Sentenced to be Hero: cosa vuol dire essere un eroe?
“Un Eroe non ha il lusso di scegliere. Portare a compimento la propria missione, ecco l’unica cosa che può fare”.
Non c’è storia senza eroe o eroina. È così da quando le primissime comunità di esseri umani si radunavano intorno al fuoco per sentire racconti e imparare da essi come comportarsi. I o le protagoniste fungevano sempre come specchio nel quale riconoscere bisogni e desideri personali. La loro lotta per sopravvivere alle avversità e per raggiungere l’oggetto ambito sin dall’inizio della vicenda coinvolgeva ed emozionava perché ogni ascoltatore/trice vi ritrovava quanto affrontato nella vita di tutti oggi, traendo spunti e idee per cercare di risolvere situazioni complesse e migliorare la propria condizione.
Eroi ed eroine sono presto diventatə un modello di comportamento e di morale. Anche se nel corso dei secoli sono spuntati fuori personaggi molto più umani e sfaccettati, hanno saputo adattarsi all’evoluzione delle narrazioni continuando a rappresentare un’idea di coraggio, di integrità, di proattività. Nel genere fantasy, poi, l’eroe o l’eroina rappresentano delle figure con caratteristiche molto idealizzate. Anche quando ci vengono presentati come immaturi o incompleti, lettori e lettrici si aspettano una loro crescita personale che li porterà a compiere il proprio destino da eroe/eroina.
Un destino ammirevole, auspicabile… ma lo è davvero? Guardando Sentenced to be a Hero, qualche dubbio viene.
Il ruolo che chiama le sue scelte
La prima puntata dell’anime realizzato da Studio Kai ti catapulta all’interno della realtà di Xylo Forbartz senza bussola. Il mondo narrativo viene progressivamente svelato a chi guarda durante i 57 minuti del primo episodio, ma c’è una cosa che appare immeditamente chiara: essere eroi non è una condizione positiva. Al contrario, è una punizione assegnata a criminali per i quali la morte sembrava una pena troppo blanda. I restanti 11 episodi ci mostreranno che le cose sono ben diverse da come ci vengono raccontante all’inizio, ma la premessa costruita da Rocket Shōkai, autore delle light novel da cui Sentenced to be Hero è tratto, è particolarmente interessante.
Nel mondo di manga e anime capita spesso di voler ribaltare concetti metanarrativi come quello dell’antagonista (pensiamo a How to win my husband over o a Raeliana), ma Sentenced to be a Hero non si limita solo a questo. Ci porta anche a riflettere sul ruolo del “ruolo” in ambito narrativo. L’eroe nel mondo di Xylo è colui che non può scegliere cosa fare, ma deve limitarsi a eseguire gli ordini impartiti, anche fino alla morte. Non è qualcosa di così diverso da quello che fa l’eroe o l’eroina di qualsiasi altro racconto. Perché la scelta dei/lle protagonisti/e deve essere sempre orientata verso il bene, verso il raggiungimento dell’obiettivo. La missione è tutto perché non esiste storia senza scopo da raggiungere. E questo perché la vita non esiste senza bisogni o desideri.
Il mondo di eroi ed eroine è limitato dal loro destino. Perché se “da un grande potere derivano grandi responsabilità” è anche vero che il sacrificio richiesto può essere pesante da sopportare e il dolore che ne deriva talmente grande da sollevare il dubbio se ne valesse davvero la pena. Da qui, Shōkai ha creato tutto il mondo di Sentenced to be a Hero.
La società che chiama dei ruoli
L’anime racconta di un mondo in cui gli esseri umani sono minacciati da demoni fatati. Per sconfiggerli, si fa ricorso ai cavalieri dell’Ordine Sacro e all’Unità Eroe Penale 9004, una compagnia formata da 8 uomini condannati a questa sorte a causa di azioni riprovevoli compiute contro il regno. Ciascun eroe ha una specifica abilità di combattimento ed esegue gli ordini anche a costo della vita. Se muoiono durante le missioni, possono essere riportati in vita ma a un prezzo: parte della loro personalità e della loro memoria andrà perduto per sempre.
In questa guerra di logoramento contro i demoni, gli esseri umani hanno creato un’arma speciale: le 13 Dee. Queste divinità femminili sono tutte dotate di poteri speciali che possono usare solo nel momento in cui si legano a un cavaliere tramite giuramento di fedeltà (ricorda un po’ la poesia trobadorica). Il potere delle Dee non è però infinito: può esaurirsi e portare la divinità a trasformarsi in un demone ancora più terribile di quelli esistenti.
La società è guidata tanto dal potere temporale quanto da quello spirituale: comandanti dell’esercito e figure religiose collaborano tra loro in maniera apparentemente amichevole per vincere la guerra, ma sottobanco tentano di stabilire una gerarchia di comando che non lasci dubbi su chi deve guidare (o sarebbe meglio dire “disporre del”) il popolo. Tra questi due schieramenti, se ne affaccia un terzo che lavora in segreto contro entrambi. Si tratta della fazione dei Coesistenti che, dando per certa la vittoria dei demoni, collaborano con quest’ultimi per la sconfitta del genere umano sperando di ottenere favori e potere nel nuovo mondo.
L’Unità Eroe Penale 9004
Che una società simile consideri gli eroi dei mostruosi criminali non sorprende.
L’Unità Eroe è composta da individui effettivamente molto particolari. Alcuni sembrano crudeli e poco raccomandabili, altri vivono in un mondo di fantasia personale, altri ancora sono vigliacchi, manipolatori e pieni di vizi. Eppure, nel corso della storia, nessuno di loro ci appare come davvero “cattivo”. Al contrario, ne cogliamo degli aspetti positivi, comprendiamo alcune delle loro motivazioni e, alla fine, ci ritroviamo a tifare per loro.
Scopriamo che, pur nei loro limiti, molti di loro sono orientati verso l’altruismo (Norgalle crede di essere un re e protegge i suoi sudditi a qualsiasi costo, Ryhno nutre un grande amore nei confronti degli esseri umani), l’empatia (Dotta cerca di salvare il principe tenuto prigioniero mentre Jayce adora i draghi) e la sincerità (Venetim scrive un articolo in cui mette in dubbio l’operato del Tempio) ed è proprio per questo che vengono condannati dalla società. Il gioco ironico di Shōkai in questo senso è veramente meraviglioso: ciò che porta gli uomini dell’Unità 9004 a essere condannati a eroe sono atti gentili compiuti in una vita di eccessi. Nella lotta al potere, gesti simili richiamano umanità, solidarietà, compassione. Tutte cose che vanno eliminate perché rischiano di consolidare una comunità che può essere molto più forte di un singolo.
Gli eroi di Sentenced to be a Hero non incarnano l’immagine che tuttə noi abbiamo di “eroe/eroina”. Eppure, non ho potuto fare a meno di considerarli tali. Che sia a causa del mondo in cui vivono o perché non si possa sfuggire al gioco della narrazione, non l’ho ancora ben capito.
L'(anti)eroe della storia
Lo Xylo Forbartz dell’Unità Eroi che incontriamo nel primo episodio è un uomo distaccato e brusco. Esegue gli ordini senza provare compassione per chi salva, facendo del proprio meglio solo per restare vivo. L’unica cosa che sembra turbarlo profondamente – tanto da renderlo visibilmente arrabbiato – è il risveglio della Dea Teoritta e la sua richiesta di farle da cavaliere. Solo alla fine della puntata capiamo il perché di quegli atteggiamenti.
Prima di diventare parte dell’Unità Eroe, Xylo era uno dei comandanti dell’Ordine dei Cavalieri Sacri e aveva stretto un patto con un’altra Dea, Senerva. Per motivi a lui (e a noi) ancora ignoti, divenne vittima di un’imboscata; perse i suoi uomini, fu costretto a uccidere Senerva per impedirle di trasformarsi in un demone e fu condannato a servire nell’Unità Eroi. Xylo sopravvive solo animato dal desiderio di scoprire chi e perché ha incastrato lui e i suoi compagni così da potersi vendicare. Questo fin quando non arriva Teoritta. Battaglia dopo battaglia, il legame tra i due diventa sempre più profondo tanto da assegnare a Xylo una nuova missione: proteggere la piccola Dea non solo dai demoni, ma anche dalla fazione dei Coesistenti. Per farlo, Xylo imparerà ad affidarsi ai suoi nuovi compagni e al Comandante del 13° Ordine dei Cavalieri Sacri, Kivia.
