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… e Manga a Colazione

A scuola con Jaadugar: la motivazione all’apprendimento

Quest’anno mi è stata nuovamente assegnata una prima media. Non mi capitava da un po’ e ho deciso di prendere l’inizio di questo nuovo ciclo come… l’inizio di un nuovo ciclo. L’ho detta in modo banale, ma credo che esprima chiaramente la mia intenzione (nonché bisogno) di sperimentare e di riflettere su strategie didattiche e di valutazione. All’interno di quest’ottica, rientreranno anche i tentativi di introdurre i manga nella didattica.

Alla luce di questa scelta, diversamente da quanto avrei fatto solo poco tempo fa, ho cercato di improntare le prime ore di lezione sulla motivazione all’apprendimento.

Trovare un motivo per studiare

Perché studiamo italiano? Perché devo leggere e scrivere? Ma, soprattutto, perché devo studiare?

Sono tutte domande che ho presentato alla mia nuova classe e su cui ho costruito diverse attività mirando non tanto ad avere risposte definitive quanto, piuttosto, a incuriosirlə, a seminare dentro di loro dei punti interrogativi su cui passare qualche minuto della loro esistenza, magari anche in futuro.

Io da studente non l’ho mai fatto. Nessuno mi ha mai dato modo di pensarci e non ne ho mai sentito il bisogno visto che studiare mi piaceva tanto quanto l’andare bene a scuola. Da insegnante mi rendo conto che il piacere dell’apprendimento non può essere dato per scontato e che non è neanche giusto liquidare il discorso con l’assunto che studiare sia importante. Lo è certamente, ma c’è bisogno di una motivazione per farlo. Una motivazione quanto più personale possibile. Altrimenti resta solo un’imposizione calata dall’alto che non metterà radici nel nostro modo di pensare.

Ci viene insegnato che la scuola è importante e che bisogna imparare ad amare lo studio. Ce lo ripetono e ci incentivano a metterci sui compiti con le buone (premi e lodi in pubblico) e con le cattive (punizioni e prese in giro pubbliche). Socialmente, studiare è un valore condiviso e riconosciuto e gli aspetti vantaggiosi dell’imparare sono fuori discussione. Ma questo non significa che non ci si possa interrogare sul senso dell’apprendimento. Soprattutto quando è un’attività che occupa un bel po’ del nostro tempo e che può portare a sacrificare altre occupazioni che possono risultare molto più piacevoli per noi, come lo sport, altri hobby o momenti da passare con amichə o familiari.

Motivazioni estrinseche ed intinseche

Nel corso degli anni mi è capitato di trovarmi di fronte diversə studenti che andassero bene a scuola senza però avere una vera e propria passione per lo studio. Erano ragazzə che ascoltavano abbastanza le lezioni, svolgevano i loro compiti, studiavano in maniera abbastanza regolare, approfondendo occasionalmente argomenti di loro particolare interesse. Tuttə loro studiavano per motivi diversi: non fare brutte figure, rendere contentə i genitori, passare l’anno e finire la scuola, rispetto nei confronti dell’insegnante… In altre parole, tuttə loro avevano trovato delle motivazioni esterne – in psicologia le chiamano estrinseche – per studiare. I comportamenti e le strategie messe in atto durante il processo di apprendimento erano legati a spinte provenienti dall’ambiente esterno non da un’effettiva voglia di farlo o dal riconoscimento dello studio come valore personale (motivazione intrinseca).

La cosa non è un male in sé, anzi. Gli obiettivi sono stati raggiunti e lə alunnə hanno costruito un proprio bagaglio di competenze che tornerà loro sicuramente utile nella vita. Eppure, da insegnante, non posso accontentarmi di questo. È mio dovere cercare di trasformare le spinte esterne in spinte interne portando ciascunə allievə a conoscere il desiderio di apprendere. Bisognerebbe conoscere e applicare ciò che si sa perché si è interessatə a farlo e per acquisire un modus operandi tale che quando si ha curiosità verso un argomento si abbia la naturale propensione a leggere informazioni sullo stesso, ad ascoltare opinioni di espertə fino a quando non si è in grado di costruire una propria idea.

Studiare per piacere comporta un appagamento personale ben più forte delle lodi provenienti dall’esterno. Inoltre, sul lungo periodo, la motivazione intrinseca continua a dare i suoi frutti mentre quella estrinseca tende a esaurirsi.

