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Sentenced to be Hero: cosa vuol dire essere un eroe?

“Un Eroe non ha il lusso di scegliere. Portare a compimento la propria missione, ecco l’unica cosa che può fare”.

Non c’è storia senza eroe o eroina. È così da quando le primissime comunità di esseri umani si radunavano intorno al fuoco per sentire racconti e imparare da essi come comportarsi. I o le protagoniste fungevano sempre come specchio nel quale riconoscere bisogni e desideri personali. La loro lotta per sopravvivere alle avversità e per raggiungere l’oggetto ambito sin dall’inizio della vicenda coinvolgeva ed emozionava perché ogni ascoltatore/trice vi ritrovava quanto affrontato nella vita di tutti oggi, traendo spunti e idee per cercare di risolvere situazioni complesse e migliorare la propria condizione.

Eroi ed eroine sono presto diventatə un modello di comportamento e di morale. Anche se nel corso dei secoli sono spuntati fuori personaggi molto più umani e sfaccettati, hanno saputo adattarsi all’evoluzione delle narrazioni continuando a rappresentare un’idea di coraggio, di integrità, di proattività. Nel genere fantasy, poi, l’eroe o l’eroina rappresentano delle figure con caratteristiche molto idealizzate. Anche quando ci vengono presentati come immaturi o incompleti, lettori e lettrici si aspettano una loro crescita personale che li porterà a compiere il proprio destino da eroe/eroina.

Un destino ammirevole, auspicabile… ma lo è davvero? Guardando Sentenced to be a Hero, qualche dubbio viene.

Il ruolo che chiama le sue scelte

La prima puntata dell’anime realizzato da Studio Kai ti catapulta all’interno della realtà di Xylo Forbartz senza bussola. Il mondo narrativo viene progressivamente svelato a chi guarda durante i 57 minuti del primo episodio, ma c’è una cosa che appare immeditamente chiara: essere eroi non è una condizione positiva. Al contrario, è una punizione assegnata a criminali per i quali la morte sembrava una pena troppo blanda. I restanti 11 episodi ci mostreranno che le cose sono ben diverse da come ci vengono raccontante all’inizio, ma la premessa costruita da Rocket Shōkai, autore delle light novel da cui Sentenced to be Hero è tratto, è particolarmente interessante.

Nel mondo di manga e anime capita spesso di voler ribaltare concetti metanarrativi come quello dell’antagonista (pensiamo a How to win my husband over o a Raeliana), ma Sentenced to be a Hero non si limita solo a questo. Ci porta anche a riflettere sul ruolo del “ruolo” in ambito narrativo. L’eroe nel mondo di Xylo è colui che non può scegliere cosa fare, ma deve limitarsi a eseguire gli ordini impartiti, anche fino alla morte. Non è qualcosa di così diverso da quello che fa l’eroe o l’eroina di qualsiasi altro racconto. Perché la scelta dei/lle protagonisti/e deve essere sempre orientata verso il bene, verso il raggiungimento dell’obiettivo. La missione è tutto perché non esiste storia senza scopo da raggiungere. E questo perché la vita non esiste senza bisogni o desideri.

Il mondo di eroi ed eroine è limitato dal loro destino. Perché se “da un grande potere derivano grandi responsabilità” è anche vero che il sacrificio richiesto può essere pesante da sopportare e il dolore che ne deriva talmente grande da sollevare il dubbio se ne valesse davvero la pena. Da qui, Shōkai ha creato tutto il mondo di Sentenced to be a Hero.

La società che chiama dei ruoli

L’anime racconta di un mondo in cui gli esseri umani sono minacciati da demoni fatati. Per sconfiggerli, si fa ricorso ai cavalieri dell’Ordine Sacro e all’Unità Eroe Penale 9004, una compagnia formata da 8 uomini condannati a questa sorte a causa di azioni riprovevoli compiute contro il regno. Ciascun eroe ha una specifica abilità di combattimento ed esegue gli ordini anche a costo della vita. Se muoiono durante le missioni, possono essere riportati in vita ma a un prezzo: parte della loro personalità e della loro memoria andrà perduto per sempre.

In questa guerra di logoramento contro i demoni, gli esseri umani hanno creato un’arma speciale: le 13 Dee. Queste divinità femminili sono tutte dotate di poteri speciali che possono usare solo nel momento in cui si legano a un cavaliere tramite giuramento di fedeltà (ricorda un po’ la poesia trobadorica). Il potere delle Dee non è però infinito: può esaurirsi e portare la divinità a trasformarsi in un demone ancora più terribile di quelli esistenti.

La società è guidata tanto dal potere temporale quanto da quello spirituale: comandanti dell’esercito e figure religiose collaborano tra loro in maniera apparentemente amichevole per vincere la guerra, ma sottobanco tentano di stabilire una gerarchia di comando che non lasci dubbi su chi deve guidare (o sarebbe meglio dire “disporre del”) il popolo. Tra questi due schieramenti, se ne affaccia un terzo che lavora in segreto contro entrambi. Si tratta della fazione dei Coesistenti che, dando per certa la vittoria dei demoni, collaborano con quest’ultimi per la sconfitta del genere umano sperando di ottenere favori e potere nel nuovo mondo.

