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Anime a Merenda

… e Manga a Colazione

86 – Eighty-six: la magia (dolorosa) della distopia

Non ho un genere preferito, eppure sono sempre stata attratta dalle opere distopiche. Amo il modo in cui autori e autrici ci parlano di questioni reali e contemporanee costruendo società immaginarie tanto più terrificanti quanto più appaiono ordinate. Amo osservare il percorso di presa di coscienza e di liberazione dei personaggi che abitano questo mondo. Amo la rappresentazione così umana degli esseri umani… anche se mi fa soffrire parecchio.

Con queste premesse, era chiaro che 86- Eighty-six mi sarebbe piaciuto. Ho divorato gli episodi uno dietro l’altro la prima volta che l’ho visto. Ho divorato gli episodi uno dietro l’altro quest’estate rivedendolo. Sono stata tra le persone più felici di sapere che il titolo era nuovamente disponibile su Chruncyroll ma anche tra le più tristi nel rendersi conto che sarà difficile conoscere il finale di questa storia. Non c’è nessun annuncio di una possibile stagione 2 all’orizzonte e la pubblicazione dei romanzi in Italia procede a rilento.

Nonostante tale incompiutezza, questo anime ci dà tantissimi spunti di riflessione.

La guerra e la discriminazione

La Repubblica di Magnolia è da anni in guerra con la Legione, un’orda di macchine meccanizzate inizialmente comandate dall’Impero di Giad, nazione confinante, poi diventate esercito a sé stante. Nel tempo, la Repubblica è riuscita a fare in modo che non fossero i cittadini ad andare al fronte, ma i Juggernaut, macchine anch’esse automatizzate. O almeno così viene fatto credere alla popolazione. In realtà, a comandare i Juggernaut sono degli esseri umani dai capelli colorati. Si tratta degli 86 che, per questa loro caratteristica fisica indicante un’origine straniera, sono considerati alla stregua di animali dagli Alba, stirpe che comanda la Repubblica e che si distingue per il color argento dei capelli. Dopo lo scoppio della guerra, gli Alba fecero in modo di isolare gli 86 in un distretto lontano dalla capitale, tolsero loro nome, diritti, possibilità e li usarono sia come arsenale di guerra che come cavie da laboratorio per le sperimentazioni mediche.

Ogni giorno, ragazzi e ragazze degli 86 muoiono sul campo di battaglia senza che i cittadini della Repubblica lo sappiano. A conoscere questa verità sono gli ufficiali gli ufficiali dell’esercito che, però, sono del tutto indifferenti al destino degli 86 visto che non li considerano loro pari.

Queste poche righe di trama richiamano subito alla mente alcune pagine piuttosto buie della storia mondiale (purtroppo anche contemporanea). Non è di certo raro trovare governi che, nei periodi di grandi crisi economico-sociali, individuano un gruppo etnico da usare come capro espiatorio per indirizzare la rabbia e il malessere del popolo. Quando le persone si sentono frustrate hanno bisogno di “dare la colpa” a qualcuno o a qualcosa. È molto più semplice che accettare la casualità dell’esistenza poiché si ha l’illusione di possedere un minimo di controllo su una situazione in realtà ingestibile. È anche consolatorio pensare di avere un privilegio, nonostante la vita sia difficile. È edificante sapere di appartenere a un gruppo di eletti che deve far valere le proprie ragioni su un altro gruppo perché “siamo migliori” o perché “ce lo siamo meritato”.

È terribilmente semplice smettere di vedere altri esseri umani come tali quando si sta male. Disinteressarsi di chi ci sta vicino perché siamo troppo occupatə a preoccuparci di noi. È una lezione civile che dovremmo imparare. E storie come quella di 86 – Eight-six provano a ricordarcelo.

Il gruppo privilegiato

La maggior parte degli Alba è del tutto indifferente al destino degli 86. Non così Vladilena – Lena – Milizé, una nobile cresciuta con la consapevolezza di essere una privilegiata e delle ingiustizie che gli Alba infliggono agli 86. Quando era piccola, Lena è stata salvata da un 86 e ha deciso di diventare un’ufficiale per combattere insieme a loro. Peccato che gli Alba non scendano sul campo di battaglia. A loro è riservata una comoda poltrona in una stanza piena di monitor da cui possono dare istruzioni agli 86 senza che queste siano davvero utili o decisive. Sono supervisori, non comandanti.