Il ruolo di unə insegnante

Sebbene io sia convinta che il piacere di apprendere non abbia età e possa nascere in qualsiasi contesto, ritengo che la scuola debba essere il luogo sicuro in cui provare a sperimentare questo godimento. Anche se non si ha la possibilità di scegliere quali materie studiare, le aule devono diventare un luogo di scoperta e di accensione per lə giovani.

È chiaro che se la motivazione intrinseca è personale non posso presentarmi in classe con una lista piena di perché è importante studiare. Non farei nient’altro che sostituire un fattore esterno con un altro. Però, posso provare a creare un ambiente di apprendimento sereno e ricco di stimoli. È quello che mi sono riproposta di fare, ben consapevole delle difficoltà che potrei incontrare legate tanto al contesto sociale e culturale che circonda me e la mia classe quanto al fatto che io stessa sono in fase di apprendimento rispetto a questo obiettivo. Sono anche consapevole che motivazione estrinseca e intrinseca si muovono lungo un continuum di fattori spesso compresenti e intrecciati tra loro piuttosto che essere due modalità da spegnere o accendere. Quindi, non pretendo di fare la differenza né di vedere immediatamente i risultati delle mie ricerche. Tuttavia, agirò come se. D’altra parte, è così che si rivoluziona a poco a poco il mondo.

Una lezione sul perché si studia attraverso Jaadugar

Torniamo alla mia classe prima e al modulo incentrato sulla costruzione della motivazione. Dopo aver dedicato delle ore al significato dello studio dell’italiano, al lavoro dello storico, alla geografia del cuore, ho presentato loro una lezione incentrata sul perché studiamo. L’avevo preparata già quest’estate, ispirata dalla lettura del primo capitolo di Jaadugar.

Il giorno prima di metterla in atto, avevo parlato con la classe delle nostre abitudini di lettura ed era venuto fuori che ad alcunə il fumetto giapponese non piace affatto. Altrə ne sono appassionatə ma, giustamente, vogliono leggere i titoli che conoscono e da cui sono incuriositə. Non mi sono lasciata scoraggiare e ho portato avanti quello che mi ero programmata.

Ho avviato l’attività dicendo loro che cosa avremmo fatto (è utile per abbassare l’ansia dell’ignoto) e cercando di incuriosirlə alla lettura partendo dall’osservazione della copertina del manga (versione originale, non variant). All’inizio ho chiesto loro di dirmi che cosa vedevano rappresentato, solo dati oggettivi, non la loro interpretazione degli stessi. Quest’ultima occupava un secondo momento della discussione, quello in cui ho chiesto loro che cosa pensavano avrebbero letto. Infine, hanno dovuto formulare delle domande che venivano loro in mente guardando l’illustrazione. Questa è la routine Cosa vedo, cosa penso, cosa mi chiedo, un’attività spesso usata nel WRW per coinvolgere la classe nella lettura.

La motivazione fornita da Muhammad

Ho poi iniziato la lettura delle tavole, interrompendomi di tanto in tanto per far loro delle domande sulla protagonista, su cosa si aspettavano che succedesse e su cosa avrebbero fatto se si fossero trovatə al posto di Sitara, la bambina siriana del 1213 d.C. venduta come schiava a una famiglia ricca che vorrebbe istruirla per accrescere il suo valore. La bambina, però, non risponde agli stimoli che riceve. Si limita a sorridere in maniera angelica. Alla prima opportunità, Sitara cerca di scappare, ma viene fermata da Muhammad, il figlio della padrona di casa, di poco più grande di lei e noto a Sitara per essere molto intelligente e studioso. Trovandosi alle strette, Sitara confessa di non voler studiare perché non vuole essere venduta di nuovo ad altri padroni. Si arriva così arrivatə al punto che maggiormente mi interessava: il momento in cui il giovane Muhammad spiega a Sitara perché lo studio è importante.

Muhammad porta Sitara e un’altra serva sul tetto. Una volta lì, annuncia loro di avere intenzione di far cadere di sotto un grande bacile. Questo gesto provoca il panico tra gli abitanti della casa, che si domandano che cosa sia accaduto, paventando anche l’invasione da parte delle tribù nomadi che minacciano la città. Gli unici a rimanere calmi sono Muhammad, Sitara e l’altra serva. La motivazione è semplice: sapevano che cosa sarebbe successo. Muhammad spiega, allora, che lo studio per lui serve proprio a quello: prepara agli imprevisti che la vita mette davanti.