Xylo è un eroe decaduto. Non a caso, il suo colore predominante è il nero, lo stesso di Gatsu di Berserk. Durante la visione non ho potuto fare a meno di paragonare i due protagonisti e le due storie. Sentenced to be a Hero presenta un mondo molto violento (non alla maniera estrema di Miura) in cui il protagonista, inizialmente “buono” e con valori morali marcati, finisce per perdere tutto ciò a cui tiene. La reazione al dolore della perdita di Xylo è pressoché identica a quella di Gatsu: entrambi continuano a combattere in maniera fredda e distaccata fino allo sfinimento. I valori di un tempo sono dimenticati, completamente sotterrati dal dolore e dal senso di colpa tipico del sopravvissuto. Il disinteresse mostrato per la vita e per la morte di chi li circonda è una necessità, un meccanismo di protezione che si è innescato nel momento in cui lo scontro con la realtà li ha portati a perdere ciò a cui tenevano davvero. Peccato che questo tipo di risposta non faccia altro che consumarli ancora di più.
Una via di salvezza è possibile: creare nuovi legami e avere l’opportunità di superare il trauma della perdita salvando la nuova compagnia dallo stesso nemico che ha sterminato la precedente. In altre parole, provare a ripercorrere la via dell’eroe e adempiere al compito mancato.
L’arrivo dell’eroina
Durante tutta la visione di Sentenced to be a Hero ho continuato a pensare che fosse un peccato vedere rappresentati solo eroi maschili. Il finale di stagione, mi ha sorpresa e mi ha fatto amare ancora di più l’intera serie.
Quando vediamo Kivia nel primo episodio è facile inquadrarla: è una guerriera che incarna i valori classici del mondo cavalleresco. Ha uno spiccato senso del dovere e dell’onore. Disprezza Xylo e Dotta per il loro essere eroi e svolge le missioni con grande responsabilità, pronta anche a sacrificare la sua stessa vita. Nel corso della stagione, il suo atteggiamento cambia. Dato che l’adesione ai suoi valori è sincera, Kivia si dà modo di vedere Xylo da un altro punto di vista, riconoscendone le qualità e le buone intenzioni. Mentre il rapporto con l’eroe diventa più profondo, Kivia inizia a riflettere criticamente sulle istituzioni che serve scoprendo un mondo pieno di incoerenze e di corruzione.
Il punto di rottura per Kivia arriva nel momento in cui scopre che suo zio – l’uomo che per primo le ha messo in mano una spada e l’ha spinta a diventare un cavaliere – è un Coesistente. Kivia ha costruito la sua ragione di vita vita intorno al ruolo assegnatole dallo zio. Si identifica in maniera totale con quei valori e quel credo. Vederlo svuotato di significato e corrotto la porta a crollare. La scena in cui uccide lo zio è tra le più violente ed emotivamente cariche di tutto l’anime. Ci restituisce un senso di perdita profondo che però non porta la ragazza a fuggire dai suoi ideali. Al contrario, continua ad abbracciarli scegliendo consapevolmente la condanna a Eroina.
Sarà interessante vedere come il suo ingresso nell’Unità 9004 cambierà le dinamiche del gruppo.
Le figure da venerare e da lodare
Sentenced to be a Hero offre una rappresentazione interessante del rapporto tra gli esseri umani e la spiritualità attraverso la figura delle Dee. Quest’ultime sono artificialmente create per vincere la battaglia contro i demoni e devono necessariamente legarsi a un cavaliere per esercitare il loro immenso potere. Nonostante possano fare la differenza tra la vittoria e la sconfitta, non chiedono altra ricompensa se non quella di essere lodate e accarezzate sulla testa.
In tutto questo ci rivedo molto le usanze dei vari credi religiosi. La lode della divinità attraverso preghiere, regali, canti, formule ripetute è alla base di qualsiasi rito sacro, da sempre, ed è finalizzata a ottenere protezione e benessere. Teoritta incarna l’immagine di una spiritualità pura e benigna, tanto da essere rappresentata con tratti infantili. La sua benevolenza viene sfruttata senza scrupoli dal Tempio e dall’Ordine dei Cavalieri per controllare le masse. Allo stesso modo, le altre Dee vengono trattate come dei veri e propri strumenti utili a ottenere più potere e influenza.
Xylo vuole proteggere Teoritta da questo cinico sfruttamento e le ripete più volte di non doversi sacrificare per il bene della società in cui vivono, ma la dea non sembra capire gli avvertimenti del proprio cavaliere. Non potrebbe essere altrimenti visto che il suo ruolo è quello di rappresentare l’essenza della purezza e della bontà che devono sopravvivere sempre, anche (e soprattutto) in un mondo così terribilmente corrotto.
Un anime ben fatto da non perdere
La prima stagione di Sentenced to be a Hero si è conclusa lasciando tanti punti interrogativi a cui la seconda stagione (già annunciata) potrebbe dare delle risposte. Ancora non si conoscono tutti gli aspetti politici del regno né i piani di Kafzen Dachrome, l’uomo che esegue la condanna di quasi tutti gli eroi. Non mi metto a fare congetture, ma voglio sottolineare come la realtà creata, pur non essendo originale nell’impianto riesce comunque a essere credibile e appetibile. Forse perché estremamente realistica nella sua violenta rappresentazione.
L’anime merita di essere visto non solo per la storia che si fa guardare con piacere e mantiene sempre vivo l’interesse – nonostante i numerosi momenti d’azione – ma anche per l’animazione sempre impeccabile. Alcune scene particolarmente drammatiche usano disegni più espressivi nel tratto e nei colori per veicolare meglio la tensione emotiva. La opening è molto coinvolgente e strizza un po’ l’occhio all’Attacco dei Giganti per le inquadrature della compagnia di spalle.
Ma credo che ciò che ci entusiasma di più di Sentenced to be a Hero è il modo in cui gioca con la nostra concezione di eroi ed eroine, infrangendo le nostre aspettative per poi confermarle come inevitabili.
Federica Crisci
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Quello che Given ci dice dell’amore
Ci sono opere belle perché stimolano riflessioni su vari temi. Le storie sembrano procedere su una strada dritta eppure basta voltare un attimo la testa per rendersi conto che esistono delle vie secondarie da intraprendere altrettanto percorribili.
Given è una di queste opere. Può essere letta come un racconto dedicato alla musica, come una vicenda sull’elaborazione del lutto. Oppure come una storia d’amore. È proprio per questo motivo che è finito nella mia lista di cose da (ri)vedere durante il mese del Pride. Natsuki Kizu ci racconta tante sfumature diverse dell’amore e proprio per questo ho pensato di dividere l’articolo di oggi da Given: ciò che ci doniamo e ciò che ci infliggiamo, uscito qualche giorno fa.
L’amore che salva… se non distrugge
La storia d’amore principale che Given racconta è quella tra Uenoyama e Mafuyu. Un amore che ha due caratteristiche fondamentali: è una storia tra diciassettenni e si sviluppa mentre si cerca di superare un trauma. Questi due aspetti, intrecciati tra loro, potrebbero rendere la relazione potenzialmente esplosiva e poco funzionale. C’è il rischio che una delle due personalità fagociti l’altra. Eppure i due riescono a trovare un loro equilibrio.
A diciassette anni si è giovani e si provano sentimenti molto intensi. Alle volte, troppo intensi. Kizu ce lo racconta benissimo attraverso il personaggio di Uenoyama. Grazie all’incontro con Mafuyu, il ragazzo si accende. Per i sentimenti che prova ritrova la voglia di fare musica e ha più energie da investire sia nel suonare che nel comporre. Ad un certo punto, però, questa carica emotiva gli si ritorce contro. Il pensiero di Mafuyu, la gelosia, la paura per il futuro della band occupano la mente di Uenoyama in maniera quasi esclusiva, compromettendo la qualità della musica stessa.
Rischi di essere divorato dalla musica di Mafuyu.