L’Unità Eroe Penale 9004

Che una società simile consideri gli eroi dei mostruosi criminali non sorprende.

L’Unità Eroe è composta da individui effettivamente molto particolari. Alcuni sembrano crudeli e poco raccomandabili, altri vivono in un mondo di fantasia personale, altri ancora sono vigliacchi, manipolatori e pieni di vizi. Eppure, nel corso della storia, nessuno di loro ci appare come davvero “cattivo”. Al contrario, ne cogliamo degli aspetti positivi, comprendiamo alcune delle loro motivazioni e, alla fine, ci ritroviamo a tifare per loro.

Scopriamo che, pur nei loro limiti, molti di loro sono orientati verso l’altruismo (Norgalle crede di essere un re e protegge i suoi sudditi a qualsiasi costo, Ryhno nutre un grande amore nei confronti degli esseri umani), l’empatia (Dotta cerca di salvare il principe tenuto prigioniero mentre Jayce adora i draghi) e la sincerità (Venetim scrive un articolo in cui mette in dubbio l’operato del Tempio) ed è proprio per questo che vengono condannati dalla società. Il gioco ironico di Shōkai in questo senso è veramente meraviglioso: ciò che porta gli uomini dell’Unità 9004 a essere condannati a eroe sono atti gentili compiuti in una vita di eccessi. Nella lotta al potere, gesti simili richiamano umanità, solidarietà, compassione. Tutte cose che vanno eliminate perché rischiano di consolidare una comunità che può essere molto più forte di un singolo.

Gli eroi di Sentenced to be a Hero non incarnano l’immagine che tuttə noi abbiamo di “eroe/eroina”. Eppure, non ho potuto fare a meno di considerarli tali. Che sia a causa del mondo in cui vivono o perché non si possa sfuggire al gioco della narrazione, non l’ho ancora ben capito.

L'(anti)eroe della storia

Lo Xylo Forbartz dell’Unità Eroi che incontriamo nel primo episodio è un uomo distaccato e brusco. Esegue gli ordini senza provare compassione per chi salva, facendo del proprio meglio solo per restare vivo. L’unica cosa che sembra turbarlo profondamente – tanto da renderlo visibilmente arrabbiato – è il risveglio della Dea Teoritta e la sua richiesta di farle da cavaliere. Solo alla fine della puntata capiamo il perché di quegli atteggiamenti.

Prima di diventare parte dell’Unità Eroe, Xylo era uno dei comandanti dell’Ordine dei Cavalieri Sacri e aveva stretto un patto con un’altra Dea, Senerva. Per motivi a lui (e a noi) ancora ignoti, divenne vittima di un’imboscata; perse i suoi uomini, fu costretto a uccidere Senerva per impedirle di trasformarsi in un demone e fu condannato a servire nell’Unità Eroi. Xylo sopravvive solo animato dal desiderio di scoprire chi e perché ha incastrato lui e i suoi compagni così da potersi vendicare. Questo fin quando non arriva Teoritta. Battaglia dopo battaglia, il legame tra i due diventa sempre più profondo tanto da assegnare a Xylo una nuova missione: proteggere la piccola Dea non solo dai demoni, ma anche dalla fazione dei Coesistenti. Per farlo, Xylo imparerà ad affidarsi ai suoi nuovi compagni e al Comandante del 13° Ordine dei Cavalieri Sacri, Kivia.

Xylo è un eroe decaduto. Non a caso, il suo colore predominante è il nero, lo stesso di Gatsu di Berserk. Durante la visione non ho potuto fare a meno di paragonare i due protagonisti e le due storie. Sentenced to be a Hero presenta un mondo molto violento (non alla maniera estrema di Miura) in cui il protagonista, inizialmente “buono” e con valori morali marcati, finisce per perdere tutto ciò a cui tiene. La reazione al dolore della perdita di Xylo è pressoché identica a quella di Gatsu: entrambi continuano a combattere in maniera fredda e distaccata fino allo sfinimento. I valori di un tempo sono dimenticati, completamente sotterrati dal dolore e dal senso di colpa tipico del sopravvissuto. Il disinteresse mostrato per la vita e per la morte di chi li circonda è una necessità, un meccanismo di protezione che si è innescato nel momento in cui lo scontro con la realtà li ha portati a perdere ciò a cui tenevano davvero. Peccato che questo tipo di risposta non faccia altro che consumarli ancora di più.

Una via di salvezza è possibile: creare nuovi legami e avere l’opportunità di superare il trauma della perdita salvando la nuova compagnia dallo stesso nemico che ha sterminato la precedente. In altre parole, provare a ripercorrere la via dell’eroe e adempiere al compito mancato.

L’arrivo dell’eroina

Durante tutta la visione di Sentenced to be a Hero ho continuato a pensare che fosse un peccato vedere rappresentati solo eroi maschili. Il finale di stagione, mi ha sorpresa e mi ha fatto amare ancora di più l’intera serie.