Una motivazione da condividere e fare propria

Devo ammettere che non c’è nulla di più bello del vedere un concetto complesso spiegato in maniera semplice ed efficace anche attraverso gesti concreti. Non appena ho letto quelle pagine, ho subito pensato che mi sarebbe piaciuto trasmetterle ai miei allievi e alle mie allieve. Mi piace l’idea che studiare serva a prepararsi alle circostanze che la vita ti pone di fronte. Non perché ti permetta di prevedere il futuro, ma perché ti fornisce degli strumenti per interpretare meglio la realtà che ci circonda. È un’idea che ho voluto condividere con loro e che spero possa portarlə a riflettere ancora e ancora sull’argomento, magari avendone una prova tangibile durante il loro percorso di studi.

Una volta conclusa la lettura, abbiamo dedicato 5 minuti a un Lampo di scrittura a tema “studio”. Anche in questo caso, si tratta di un’attività suggerita dal WRW utile per rendere la scrittura una routine. Dopo che si è deciso un argomento, si scrive per un preciso periodo di tempo tutto ciò che si vuole su quel tema. Potrebbe venir fuori un piccolo ricordo personale, un elenco di parole, una riflessione, un anagramma, una serie di frasi sconnesse tra loro… non importa. L’importante è che si passino i minuti stabiliti a scrivere senza distrarsi e senza paura di sbagliare o di andare fuori traccia.

Come è andata?

Una volta terminati i 5 minuti, chi voleva ha potuto condividere con la classe quanto scritto. Condivido qui con voi alcune delle riflessioni che sono venute fuori.

Lo studio! Cos’è lo studio? E perché devo studiare? Be’ fino a un’ora fa ancora non avevo una risposta ma poi grazie a un’ottima professoressa e un manga l’ho capito e ne sono più che contenta perché sono stata per la bellezza di 11 anni senza saperlo e ora lo so. Lo studio serve a riuscire a prendere le giuste decisioni, a poter fare più esperienze. Grazie alla lettura e alla scrittura oggi sono capace di scrivere le mie opinioni o semplicemente comunicarle. Invece grazie alla lettura ho scoperto una grande passione, leggere. E da quando ho imparato a leggere, è diventata la mia cosa preferita. Quindi sì, studiare è importante. Serve.

Secondo me lo studio è indispensabile perché ti aiuta a conoscere cose nuove e a conoscere altre discipline di cui non hai mai sentito parlare. A me piace molto studiare, certo quando sono stanca oppure sono troppe pagine, no, però quando ho voglia mi impegno molto. Per esempio, la prof. di matematica e scienze ci ha dato 4 pagine da studiare; all’inizio non mi andava e dicevo dentro di me che non l’avrei mai fatto ma poi quando ho iniziato a leggere l’argomento ho cambiato idea. Infatti, ho iniziato a fare mappe, schemi, ecc… e alla fine è uscito un capolavoro. E niente, quindi spero di trovarmi bene con lo studio a scuola e… buona fortuna a me.

A me piace studiare basta che le cose siano non troppo difficili. La mia materia preferita è l’italiano soprattutto quest’anno alle medie perché la prof è molto brava. Ci fa molti schemi approfonditi ma facili da capire. A me i manga non piacevano ma oggi ne abbiamo visto uno molto bello e molto interessante.

Come potete leggere, il lampo di scrittura è libero: non c’è un modo corretto o sbagliato di svolgere l’esercizio. L’importante è abituarsi a scrivere i propri pensieri.

Io e lo studio abbiamo una forte alleanza. A noi ragazzi ci chiedono spesso perché studiamo? Per conoscere nuove cose come: la matematica, la medicina, l’italiano, la storia, ecc… studiamo tecnologia. I videogames: cosa c’entrano? C’entrano perché mentre giochiamo ci insegniamo da soli la tecnologia (una parte). La medicina e motoria le studiamo anche da soli con lo sport. Inglese anche questa da soli per parlare con le persone straniere.

Alcune riflessioni erano legate alla lettura svolta in classe, altre no. C’è chi ha ammesso di odiare lo studio pur riconoscendone l’importanza e chi ha continuato a fornire motivazioni estrinseche.

Lo studio è importante ma pure noioso. Senza di esso non potremmo fare niente. A me non piace studiare, anzi lo odio e lo odierò sempre perché lo studio mi manda pure in crisi nervosa alle volte. Ma se vogliamo andare a visitare qualche paese all’estero dobbiamo sapere l’inglese oppure dobbiamo sapere l’italiano per leggere e scrivere… insomma lo studio è importante.