Questo è l’avvertimento di Haruki (il bassista della band) a Uenoyama. D’altra parte, quando si è innamorati di qualcunə, non si rischia di perdere i confini del proprio Sé per inglobare quelli dell’altra persona? È una criticità abbastanza diffusa. Soprattutto se hai 17 anni e non ti è mai capitato di innamorarti. Kizu ce lo mostra attraverso la precedente storia di Mafuyu con Yuki. Quell’amore percepito come speciale e unico porta all’autodistruzione dei due ragazzi perché non conosce limiti.
Cosa fare, quindi? Scappare dall’amore e dalle difficoltà per evitare di soffrire? È quello che prova a fare Mafuyu quando ai Given viene data la possibilità di debuttare. Ma non è quella la strada giusta. La soluzione è provare a rimanere all’interno del rapporto cercando di costruire, giorno dopo giorno, il cammino più equilibrato, lasciando andare solo nel momento in cui il legame non dà più modo di crescere insieme. Lo si può fare solo rimanendo fedeli a sé stessə, ma anche fidandosi dell’altra persona. Uenoyama riesce a preservare la sua autonomia di musicista e decide la sua strada indipendentemente da Mafuyu (tanto che arriva a suonare anche con una band diversa da quella condivisa). Non impone al suo ragazzo la sua stessa scelta, né lo pressa verso una decisione. Gli lascia tempo e spazio, fidandosi del loro legame e della passione verso la musica. Ecco il senso del biglietto per il concerto lasciato nell’armadietto delle scarpe. La possibilità è lì. A Mafuyu – e solo a lui – spetta la scelta se raccoglierla o meno.
Superare insieme un trauma
È sicuramente grazie alla presenza di Uenoyama che Mafuyu riesce ad andare oltre il proprio trauma. Però attenzione: Uenoyama non si sostituisce a Mafuyu nell’elaborazione del lutto, né gli impone la strada da seguire. Piuttosto, si affianca al ragazzo fungendo da ancora, da punto fermo. È una presenza benevola che sostiene, accompagna, accarezza. Fa quello che ci si aspetta da un chitarrista: suona in armonia con gli altri strumenti e la voce pur mantenendo riconoscibile il proprio suono. È questo a fare la differenza tra un rapporto sano e un rapporto di dipendenza.
La relazione tra Mafuyu e Uenoyama può apparire fiabesca, ma non lo è. È molto più vicina a un ideale possibile di quanto si possa ritenere. Non è la storia di un ragazzo che ne salva un altro grazie al suo amore. È la storia di un ragazzo che impara ad amare sé stesso e la persona con cui decide di stare grazie al supporto esterno che riceve. La differenza può essere sottile, ma c’è ed è fondamentale. Ed è interessante che una coppia fittizia ce lo insegni in maniera così chiara.
La rappresentazione del rapporto omosessuale
Ricordo che durante la prima visione di Given, mi sembrò strano che Uenoyama scendesse a patti con la propria omosessualità in maniera così rapida e sbrigativa soprattutto in una società come quella giapponese. Nel manga, questo aspetto viene trattato in uno dei capitoli attraverso la figura della sorella del ragazzo che confessa ad Haruki di sentirsi in colpa per non aver subito supportato il fratello nella sua relazione. In ogni caso, non è di certo una delle questioni principali che emergono dalla storia.
Guardando e leggendo altre storie BL mi sono resa conto che spesso la narrazione non ruota intorno alla domanda “Il mio amore è lecito?”, ma ha tutt’altro focus. È così anche per Yuri on Ice, L’estate in cui Hikaru è morto, Sasaki & Miyano (cito solo quelli che ho visto). Le coppie omosessuali vengono rappresentante non come un’eccezionalità, ma come una realtà presente. E questo mi sembra un ottimo modo per dar loro visibilità.
Riflettendo su questi aspetti, mi sono resa conto che la mia aspettativa sulla rappresentazione dell’amore omosessuale è legata alle narrazioni europee e statunitensi a cui io sono abituata. Al centro di molti film sul tema che ho visto c’erano sempre la discriminazione, le difficoltà del coming out e la tragedia nel finale. Solo negli ultimi anni le narrazioni hanno iniziato a mettere al centro il mondo queer non per parlare di orientamento sessuale, delle non monogamie o di identità di genere, ma di tutt’altro. Questo in Giappone è avvenuto prima che da noi… ed è sorprendente per un Paese in cui la comunità LGBTQI+ non gode di chissà quali diritti civili. Si tratta di storie targettizzate al femminile e considerate quasi una fantasia da ragazze…
Mi rendo conto che classificare le due modalità di rappresentazione lascia il tempo che trova. Direi piuttosto che entrambe sono necessarie nel contesto sociale e politico in cui viviamo. È importante considerare le coppie non eterosessuali come parte integrante della nostra realtà e questo implica rappresentarle nella maniera più naturale possibile. Nonostante questo, non dobbiamo dimenticarci che queste storie non hanno vita facile anche nelle culture ritenute più progressiste (poi ci sarebbe da discutere su quanto lo siano effettivamente). Di conseguenza, puntare l’attenzione sulle difficoltà che queste persone incontrano nell’essere accettate e nel vivere serenamente ciò che sentano è un atto politico doveroso.
Le altre coppie di Given
Mi sono concessa una piccola digressione… torniamo a Given e alle tante storie d’amore che rappresenta.
Un’altra coppia che fa battere il cuore di chi legge è quella composta da Haruki e Akihiko. Qui non siamo di fronte al primo amore, ma ad una relazione che può nascere solo nel momento in cui si accetta la fine di quello che si pensava essere un grande amore. Per parlare di Haruki e Akihiko, infatti, si deve per forza partire dal rapporto tra quest’ultimo e Ugetsu.
Ugetsu e Akihiko potrebbero facilmente essere bollati come coppia tossica e, onestamente, durante la prima visione era un rapporto che facevo fatica a digerire. Riguardando l’anime e leggendo il manga, però, ho pensato che nonostante tutti gli aspetti negativi, questa relazione ci racconta qualcosa di importante: non è detto che l’amore sia sufficiente per portare avanti una relazione. Perché al di là dell’attrazione e del sentimento provato nei confronti dell’altra persona, è necessario che il legame aggiunga qualcosa all’individuo, altrimenti rischia di diventare solo un limite.
L’amore tra Ugetsu e Akihiko è profondo, ma porta il secondo a sparire all’ombra del talento del primo che non si preoccupa di incoraggiarlo o di sostenerlo nella sua carriera di musicista classico. Rendendosi conto di ciò, Ugetsu decide di lasciare Akihiko, ma nessuno dei due riesce ad accettare fino in fondo la fine della storia. Così, i due si trascinano in un rapporto logorante e doloroso in cui stare male è meglio del lasciar andare. Questo succede spesso nella vita reale perché gli umani sono esseri abitudinari e generalmente restii al cambiamento.
Il rapporto tra Haruki e Akihiko non nasce con premesse migliori: Haruki vuole salvare Akihiko da sé stesso, ma finisce solo per rimanerne scottato. Una vera possibilità per loro si aprirà solo nel momento in cui Akihiko riuscirà a chiudere i conti con il passato così da predisporsi a una nuova storia. Una storia in cui nessuno dei due salva l’altro, ma entrambi decidono di condividersi.
L’amore raccontato attraverso la musica
Le tante storie d’amore di Given sono sempre raccontate attraverso la musica. Le relazioni nascono, si evolvono o si risolvono grazie alle canzoni realizzate dai personaggi. Ma non solo. Le note e i loro effetti servono come linguaggio di comunicazione tra i vari ragazzi. Spesso questi usano delle metafore musicali per dar voce al loro dolore. Ugetsu urla ad Akihiko “Perché adesso vuoi lasciare il violino?” quando capisce che il suo ex compagno sta per lasciarlo definitivamente. È chiaro che il violino di cui si parla è lui stesso.
La musica è anche ciò che rimane degli amori conclusi. Yuki saluta Mafuyu dicendogli di cantare sempre più forte così che lui possa sentirlo da dentro di lui. La musica si nutrirà delle emozioni di chi la compone e così rimarrà vivo il ricordo dei momenti che l’hanno ispirata.
Un manga/anime sull’amore o sulla musica?