Quando vediamo Kivia nel primo episodio è facile inquadrarla: è una guerriera che incarna i valori classici del mondo cavalleresco. Ha uno spiccato senso del dovere e dell’onore. Disprezza Xylo e Dotta per il loro essere eroi e svolge le missioni con grande responsabilità, pronta anche a sacrificare la sua stessa vita. Nel corso della stagione, il suo atteggiamento cambia. Dato che l’adesione ai suoi valori è sincera, Kivia si dà modo di vedere Xylo da un altro punto di vista, riconoscendone le qualità e le buone intenzioni. Mentre il rapporto con l’eroe diventa più profondo, Kivia inizia a riflettere criticamente sulle istituzioni che serve scoprendo un mondo pieno di incoerenze e di corruzione.

Il punto di rottura per Kivia arriva nel momento in cui scopre che suo zio – l’uomo che per primo le ha messo in mano una spada e l’ha spinta a diventare un cavaliere – è un Coesistente. Kivia ha costruito la sua ragione di vita vita intorno al ruolo assegnatole dallo zio. Si identifica in maniera totale con quei valori e quel credo. Vederlo svuotato di significato e corrotto la porta a crollare. La scena in cui uccide lo zio è tra le più violente ed emotivamente cariche di tutto l’anime. Ci restituisce un senso di perdita profondo che però non porta la ragazza a fuggire dai suoi ideali. Al contrario, continua ad abbracciarli scegliendo consapevolmente la condanna a Eroina.

Sarà interessante vedere come il suo ingresso nell’Unità 9004 cambierà le dinamiche del gruppo.

Le figure da venerare e da lodare

Sentenced to be a Hero offre una rappresentazione interessante del rapporto tra gli esseri umani e la spiritualità attraverso la figura delle Dee. Quest’ultime sono artificialmente create per vincere la battaglia contro i demoni e devono necessariamente legarsi a un cavaliere per esercitare il loro immenso potere. Nonostante possano fare la differenza tra la vittoria e la sconfitta, non chiedono altra ricompensa se non quella di essere lodate e accarezzate sulla testa.

In tutto questo ci rivedo molto le usanze dei vari credi religiosi. La lode della divinità attraverso preghiere, regali, canti, formule ripetute è alla base di qualsiasi rito sacro, da sempre, ed è finalizzata a ottenere protezione e benessere. Teoritta incarna l’immagine di una spiritualità pura e benigna, tanto da essere rappresentata con tratti infantili. La sua benevolenza viene sfruttata senza scrupoli dal Tempio e dall’Ordine dei Cavalieri per controllare le masse. Allo stesso modo, le altre Dee vengono trattate come dei veri e propri strumenti utili a ottenere più potere e influenza.

Xylo vuole proteggere Teoritta da questo cinico sfruttamento e le ripete più volte di non doversi sacrificare per il bene della società in cui vivono, ma la dea non sembra capire gli avvertimenti del proprio cavaliere. Non potrebbe essere altrimenti visto che il suo ruolo è quello di rappresentare l’essenza della purezza e della bontà che devono sopravvivere sempre, anche (e soprattutto) in un mondo così terribilmente corrotto.

Un anime ben fatto da non perdere

La prima stagione di Sentenced to be a Hero si è conclusa lasciando tanti punti interrogativi a cui la seconda stagione (già annunciata) potrebbe dare delle risposte. Ancora non si conoscono tutti gli aspetti politici del regno né i piani di Kafzen Dachrome, l’uomo che esegue la condanna di quasi tutti gli eroi. Non mi metto a fare congetture, ma voglio sottolineare come la realtà creata, pur non essendo originale nell’impianto riesce comunque a essere credibile e appetibile. Forse perché estremamente realistica nella sua violenta rappresentazione.

L’anime merita di essere visto non solo per la storia che si fa guardare con piacere e mantiene sempre vivo l’interesse – nonostante i numerosi momenti d’azione – ma anche per l’animazione sempre impeccabile. Alcune scene particolarmente drammatiche usano disegni più espressivi nel tratto e nei colori per veicolare meglio la tensione emotiva. La opening è molto coinvolgente e strizza un po’ l’occhio all’Attacco dei Giganti per le inquadrature della compagnia di spalle.

Ma credo che ciò che ci entusiasma di più di Sentenced to be a Hero è il modo in cui gioca con la nostra concezione di eroi ed eroine, infrangendo le nostre aspettative per poi confermarle come inevitabili.

Federica Crisci

Le immagini contenute in questa recensione sono riprodotte in osservanza dell’articolo 70, comma 1, Legge 22 aprile 1941 n. 633 sulla Protezione del diritto d’autore e di altri diritti connessi al suo esercizio. Si tratta, infatti, di «riassunto, […] citazione o […] riproduzione di brani o di parti di opera […]» utilizzati «per uso di critica o di discussione», nonché per mere finalità illustrative e per fini non commerciali. La presenza in Anime a Merenda non costituisce «concorrenza all’utilizzazione economica dell’opera».

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