Un’alunna ha creato un piccolo racconto molto suggestivo a livello simbolico a dimostrazione del fatto che non c’è nulla di meglio delle storie per creare altre storie.

C’era un bambino di nome D che giocava all’aperto. La mamma gli disse che doveva studiare ma il bambino non voleva. Quindi continuò a giocare. La sera, la mamma gli disse “È pronta la cena!” e lui scese. Mentre stavano cenando, la mamma gli chiese: “Hai fatto i compiti?”. D rispose di no e la mamma lo mise in punizione. D non aveva mai fatto un incubo, ma quella sera sognò un libro gigante di matematica con i denti affilati che lo inseguiva. La mamma apparve a fianco a lui con un fucile e sconfisse il libro. Quindi, D non ha più paura di affrontare la scuola.

Personalmente, sono stata molto contenta dei risultati e di vederlə coinvoltə e partecipi durante la lezione. Credo che alcuni semi siano stati piantati. Nei prossimi mesi toccherà innaffiarli per bene, magari tornando sull’argomento con un altro manga (ho una mezza intenzione di leggere Atelier of Witch Hat).

Devo ammettere di essere stata felice nel vederlə incuriositə nei confronti della storia di Jaadugar tanto che da allora porto in classe il primo volume affinché lo possano continuare a leggere in autonomia. Se lo contendono spesso!

L’uso del manga

In questo caso, ho scelto di partire dal manga più per il contenuto dell’opera che non per il linguaggio artistico in sé. D’altra parte, stiamo parlando di una prima che ancora conosco poco. Partire da qualcosa di molto semplice, anche di didascalico, per portarlə a familiarizzare con questo genere e con l’argomento è utile per non rischiare di saltare passaggi importanti e per non dare niente per scontato.

Nei manga per ragazzi/e si affrontano spesso discussioni su temi significativi in maniera molto aperta e diretta. Credo che ragazze e ragazzi di 10/11 anni abbiano bisogno di questi stimoli per iniziare a costruire la loro visione del mondo. Sono consapevole che Jaadugar abbia tantissimi altri aspetti che meritano di essere presi in considerazione, primo fra tutti lo stile di disegno. La presentazione così cartonesca e stilizzata dei personaggi serve a smorzare i toni drammatici che la storia assume in più occasioni. È un argomento che andrebbe trattato in maniera specifica… e non è detto che non ci sarà occasione per farlo con questa classe.

Per il momento mi tengo la soddisfazione personale più grande: aver visto appassionarsi alla lezione anche chi mi aveva detto di non gradire il manga. D’altra parte, la voglia di portare a scuola questa mia passione nasce da una mia motivazione intrinseca alla lettura e allo studio. Se questa può servire a costruire altre motivazioni personali, non posso che considerarla ancora più preziosa.

Sitara è mossa da motivazione intrinseca o estrinseca?

Questo episodio iniziale di Jaadugar è particolarmente interessante anche per chi abbia voglia di parlare proprio di motivazione allo studio. Magari con le classi più avanzate del liceo, si potrebbe tentare la lettura di questo stesso capitolo e affrontare la questione da un punto di vista più maturo, includendo anche i concetti di motivazione intrinseca ed estrinseca. Sitara, infatti, avrebbe delle motivazioni estrinseche piuttosto forti per lasciarsi istruire dalla famiglia: come schiava, il suo valore aumenterebbe e potrebbe aspirare a condizioni di vita migliori. Per la bambina, però, è del tutto inconcepibile. Al contrario, sente che studiando dovrebbe andare ancora più lontano da casa, quindi perdere una parte di sé stessa per sempre.

Sitara inizia a studiare nel momento in cui trova una sua motivazione per farlo: competere con Muhammad. Quando il bambino le dà dimostrazione dei vantaggi dello studio, Sitara è colpita non solo dalle parole del ragazzo ma anche (e soprattutto) dalla sua maturità, dal suo modo di pensare. Quel modo di essere le appare ammirevole e capisce subito che è frutto non tanto di indole personale ma dello studio. Il pensiero che anche lei possa diventare così è ciò che la spinge a sforzarsi di memorizzare le sure. È la nascita di un desiderio, di un interesse personale che la porta a prendere in mano un libro.

La motivazione esterna è diventata interna. Da lì in poi, la voglia di imparare non farà che crescere… e le tornerà davvero molto utile. Ma non sarà quello che interesserà alla protagonista. D’altra parte, quando studiamo i vantaggi arrivano… ma non sono quello che realmente ci interessa, alla fine.

Federica Crisci

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