Per questa continua presenza della musica nella storia, sarebbe difficile parlare di Given come di una semplice storia d’amore BL. Allo stesso tempo, le dinamiche tra i personaggi sono così centrali che non potremmo neanche parlare di questo manga/anime come di una semplice storia dedicata alla musica.
Given nel suo rifuggire un inquadramento di genere specifico si dimostra ancora una volta un buono specchio per la realtà che viviamo. Guardando questo riflesso non possiamo fare altro che imparare qualcosa su di noi stessə e sul mondo.
Federica Crisci
Given: ciò che ci doniamo (e ci infliggiamo)
Il mese del Pride non poteva che essere dedicato alla lettura e alla visione di storie queer. Questa scelta mi ha riportata sulla strada di Given. Dico “riportata” perché già l’anno scorso, più o meno in questo stesso periodo, avevo deciso di vedere l’anime di cui tanto sentito parlare in maniera entusiasta sia da mia cugina che da mia sorella. Una volta terminata la visione di Given: to the sea, non solo mi sono unita al coro delle ammiratrici della saga, ma sapevo che avrei voluto rivederlo anche per scriverne.
L’occasione è finalmente arrivata. Questa volta, però, non mi sono limitata solo alla versione animata. Dopo aver supplicato mia sorella di prestarmi i manga (e non è stato facile), mi sono dedicata alla lettura delle tavole di Natsuki Kizu così da completare il ciclo e togliermi una grande curiosità: come si disegna la musica?
Una volta iniziato a scrivere l’articolo, mi sono resa conto delle tante possibili letture che si potevano dare di quest’opera. Inoltre, le tematiche portate avanti sono talmente dense che messe insieme potrebbero risultare pesanti. Ecco perché ho deciso di creare due momenti di riflessione separati.
La storia di una passione, la storia di un trauma
Quando Mafuyu incontra Uenoyama sulle scale vicino alla palestra della scuola è un ragazzo solitario che non riesce bene a esprimersi e che non sa come gestire il grande dramma che ha vissuto: la perdita di Yuki, il suo ragazzo nonché amico di infanzia, suicidatosi poco tempo prima a causa di un litigio avuto proprio con Mafuyu. Il momento della discussione non ci viene mai raccontato in maniera completa perché non è davvero significativo. È un conflitto come tanti se ne possono avere a 16 anni quando si sperimenta per la prima volta l’amore, si ha una grande passione e poco tempo a disposizione per godersi entrambe le cose. Infatti, dopo aver formato una band con altri due amici d’infanzia, Hiragi e Shizusumi, Yuki passa pochissimo tempo con Mafuyu. Quest’ultimo non riesce a esprimere la sua voglia di essere coinvolto nella musica, si arrabbia con Yuki e gli dice:
E allora moriresti per me?
È una frase forte, figlia di un’emozione altrettanto intensa e non gestita in maniera assertiva. Una frase frutto della giovane età di Mafuyu (anche se tantə adultə non arrivano mai a questo grado di consapevolezza) che vorrebbe essere intesa come una provocazione. Sicuramente, non intendeva essere un invito. Eppure Yuki – un ragazzo che ci viene sempre descritto come un essere umano fuori dall’ordinario, egocentrico e talmente istintivo da non valutare affatto le conseguenze delle sue azioni – la prende alla lettera. È così che un futile litigio come tanti diventa tragedia.
Mafuyu rimane solo, con la chitarra di Yuki – lasciatagli a forza dalla madre del ragazzo – e un grande tumulto emotivo a cui non riesce a dare voce. Un tumulto emotivo a cui probabilmente non vuole neanche dare voce (“C’è qualcosa che vuoi comunicare o vuoi evitare di dar voce a qualcosa che provi?” gli verrà chiesto a un certo punto della storia) non solo perché doloroso ma anche perché significherebbe lasciar andare una persona amata ormai lontana.
Nominare il trauma…
Mafuyu ha bisogno di riuscire a nominare il suo trauma personale parlando di ciò che sente. È il primo passo fondamentale per procedere verso la guarigione. A questo percorso vengono dedicati la prima stagione dell’anime e i volumi iniziali dell’opera. L’impresa risulta ancora più ardua dato che Mafuyu è neurodivergente. Non viene mai detto in maniera chiara, ma ci sono tanti elementi che ci permettono di considerarlo tale a partire proprio da questa sua chiara difficoltà nell’esprimere le emozioni come le persone che lo circondano. Mafuyu, inoltre, ha bisogno sempre di molto tempo per prendere una decisione e in più occasioni dimostra di avere difficoltà a elaborare insieme una grande quantità di informazioni. Anche queste caratteristiche possono rientrare nel funzionamento cognitivo atipico.
Ad aiutare il protagonista nel suo percorso di guarigione sarà un altro appassionato di musica: Uenoyama. D’altra parte, non si può uscire da un trauma senza un supporto esterno. È vero che il grande lavoro può essere fatto solo dal singolo, ma la base ci vuole. Uenoyama fornisce proprio questa, in senso musicale. Dopo aver scoperto il talento di Mafuyu per la musica, Uenoyama lo invita a far parte della propria band e compone una melodia pensando alla voce del suo nuovo amico. Poi, gli propone di scrivere il testo della canzone. In altre parole, gli fornisce l’opportunità di far uscire il proprio dolore, di dargli spazio e visibilità. Non sarà una stesura semplice, ma sarà necessaria.
… per poi superarlo
Riuscire a dar voce alle proprie emozioni permette finalmente a Mafuyu di sentirsi in pace e di dedicarsi alla sua nuova passione, la musica. Una volta iniziato il percorso di guarigione, ha modo di aprirsi a una nuova storia d’amore con Uenoyama. Ma il processo di elaborazione del lutto non è concluso. Dopo aver nominato ciò che ci ha ferito è indispensabile riuscire ad andare oltre senza sentirsi in colpa verso chi si lascia indietro. L’arco finale del manga e il film Given: To the Sea raccontano di questa seconda fase del superamento del trauma, spesso sottovalutata.
Quando ai Given viene data l’opportunità di debuttare, Mafuyu non riesce a decidere sul da farsi. Si sente bloccato. Non vuole rinunciare alla musica poiché ha scoperto quanto questa significhi per lui. Allo stesso tempo, ha paura che questa possa mettersi di nuovo in mezzo nel suo rapporto portandolo a perdere la persona che ama. Per chi è sopravvissutə a un’esperienza dolorosa ed è riuscitə a trovare un nuovo equilibrio non c’è niente di più minaccioso del futuro. I cambiamenti inevitabili prodotti dal passare del tempo possono portare anche nuove difficoltà e chi garantisce che si riesca a uscirne di nuovo vista la fatica sperimentata la prima volta?
Eppure, non c’è altra soluzione che andare avanti. Ugetsu, uno dei personaggi secondari, lo dice chiaramente:
Puoi solo continuare a muoverti.
Non è possibile evitare di soffrire così come non è possibile evitare di fare gli errori. La differenza sta nello scegliere consapevolmente e nel provare a riparare a quanto fatto. La corda rotta di una chitarra può sempre essere sostituita. Given ci racconta anche questo in uno dei momenti più drammatici della serie. Sì, la corda non sarà più la stessa, ma ciò non significa che non sarà mai più possibile suonare quello strumento.
L’arte come possibilità di vincere il tempo
Oltre ad aver paura di perdere l’amore di Uenoyama, Mafuyu deve capire anche come gestire la memoria di Yuki.
Andare avanti significa anche dimenticare. Forse non tutto, ma molto sì. E dimenticare è sinonimo di “non valore”. O almeno lo è in un mondo che ragiona per assoluti. Ma nella vita e nelle relazioni c’è ben poco di assoluto se non ciò che scegliamo di vedere come tale. Alle volte, c’è qualcosa di incredibilmente importante nel passato che, anche se viene lasciato lì, non smette di essere significativo. Anche perdendone i dettagli.
È ancora una volta Uenoyama ad aiutare Mafuyu a uscire dal suo impasse. Il ragazzo decide di completare una melodia iniziata a scrivere da Yuki e la fa ascoltare a Mafuyu per dimostrargli che fare musica significa anche questo: fissare nell’eternità un attimo di vita finito che un giorno potrebbe essere dimenticato. Oltre a compiere un gesto di grandissimo amore nei confronti del suo compagno, Uenoyama ci mostra uno degli aspetti più potenti non solo della musica, ma dell’arte in generale.