A Lena viene affidata la Spearhead, una squadra composta da 86 veterani che dovrebbero completare il proprio servizio entro un anno. A capo di questo gruppo c’è Shinei Nozen, noto anche come “Becchino”. La Spearhead è famosa per aver portato diversi supervisori a ritirarsi dall’incarico, alcuni addirittura a suicidarsi. Lena non si lascia scoraggiare e tenta sin da subito di costruire un dialogo e un rapporto di fiducia e di stima con i membri della squadra. L’ufficiale, infatti, vorrebbe portarli a sopravvivere così da poter permettere loro di lasciare l’esercito, ignara del fatto che la Repubblica non abbia davvero intenzione di lasciare che gli 86 tornino e che la Spearhead rappresenta l’ultima stazione di chi è riuscito a sopravvivere. Per questo, è la squadra mandata sempre in prima linea.

Lena

Attraverso incontri e scontri, Lena si renderà conto che non è facile costruire un rapporto con chi viene oppresso anche perché lei stessa non può fare a meno di comportarsi da privilegiata. La donna chiama i ragazzi e le ragazze della squadra con i nomi in codice e non pensa proprio al fatto che abbiano un nome proprio. Non lo fa perché non li vede come esseri umani o perché li disprezza. Ma perché è così abituata all’idea che gli 86 non abbiano un nome, da averlo dato per scontato. Questo dimostra quanto sia difficile sradicare alcuni stereotipi che fanno parte della propria cultura di origine, anche quando si riconoscano come sbagliati.

Chi nasce con un privilegio non ha solo difficoltà a riconoscerlo, ma anche a capire quanto sia radicato nel proprio modo di pensare. La bravura di Lena sta nella sua disponibilità a rimediare, nella sua volontà di apprendere come migliorare. Rendendosi conto di quanto sia stata fuorviata e di quanto molte cose che ha imparato siano sbagliate, decide di provare a cambiare. Lena cerca ostinatamente una nuova narrazione per fare in modo che 86 e Alba possano vivere insieme come cittadini e cittadine liberə della Reppubblica.

Uscire da un gruppo per restare da sola

La scelta di Lena non è coraggiosa solo perché comporta l’abbandono del privilegio ma anche perché la costringe ad abitare un terreno sociale di cui è l’unica abitante.

Gli 86, infatti, pur riconoscendo in lei un’alleata dichiarano sin da subito che lei non sarà mai una di loro. E, in effetti, non può esserlo davvero fino in fondo perché non parte dalla loro stessa condizione. Questa consapevolezza avrebbe potuto spingere chiunque alla ritirata, ma non Lena che sacrifica la sua cerchia di affetti per dare vita ai suoi ideali. Lena deve necessariamente vivere al di fuori dei due mondi che sta tentando di pacificare senza avere alcuna certezza che ciò accadrà davvero. Però continua a farlo. Perché il cambiamento richiede l’ostinazione dei tentativi e una visione ideale priva di compromessi.

Lena rappresenta l’atteggiamento che noi tuttə dovremmo avere per rendere il mondo la migliore delle utopie: vive “come se” gli ideali che abbiamo fossero realtà. È un atteggiamento simile che può portare al cambiamento.

Ad un certo punto, Lena viene lasciata indietro dagli 86. I 5 membri rimasti della Spearhead, infatti, scappano dal distretto e lasciano Lena da sola a occuparsi di un’altra squadra. Nonostante la sofferenza per l’abbandono, Lena decide di mantenere la promessa fatta al Shinei di ricordare tutti/e loro e di proseguire per la sua strada. Avrà diverse sfide da affrontare, ma lo farà sempre mantenendosi fedele ai suoi ideali.

Annette

Diverso è, invece, l’atteggiamento di Annette, la migliore amica di Lena che, a livello narrativo, ne rappresenta l’ombra. A differenza della protagonista, Annette ha capito sin da bambina quanti torti la Repubblica abbia compiuto nei confronti degli 86 perché ha assistito all’emarginazione di Shinei, suo vicino di casa e amico. Inoltre, suo padre, brillante scienziato, si è suicidato dopo essere stato costretto a fare esperimenti umani sugli 86 (anche bambini) per creare una nuova tecnologia da usare in guerra.

Pur avendo toccato con mano le ingiustizie della Repubblica, Annette decide di proteggere sé stessa e il suo privilegio, calando una sorta di sipario tra lei e le sue emozioni. Accetta l’ordine del mondo e vorrebbe che Lena facesse altrettanto così da sentirsi meno in colpa. Le offre continuamente dolci, cercando di allettarla dicendole che gli ingredienti sono genuini. Anche questo dettaglio, che lì per lì costruisce un mondo narrativo credibile, è importante a livello simbolico: sembra quasi che lo scopo di Annette sia di prendere Lena per la gola affinché smetta di agire in modo diverso dalla norma. Quando ciò non succede, Annette si arrabbia con l’amica e arriva a odiarla poiché vede in lei il coraggio che le manca. Ci vorrà un po’ prima che si convinca a collaborare con Lena per aiutare Shin e gli altri a fuggire e per difendere la nuova squadra della prima linea.

