allora e quello che sono gli uomini oggi…non è cambiato niente…si lotta per la gloria a discapito degli altri.
Grazie per questa tua analisi.