Given non è, quindi, solo una storia sul superamento di una perdita. È un inno alla musica, al suo linguaggio, alla sua forza espressiva. Un po’ come il Prisma dell’Amore è un inno al disegno.
Come si racconta la musica attraverso il disegno?
La domanda da cui sono partita all’inizio (“Come si disegna la musica?”) acquista ancora più significato se pensiamo al ruolo da protagonista che la musica ha in Given. Canzoni e melodie non sono solo parte della storia, ma uniscono i personaggi spesso sostituendosi alle conversazioni che non riescono a sostenere.
Se guardando l’anime possiamo sentire i brani musicali (cosa che continuo a fare tutti i giorni, spesso anche più volte al giorno) ed emozionarci di conseguenza, leggendo il manga non è possibile. Nonostante la precisione delle onomatopee giapponesi nel descrivere e nel raccontare suoni ed emozioni, ancora non riescono a tradurre in lettere un’intera canzone.
Ero curiosa di vedere le tavole della mangaka e devo ammettere che sono rimasta sorpresa. Per riprodurre il suono, Kizu sfrutta diverse possibilità offerte dal linguaggio manga. Innanzitutto, gioca con la gabbia optando per vignette oblique e immagini sovrapposte che mescolano momenti del passato e del presente. Le didascalie intrecciano versi della canzone e pensieri dei personaggi rendendo difficilmente identificabili i confini tra i due. Non mancano le onomatopee e le ombreggiature a effetto realizzate tramite i retini. Molte inquadrature si concentrano sui dettagli o sui primi piani dei personaggi, alcune volte ripresi a metà. Fondamentali – anche se non usate spesso – le splash page.
I disegni diventano il linguaggio musicale. L’occhio è inondato da immagini e il nostro cervello crea il suono che manca alle tavole. È un’esperienza sicuramente interessante anche se ammetto di non essermela goduta pienamente dato che avevo già visto l’anime.
Given e l’amore
Given è una storia dedicata alla musica.
Given è una storia che racconta come superare un traume (un po’ come Gli Agenti delle Quattro Stagioni).
Given è anche una storia che parla d’amore. In diverse forme. Ed è proprio di questo che vi parlerò nel prossimo articolo.
Federica Crisci
Le immagini contenute in questa recensione sono riprodotte in osservanza dell’articolo 70, comma 1, Legge 22 aprile 1941 n. 633 sulla Protezione del diritto d’autore e di altri diritti connessi al suo esercizio. Si tratta, infatti, di «riassunto, […] citazione o […] riproduzione di brani o di parti di opera […]» utilizzati «per uso di critica o di discussione», nonché per mere finalità illustrative e per fini non commerciali. La presenza in Anime a Merenda non costituisce «concorrenza all’utilizzazione economica dell’opera».
Gli Agenti delle Quattro Stagioni: cosa significa rinascere
Non mi capita quasi mai di scegliere un libro dalla copertina. Con Gli Agenti delle Quattro Stagioni di Kana Akatsuki è successo.
Ero in una fumetteria di Roma e i pastellosi colori caldi dell’illustrazione hanno da subito attirato il mio sguardo. Leggendo la trama, ho pensato “Che figata!” e senza farmi troppe domande (ahimè per il mio portafoglio!) ho comprato il volume. Volume che è poi rimasto sullo scaffale della libreria per tantissimi mesi aspettando che io trovassi il momento giusto per perdermi tra le sue pagine. Ha dovuto attendere che la mia curiosità venisse nuovamente solleticata da un altro medium: l’anime.
Quando lo scorso 29 marzo mi sono accorta che su Chruncyroll stava uscendo una nuova serie dal titolo Gli Agenti delle Quattro Stagioni, mi sono ricordata del libro e non sapevo bene che cosa fare: leggere prima la storia e poi guardarne la trasposizione animata oppure fare il contrario? Non vi racconterò i dettagli dei miei ragionamenti, sarebbe abbastanza inutile visto che, di base, non ho scelto. Ho piuttosto optato per un mix assurdo nel quale sono rientrati anche i manga disegnati da Nappa Komatsuda e portati in Italia da Planet Manga. Nonostante tutto, questo cocktail di forme d’arte mi ha appassionata tantissimo alla storia.
Storia di divinità, traumi, relazioni umane
Nel mondo rappresentato, esistono degli esseri umani dotati del potere di manifestare le stagioni. C’è chi ha poteri legati all’inverno (congelare la vita), chi alla primavera (far nascere la vita), chi all’estate (partecipare alla vita degli esseri viventi) e chi all’autunno (sottrarre la forza vitale). Queste capacità sono utili per evocare la propria stagione. Nell’arcipelago di Yamato (così si chiama nella storia il Giappone), però, sono dieci anni che la primavera non si manifesta. Ciò accade perché l’agente designata, Hinagiku Kayo, a soli sei anni, è stata rapita dal Kasai, un’organizzazione terroristica guidata da una donna abbastanza spietata dal soprannome di Gozen. Il Kasai è solo uno dei movimenti di ribelli che desiderano sfruttare i poteri degli agenti delle stagioni per gli scopi più disparati. Una volta riuscita a scappare, Hinagiku è finalmente pronta a riprendere il suo compito, scortata dalla fedele attendente Sakura, sua guardia del corpo.
Il passato, però, rimane un trauma non ancora risolto. Hinagiku, Sakura, Rosei e Itecho (l’agente e l’attendente dell’inverno, anch’essi presenti al momento del rapimento) dovranno trovare un modo per processare il loro dolore e ritrovare il legame che avevano. L’occasione sarà fornita da un nuovo, violentissimo, attacco del Kasai che prenderà di mira un’altra piccola agente, quella dell’Autunno.
Il mondo creato da Akatuski
Ne Gli Agenti delle Quattro Stagioni c’è tanto a cui appassionarsi.
Devo ammettere che la prima cosa che ho amato è il mondo creato dall’autrice. Mi è piaciuto molto immergermi in una storia costruita intorno a delle semi-divinità con poteri legati alle stagioni. Nella nostra cultura si è molto affievolita la ritualità legata al passaggio dei diversi periodi dell’anno e con esso il suo significato mistico. Al contrario, la cultura giapponese ha preservato il legame con la natura e con i suoi cicli vitali. Basti osservare l’importanza che nei manga e negli anime viene data alla rappresentazione dei fiori e dei colori stagionali o alle tante festività legate a determinate date del calendario (l’hanami e il momijigari, ad esempio, ovvero l’osservazione dei ciliegi in fiore e delle foglie rosse in autunno).
Kana Akatsuki, l’autrice dei due libri ben nota per la serie di Violet Evergarden, non si è limitata a trasformare le stagioni dei poteri. Ha anche costruito una storia coerente con il ciclo vitale a cui assistiamo (spesso senza accorgercene) durante l’anno. Gli Agenti delle Quattro Stagioni parla di morte e di rinascita. Parla di ciò che la vita dà e toglie e della necessità di affrontare i propri traumi per poter davvero sentirsi in forze.
Affrontare il proprio passato, affrontare sé stessə
Il trauma da superare è sicuramente il tema intorno al quale si costruisce tutta la narrazione (sia essa mediata dal libro, dall’anime o dal manga). Un trauma che si concretizza in maniera diverse per i protagonisti, ma che per tuttə rappresenta qualcosa con cui è difficile fare i conti.
Per Rosei e Sakura, il trauma coincide con la perdita dell’infanzia e della giovinezza. Con Itecho condividono il rimorso e la sensazione di impotenza provata davanti alla tragedia. Per Hinagiku, invece, l’uscita dall’infanzia è accompagnata da una vera e propria perdita di sé, tant’è che nella storia lei dichiara più volte di non essere la “Hinagiku di prima” che purtroppo non è riuscita a far tornare indietro.