Il personaggio di Annette può non starci particolarmente simpatico, ma è umano. È la posizione di chi sa di essere nel torto ma non riesce ad affrontare il senso di colpa e, quindi, preferisce far finta di nulla e ripetersi che le cose non possono cambiare.

Paese che vai, discriminazione che trovi

Se nella prima parte della serie assistiamo alla nascita e alla crescita del rapporto tra la squadra Spearhead e Lena, nella seconda i protagonisti si separano in maniera quasi definitiva. I 5 membri rimasti della Spearhead vengono mandati in una missione suicida, ma riescono a salvarsi grazie all’intervento di Lena. Rimasti in vita, decidono di “andare avanti”. Da qui in poi, la narrazione si concentrerà su Shin e il suo gruppo, mostrandoci Lena solo in alcuni momenti significativi e lasciandoci spesso (e scaltramente) ignarə delle sue sorti.

Shin, Raiden. Theo, Anju e Kurena lasciano la Repubblica e si inoltrano nei territori sconosciuti di Giad, il vecchio impero che per primo aveva dato vita alle macchine poi diventate la Legione. Il gruppo scopre che l’impero non è sparito, ma si è trasformato – dopo una rivolta popolare – in una Federazione e che anch’essa è in guerra con la Legione, ormai diventata autonoma.

Più volte, i membri del governo si vanteranno di essere democratici e giusti, a differenza degli Alba. Eppure, quando arriverà il momento di tentare un’impresa suicida per il bene del Paese, immediatamente i nomi proposti saranno quelli di Shin e degli altri 86. Una simile scelta viene giustificata mettendo in risalto le attitudini al combattimento di Shin e gli altri, abituati a sopravvivere in circostanze disperate. La verità, però, è un’altra: se si devono sacrificare delle vite, è meglio che siano quelle di chi è straniero e non appartiene alla società.

La rappresentazione di tutto questo è dolorosamente credibile. Ci mostra come, nonostante tutti gli insegnamenti legati all’inclusione, al riconoscimento dell’altro, alla multiculturalità, gli esseri umani tendono sempre a scegliere chi è prossimo, non intendendolo in senso ampio, ma veramente ristretto.

Cosa puoi scegliere quando non hai un privilegio

Shin, Raiden, Theo, Anju e Kurena non trovano accoglienza in nessun posto. Risultano sempre stranieri e, quindi, sempre sacrificabili. Ciò che sorprende è la loro accettazione di questa condizione. Non si ribellano a essa, ma la abbracciano, consapevoli che l’unica cosa che possono rivendicare è la libertà di scegliere per chi o per cosa morire. Combattono per proteggersi e per proteggere chi negli anni ha mostrato loro amicizia e cura. Da persone senza privilegi, cercano comunque di ritagliarsi uno spazio in cui sia possibile affermare la propria volontà.

Quello spazio è il campo di battaglia, per loro quasi impossibile da abbandonare. È difficile non tornare a combattere sapendo che la minaccia è ancora presente. Ma è ancora più difficile trovare uno scopo alla propria esistenza se si è sempre stati considerati una macchina da guerra e non si ha mai avuto la possibilità di pensare al futuro.

Gli e le 86 sono profondamente traumatizzati dalle loro esperienze. Non lo sembrano, ma lo sono. Sono il risultato di ciò che comporta vivere in un mondo in cui si occupa l’ultimo gradino della scala sociale. Eppure, invece di considerarsi solo delle vittime, i ragazzi e le ragazze rivendicano il proprio ruolo di combattenti e scelgono ciò che trovano giusto. Si sentono sempre emarginati, ma non danno peso a questa cosa cercando di tenersi stretta la propria dignità e le cose per loro davvero importanti.

I momenti che ritraggono loro 5 (6 dopo che si unisce a loro anche Frederica) intenti a ridere e a scherzare mentre ricordano i compagni e le compagne perse o momenti di vita vissuti insieme sono tra i più belli e dolorosi della serie. Si capisce perfettamente che sono attimi rubati all’orrore della guerra e della morte, ma questo non li rende di certo meno serenità o meno profondi. Al contrario, rappresentano una motivazione valida per restare in vita.

Restare indietro

Shin è sicuramente il personaggio più tragico di tutta la serie.