Da un punto di vista simbolico, l’immagine che Akatsuki ci restituisce del trauma è potentissima e tristemente vera: nessunə torna indietro incolume dopo aver attraversato un dolore talmente grande da costringere la propria interiorità a comprimersi, scindersi, perdersi al punto tale da sparire. L’impossibilità di tornare a essere ciò che si era, non vuol dire che non ci sia la possibilità di riparare il trauma subito. Anzi. L’intera storia racconta proprio di come è possibile rinascere e continuare a vivere anche dopo che si è persa la forza vitale e si è congelata una parte del proprio essere. Non è una caso, quindi, che la protagonista sia proprio la Primavera, la stagione che più di tutte rappresenta il rinnovamento.
La guarigione dal trauma deve necessariamente partire dall’attraversamento dello stesso. Ecco perché i quattro decidono di non restare indifferenti di fronte al rapimento della piccola Nadeshiko, l’agente dell’Autunno. Ecco perché devono nuovamente affrontare il Kasai e Gozen prima di poter chiudere la vicenda in maniera definitiva e andare avanti.
Il complesso rapporto genitori/figlə
Il trauma di Hinagiku non è legato solo al rapimento e ai maltrattamenti subiti dal Kasai. È anche frutto di un rapporto non del tutto sereno con i genitori.
Hinagiku viene abbandonata quando ha soli 5 anni dalla madre, la precedente Portatrice della Primavera. La donna lo fa in virtù del suo malessere fisico e credendo di agire per il meglio, ma non tiene conto del grande dolore che provoca nella bambina. Le lascia in eredità questo messaggio:
Sopporta. Se ti trovi davanti qualcuno che ti dice qualcosa, resisti, aspettando il momento di combattere. Perché di sicuro, nel futuro, arriverà la tua occasione per rifiorire…
Inaspettatamente, alla morte della madre Hinagiku diventa la nuova agente della Primavera. Questo porta il padre (mai davvero vicino) a disprezzarla perché responsabile della dipartita della donna amata. Tradita da entrambi i genitori, Hinagiku cercherà conforto e affetto al di fuori dei legami dei sangue trovando prima Sakura, poi Rosei.
Un’antagonista abusante
Hinagiku subirà l’abuso più grande da parte di un’altra figura genitoriale, autoproclamatasi come tale. Si tratta di Gozen, la capa spietata e violenta dei ribelli.
La donna è un personaggio tanto terribile costruito in maniera magistrale. Nata all’interno di un contesto criminale, Gozen subisce una serie di violenze fisiche e psicologiche che la spingono a diventare a sua volta una carnefice. Costretta ad abortire dal marito scelto da suo padre, Gozen sarà sempre alla ricerca di una sostituta della figlia perduta. Quando rapisce Hinagiku, decide di diventare sua madre ma non fa altro che terrorizzare la bambina affinché faccia ciò che le viene comandato. In altre parole, Gozen riprende il modello genitoriale che ha vissuto e lo applica senza pensare al dolore che può causare. Il risultato è scontato perché già avvenuto: Hinagiku sarà completamente distrutta tanto da morire.
Gozen rappresenta una versione narrativamente portata all’estremo del genitore che vuole imporre la propria volontà sui figli pensando di agire per il loro bene e credendo di avere potere decisionale sulla loro vita perché li ha messi al mondo. È un atteggiamento di cui rendersi consapevoli perché può provocare molti danni in chi lo subisce.
Le implicazioni politiche
Attraverso il racconto fantastico, Akatsuki racconta il nostro mondo. Non solo le relazioni e le reazioni dei personaggi sono molto credibili, ma anche la politica che si è costruita intorno ai quattro agenti è molto realistica. L’esistenza di movimenti animati da varie ideologie estremiste che riescono a corrompere i vertici politici e a minacciare l’ordine stabilito e la vita dei portatori è specchio di ciò che ci circonda.
I tanti tradimenti subiti da Hinagiku e Sakura non sono solo colpi di scena, ma anche degli elementi di tensione che portano chi legge a condividere con Sakura il dubbio atroce di chi fidarsi. A chi credere quando tuttə intorno sembrano capaci di prenderti in giro? È un dilemma reale. Non solo politico (“Quale simbolo sbarro affinché il mio voto abbia davvero il potere di cambiare il futuro?”), ma anche personale (“Di chi mi fido in un mondo così egoista?”).
L’amicizia femminile
Nonostante sulle due copertine dei libri de Gli Agenti delle Quattro Stagioni ci siano le coppie etero protagoniste – Hinagiku e Rosei, Sakura e Itecho -, la relazione alla quale l’autrice dà più importanza in assoluto è quella amicale tra Sakura e Hinagiku.
Con loro inizia il romanzo. Con loro finisce. La guarigione della protagonista (sia quando è piccola, sia quando fugge dai suoi rapitori) inizia grazie alla presenza di Sakura. Non è un rapporto privo di elementi di dipendenza né di sentimenti più egoisti. Ma questo non fa che rende questo legame più vero e più interessante. Potrebbe sembrare una relazione non paritaria e in parte non lo è: Sakura è al servizio di Hinagiku ed esprime più volte il desiderio di dare la vita per la sua signora. Tuttavia, dobbiamo ricordare che Sakura sceglie consapevolmente questa strada. Lo fa per amore di Hinagiku e sentendosi emotivamente ricambiata.
La rappresentazione di questa amicizia femminile è necessaria. Non solo per depotenziare un po’ il topos dell’amore romantico, ma anche per dare dignità e spazio ai legami d’amicizia, troppo spessi subordinati a quelli amorosi e famigliari. L’amicizia tra donne, poi, non è spesso raccontata in maniera così profonda e viscerale.
Un titolo che vale la pena leggere/guardare
Chi ha amato Violet Evergarden riconoscerà nella narrazione de Gli Agenti delle Quattro Stagioni meccanismi simili: numerosi flashback che si intrecciano con il presente e l’attenzione data ai personaggi secondari che delineano le tappe del lungo percorso di crescita dei/lle protagonisti/e. È una storia in cui vale la pena immergersi anche se alcuni momenti potrebbero risultare più lenti di altri.
Chiedersi se sia meglio leggere il libro, il manga o guardare l’anime è lecito. Come vi ho detto, io non sono riuscita a scegliere e non saprei cosa consigliare tra lettura e visione… anche perché ammetto che nel momento in cui conosci già la storia, l’impatto potrebbe perdersi indipendentemente dal formato.
Il libro è molto interessante dal punto di vista stilistico. È una scrittura che mi ricorda molto altri autori e altre autrici giapponesi che ho letto. Inoltre, l’autrice per emozionare chi legge non si avvale solo delle parole e delle illustrazioni, ma anche degli spazi e dei colori delle pagine. Sfrutta le potenzialità dell’oggetto libro per farci perdere nel suo racconto.
L’anime ha un’animazione strepitosa. Non lo si può negare. I character sono belli, gli episodi coinvolgenti. Il manga, invece, è quello che mi è rimasto meno impresso. Credo che dipenda dalla gestione delle tavole e dalle inquadrature scelte… o semplicemente dal fatto che ormai conoscevo bene la storia per cui non mi lasciavo facilmente sorprendere dalle pagine disegnate.
Ribadisco che qualsiasi sia il medium da voi scelto, Gli Agenti delle Quattro Stagioni è una storia che merita di essere conosciuta.
Federica Crisci
Zatsu Tabi – That’s a Journey: cosa significa fare un viaggio da sola
Nel momento in cui scrivo questo articolo dedicato a Zatsu Tabi – That’s Journey sono a Bologna per un week-end in solitaria. Sapevo che avrei scritto di questo anime non appena ho visto la prima puntata, ma farlo in questa occasione è tutta un’altra cosa visto il tema della storia.
Una ragazza che viaggia da sola
La trama di Zatsu Tabi è piuttosto semplice: Chika Suzugamori è un’aspirante mangaka che vede le proprie bozze continuamente rifiutate. Una sera, presa dallo sconforto, ha l’idea di partire da sola per un viaggio. La meta viene scelta tramite sondaggio social ed è così che Chika si avvia verso Aizuwakamatsu, nella prefettura di Fukushima, senza prenotare alberghi né avere un itinerario definito. Decide sul momento che cosa fare in base ai propri desideri e bisogni. L’esperienza è rigenerante. Faticosa (come potrebbero non esserlo visti i 1125 scalini che decide di salire?), ma rigenerante. Le sue bozze continueranno a essere rifiutate, ma ora Chika ha un nuovo hobby: partire. Nelle sue peregrinazioni non sarà sempre da sola. A lei si uniranno amiche, ex compagne di scuola e anche colleghe mangaka già affermate.