C’è una cosa che ancora non ho detto sulla Legione: queste macchine automatizzate hanno negli anni sviluppato una forma di intelligenza tutta loro che le ha portate a rubare i cervelli dei cadaveri umani presenti sul campo di battaglia per poi usufruirne. Sono nate così delle macchine che sfruttano le connessioni neuronali per agire in maniera più mirata e strategica. Queste macchine-umane hanno voci e pensieri delle persone a cui è stato sottratto il cervello. Non è una vera e propria coscienza, ma solo un’eco della persona nei suoi ultimi momenti di vita.

Shin riesce a sentire queste voci nella sua testa. Quindi, porta con sé le paure, le angosce, la rabbia di tuttə coloro che hanno perso la vita sul campo di battaglia. Non solo: a lui è affidato il compito di uccidere i compagni in fin di vita e di fare in modo che il loro cervello sia reso inservibile per le macchine. Tuttə hanno una richiesta per Shin: non dimenticarli, portare il loro ricordo con sé.

Shin compie il suo dovere con un’efficienza magistrale. Per ogni persona caduta, stacca un pezzo dello Juggernaut di appartenenza e ci incide sopra il nome. Ogni pezzo viene poi inserito in una cassetta che Shin custodisce nel proprio macchinario.

Il peso della memoria

Shin rappresenta il senso di colpa del sopravvissuto. E anche il senso di solitudine che deriva dall’essere indicato come colui che deve salvare gli altri. Mi ha ricordato un po’ l’idea che si ha dell’eroe in Sentenced to be a Hero.

Anche Shin condivide con gli altri l’assenza di scopo dovuto al fatto di aver dedicato quasi tutta la propria esistenza a combattere e a rintracciare la macchina che si è impossessata del cervello del fratello. A questo, però, si aggiunge un profondo senso di solitudine derivante dal peso di essere quello su cui tuttə hanno sempre fatto affidamento per essere protettə e ricordatə. L’unico momento in cui Shin inizia a sentirsi non più veramente solo è grazie alle “telefonate” con Lena. La ragazza è la prima a cui Shin si affida, quasi inconsciamente, tanto da passarle il testimone: le chiede di ricordare lui e tutta la sua squadra. Lena è anche la prima che permette a Shin di parlare di futuro e di spingerlo a pensarci.

Quando la Repubblica verrà attaccata dalla Legione e si ipotizzerà la morte di tutti gli abitanti, compresa Lena, Shin crolla. Non in maniera evidente, ma mentalmente si spezza qualcosa. Gli viene (nuovamente) strappato un legame affettivo importante e si sente lasciato solo. L’unica cosa che può fare è tornare sul campo di battaglia e combattere con un sorriso quasi folle sul volto. È il sorriso di chi non ha nessun legame a cui aggrapparsi e nessun vero motivo per esistere. Un sorriso che trae gioia dalla violenza perché solo di quella si è vissuto per anni.

Fortunatamente, nel finale di stagione assistiamo alla guarigione di questa ferita in una delle scene d’incontro più emozionanti che io abbia mai visto in un anime. Tuttavia, questo personaggio nasce per ricordarci quanto possa essere difficile per una persona genuinamente altruista avere a che fare con le aspettative (anche buone) di chi lo circonda. Shin è un personaggio che meriterebbe tanti abbracci. Davvero.

Un anime che meriterebbe di più

86 – Eighty-six è un anime con una storia potente e delle animazioni ben fatte. c’è un buon mix di angoscia, dramma e momenti commuoventi. La colonna sonora che accompagna le immagini è spesso molto emozionante. Basta solo guardare la scena finale.

È uno di quegli anime che io vedrei e rivedrei. Nonostante faccia molto male, ha quel finale che riempie di speranza e ripaga alla grande di tutta la sofferenza provata. Come tante storie distopiche, anche questa insegna a tener fede a valori umani importanti e ce ne mostra la fragilità. Rendendoci contro di quanto sia facile perdere i diritti conquistati, bisogna impegnarsi ogni giorno per difenderli. Con coraggio. E con umanità.

Federica Crisci

Le immagini contenute in questa recensione sono riprodotte in osservanza dell’articolo 70, comma 1, Legge 22 aprile 1941 n. 633 sulla Protezione del diritto d’autore e di altri diritti connessi al suo esercizio. Si tratta, infatti, di «riassunto, […] citazione o […] riproduzione di brani o di parti di opera […]» utilizzati «per uso di critica o di discussione», nonché per mere finalità illustrative e per fini non commerciali. La presenza in Anime a Merenda non costituisce «concorrenza all’utilizzazione economica dell’opera».

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