Uno slice of life in cui succede poco, ma…
Zatzu Tabi è un anime tratto da un manga scritto e disegnato da Kenta Ishizaka non ancora edito in Italia. Non so se un titolo del genere potrebbe essere appetibile per il mercato italiano. Per ritmo e contenuti, quest’opera non è per tuttə. Dimenticate i grandi eventi narrativi o i colpi di scena: Zatsu Tabi non offre niente del genere. Non solo ci sono momenti in cui la protagonista è da sola e non fa altro che camminare e ammirare paesaggi parlando da sola, ma anche quando è in compagnia, non succede niente di straordinario. Gli scambi sono molto quotidiani, proprio come ci si aspetta da uno slice of life.
Immagino che, a gusto, possa risultare anche noioso. Ma ciò non toglie la sua potenza comunicativa. Non è un messaggio figo sull’esistenza urlato dall’eroe di turno mentre lotta per la vita o la morte. È piuttosto un invito a guardare in maniera diversa le piccole cose che formano la nostra vita e apprezzarle per la loro semplicità. Dietro chiacchiere qualsiasi tra due amiche c’è una connessione unica e vera che vive della sola presenza. Dietro una passeggiata in un tempio, c’è la bellezza del paesaggio che si ha di fronte e il modo in cui essa risuona dentro ciascunə di noi.
Personalmente, mi sono emozionata a quasi tutte le puntate. So che parte di questa emozione è legata al ricordo del mio lungo viaggio in Giappone in solitaria. Zatsu Tabi mi ha spesso riportata a quei momenti. Al di là della soggettività, credo che sia un ottimo anime per capire che cosa significhi viaggiare da solə. Sono mesi che cerco un modo per mettere giù e comunicare in maniera efficace tutte le sensazioni che ho provato. Zatsu Tabi le racconta in maniera semplice, ma estremamente chiara e potente. Magari non vi riconoscerete nella protagonista, ma potrebbe venirvi voglia di prenotare un viaggio tutto vostro.
Un inno d’amore per il Giappone
Se state pianificando un viaggio nel Paese dei manga e degli anime, potreste guardare Zatsu Tabi per prendere spunto.
Il co-protagonista della serie, infatti, è proprio il Giappone con le sue numerose località da scoprire. Chika ne visita diverse: Amanoshidate, Izumo, Itsukushima, Kyoto, Aomori, Tokyo stessa… Ci vengono mostrate le due anime – opposte ma complementari – del Paese: le metropoli altamente tecnologizzate e le piccole cittadine che sbucano nella natura selvaggia. Dei posti visitati ci vengono raccontate le leggende e le tradizioni caratteristiche. Di episodio in episodio, si impara qualcosa in più della cultura locale, proprio come se si fosse lì. D’altra parte, i luoghi rappresentati riproducono fedelmente la bellezza dei posti reali. Ci sono diverse città che ho visitato e che ho riconosciuto (da lì parte della commozione).
Oltre ai posti da visitare, l’anime ci dà informazioni anche sui mezzi da prendere per arrivarci, sui prodotti tipici da assaggiare, sulle attività imperdibili. È una sorta di guida turistica narrativa e animata. Vi consiglio di tenere a portata di mano un taccuino su cui segnare quello che vi colpisce di più. Chissà che un giorno non vi capiti di andarci.
Cosa significa viaggiare
Zatzu Tabi non offre solo occasioni di conoscere aree del Giappone che solitamente rimangono lontane dagli itinerari classici. È anche una riflessione profonda sul significato del viaggio.
Viaggiare è un’esperienza formativa unica. So che non sto scrivendo niente di nuovo. Eppure è incredibile come questa affermazione diventi… anzi, si senta profondamente vera quando si è fuori casa. Uscire dalle routine, cambiare scenari è un modo per spostare lo sguardo, per mettere in discussione comportamenti e pensieri. Ci si incontra con una versione diversa del proprio sé. Una versione che può servire nella vita di tutti i giorni. Non è detto che si torni da un viaggio radicalmente trasformatə. Ma un po’ diversə da ciò che si era prima, quello sì.
Ci viene spiegato come Chika riesce a raggiungere una località non solo per dare realismo alla storia, ma anche per mostrarci che il viaggio è molto di più delle attrazioni turistiche da immortalare sullo smartphone. È un’esperienza straordinaria che inizia nel momento in cui si esce di casa e si conclude solo al ritorno. Di conseguenza, si compone di tutti i momenti che si avvicendano tra questi due estremi, anche i più pragmatici. Organizzare gli spostamenti, chiedere informazioni in una lingua straniera, gustare i sapori locali, affrontare gli imprevisti, incontrare persone con un’altra formazione, sopportare le temperature stagionali sono tutti elementi che contribuiscono a rendere un viaggio ciò che è e sono tutti aspetti che possono metterci alla prova. È quello che definiamo “uscire dalla comfort zone”. Le conseguenze possono essere davvero sorprendenti.
Viaggiare da solə
Credo di aver amato tanto Zatsu Tabi per come ci mostra il viaggio in solitaria. Chika non prova alcun disagio nel partire da sola, neanche nel periodo di Capodanno. È qualcosa al quale noi non siamo abituatə. C’è ancora un profondo pregiudizio rispetto alla solitudine. Ci è difficile capire che possa risultare un bisogno e la viviamo come sinonimo di tristezza e inadeguatezza. È piuttosto normale visto il che come esseri umani siamo animali sociali e viviamo in una società costruita sulle relazioni.
Di base, però, solitudine e legami non si escludono a vicenda. Al contrario, andrebbero vissute entrambe le esperienze in maniera equilibrata per trovare veramente la felicità. Stare da solə è il solo modo per conoscersi davvero e per prendersi il tempo di fare ciò che si ama, senza compromessi. Stare con un’altra persona o più persone è un modo per condividere esperienze, risate, dolori. Sono entrambi modi fondamentali per arricchire la propria vita.
La stessa cosa vale anche per il viaggio. Farlo in solitaria o in compagnia è molto diverso, ma ugualmente interessante. Scoprire un posto insieme a qualcunə è un modo per conoscersi meglio e accrescere il legame condividendo dei momenti significativi. Visitare un posto da solə offre un altro tipo di esperienza. È come se il viaggio avvenisse non solo in orizzontale, ma anche in verticale. Esplorare un luogo ti porta inevitabilmente a esplorare te stessə. Nel silenzio, ciò che puoi ascoltare davvero sono i tuoi pensieri e le tue emozioni. Ogni sfida che ti si presenta davanti, anche la più piccola, è un’occasione per capire cos’è che ti spinge ad agire (o a non agire). È davvero una scoperta che funziona tanto meno ci si aspetta qualcosa.
Per capire cosa intendo, vi basta guardare il primo episodio di Zatzu Tabi e il modo in cui Chika affronta la salita del 1125 gradini del tempio. Oppure partire per conto vostro.
Una storia tutta al femminile
Un altro punto a favore di questo anime è il cast tutto al femminile. Non solo c’è una protagonista donna concentrata sulla sua crescita personale e professionale, ma intorno a lei ha solo amiche e nessun interesse amoroso. Sono donne tutte diverse. Alcuni caratteri sono più spensierati, altri più giocherelloni, altri più introversi… ma sono tutti indipendenti. Tutte queste rappresentazioni possibili del femminile sono bellissime proprio come il legame che le unisce.
Date una possibilità a questo anime. Se siete statə in Giappone, vi farà commuovere. Se non ci siete statə, vi farà venire voglia di partire. Davvero.
Due miei disegni di Zatsu Tabi


Federica Crisci
Le immagini contenute in questa recensione sono riprodotte in osservanza dell’articolo 70, comma 1, Legge 22 aprile 1941 n. 633 sulla Protezione del diritto d’autore e di altri diritti connessi al suo esercizio. Si tratta, infatti, di «riassunto, […] citazione o […] riproduzione di brani o di parti di opera […]» utilizzati «per uso di critica o di discussione», nonché per mere finalità illustrative e per fini non commerciali. La presenza in Anime a Merenda non costituisce «concorrenza all’utilizzazione economica dell’opera».
Sugar Apple Fairy Tale: una storia tenera
Ancora una volta ho premuto “Play” solo e unicamente perché attratta dal character design dei personaggi. Non sapevo assolutamente nulla su Sugar Apple Fairy Tale. Immaginavo fosse un fantasy e che avesse all’interno una storia d’amore, ma non avevo idea della trama né da dove fosse tratto (manga o light novel). L’avevo inserito nella lista degli anime da vedere perché trovavo molto affascinante lui (Chall Fen Chall). Ho iniziato a vederlo un sabato mattina e il lunedì sera avevo finito i 24 episodi disponibili: l’ho divorato perché mi è piaciuto tanto. Sono rimasta alquanto amareggiata nello scoprire che non sono state annunciate altre stagioni e che sono disponibili in inglese solo 9 dei 20 romanzi della serie pubblicati in Giappone (la storia in patria è conclusa).
Vi confesso che avrei tanta voglia di leggere come continua la storia, ma ho un po’ paura di rimanere ferma senza conoscere la conclusione, un po’ come è avvenuto per 7th Time Loop di cui sto ancora aspettando l’uscita del volume 7. Mentre decido cosa fare, vi parlo un po’ dell’anime e del perché, secondo me, merita una possibilità.
Una fiaba zuccherina
Il titolo lo dice chiaramente: Sugar Apple Fairy Tale è una fiaba. Non di quelle crude e ricche di elementi violenti come sono le fiabe della tradizione, ma di quelle disneyane. Qualcunə potrà storcere un po’ il naso davanti a quest’affermazione, ma permettetemi di dire che dovreste concedere a questo anime il beneficio del dubbio. È una storia pensata per un pubblico giovane, molto… è zuccherina e affronta argomenti importanti in maniera leggera. Alle volte pecca di mancanza di coraggio e di profondità, ma questo non significa che non sia godibile. Per me lo è stato tanto grazie a un mix di fattori ben amalgamati tra loro.
Ho apprezzato i protagonisti, la loro storia d’amore, il modo in cui crescono nel corso delle varie avventure… e poi mi è piaciuto molto il mondo narrativo all’interno del quale si muovono di cui fanno parte esseri umani e fate. Tra le due stirpi non è mai corso buon sangue: dopo una sanguinosa guerra vinta dagli esseri umani, la maggior parte delle fate sono state asservite ai vincitori tramite il controllo di una delle loro ali. Il regno si basa sulla disuguaglianza e sullo sfruttamento di un popolo ritenuto inferiore perché diverso. L’ostilità tra fate e esseri umani (destinata probabilmente a degenerare), non impedisce a quest’ultimi di coltivare l’arte delle caramelle di zucchero argentato. Questo alimento è in grado di allungare la vita delle fate ma viene lavorato solo da artigiani umani specializzati che trattano il mestiere come una vera e propria arte. Tra loro c’è anche Anne, la giovanissima protagonista di Sugar Apple Fairy Tale.
Una giovane decisa a realizzarsi professionalmente
Anne si appassiona alla lavorazione dello zucchero argentato grazie a sua madre, una delle poche Maestre artigiane del regno. Una volta rimasta orfana, la giovane decide di provare a conquistare lo stesso riconoscimento ottenuto dalla madre. A questo scopo, si avvia verso la capitale del regno e compra una fata guerriera per proteggersi lungo la via. È così che conosce Chall, una fata tanto bella quanto scontrosa e diffidente (a ragione) verso gli esseri umani. Anne non ha pregiudizi nei confronti delle fate e non fatica a trattarle come sue pari. Desidera diventare loro amica e non esita a esporsi per difenderle. Grazie a queste sue idee, restituisce la libertà a Chall che decide volontariamente di rimanerle accanto durante il suo percorso di formazione professionale. Percorso al quale Anne tiene tantissimo.
Ho apprezzato molto vedere in questa serie una protagonista così dedita al proprio lavoro. Animata dal desiderio di suscitare emozioni forti nei suoi committenti, Anne dedica tutta sé stessa alla creazione delle caramelle. È una vera e propria artista: cerca l’ispirazione e, una volta trovata, ci si immerge completamente fino al completamento dell’opera. Pur essendo portata per questo mestiere, Anne non pecca mai di presunzione e impara volentieri da chi ha più esperienza di lei pur mantenendo integri i suoi valori e le proprie convinzioni.
L’eroina di questa storia ha una forte motivazione a realizzarsi professionalmente. Al di là del legame sentimentale che intreccia, Anne non rinuncia mai al suo sogno. Un bellissimo messaggio, soprattutto per le giovani telespettatrici.
Un lavoro da cui escludere le donne…
Grazie alla sua caparbietà, Anne riesce a imporsi in un mondo professionale dove predomina il maschile. Gli artigiani dello zucchero argentato, infatti, sono quasi tutti uomini.
Nel regno è anche diffusa una leggenda che attribuisce a una donna la responsabilità della guerra tra fate ed esseri umani. Secondo questo racconto, diffuso dalla religione di stato, Dio avrebbe assegnato il mondo agli esseri umani, ma una donna, innamorandosi del Re delle Fate, mise in pericolo l’ordine costituto. Fu solo grazie al re Cedric che la volontà di Dio poté tornare a essere rispettata. Niente di tutto questo è vero eppure queste bugie sono bastate per impedire alle donne la possibilità di diventare Maestre dello zucchero argentato.
Il tema della discriminazione di genere è sicuramente affascinante anche per le reminiscenze bibliche che porta con sé. Peccato che sia affrontato in maniera superficiale. Anne non incontra delle vere e proprie difficoltà nel suo percorso di affermazione professionale per l’essere donna. I maestri già affermati non si dimostrano sessisti nei suoi confronti anzi, sono sempre ben disposti ad aiutarla e a darle l’opportunità che merita. Se l’essere donna avesse comportato una difficoltà in più per Anne nell’affermare la sua professionalità, l’opera ne avrebbe sicuramente giovato sia dal punto di vista narrativo che etico-morale.
Una storia d’amore che accompagna, non frena
Sugar Apple Fairy Tale è anche una storia d’amore. È innegabile. Le scene tra Anne e Chall sono costruite per mantenere vivo l’interesse puntata dopo puntata. Inoltre, il loro legame serve a contraddire la visione del regno che vede esseri umani e fate su due piani completamente diversi e destinati a non incontrarsi se non su un campo di battaglia. In altre parole, l’amore tra i due protagonisti non è altro che la risposta a come convivere pacificamente con tutto quello che ci circonda indipendentemente da quanto sia distante da noi.
La relazione tra Anne e Chall è squisitamente romantica nel senso più… romantico del termine. È anche una relazione molto sana in cui entrambi sono liberi di scegliere cosa fare e a cosa dedicare attenzione. L’affetto provato per Chall non impedisce a Anne di realizzarsi professionalmente né la distoglie dal suo obiettivo principale: diventare una Maestra dello zucchero argentato e dedicarsi al suo lavoro. Chall non pretende mai di essere la priorità di Anne. Al contrario, è disposto a tutto pur di permetterle di realizzare il suo sogno anche se ciò dovesse significare perderla.
Un rapporto così zuccheroso si addice al carattere fiabesco della storia, ma sono comunque sorpresa dei tanti aspetti positivi relazionali che vengono mostrati.
Un anime che poteva dire di più… o l’ha fatto?
L‘arco finale dell’anime vede Chall e Anne confrontarsi con Laffale Fen Lafalle, “fratello” di Chall. La fata, autoproclamatasi nuovo Re delle Fate, cerca di radunare abbastanza seguaci per muovere guerra contro gli esseri umani e liberare così la sua stirpe dalla schiavitù. Un intento che potrebbe sembrare nobile e giusto se non fosse portato avanti da una persona animata da un forte odio nei confronti tanto degli esseri umani quanto delle fate. Ecco che, quindi, la lotta per ottenere la libertà si macchia di ombre che non fanno presagire nulla di buono. Sostituire un sistema di potere con uno che parte dagli stessi principi pur avendo un volto diverso non può essere la soluzione. Questo non significa rassegnarsi all’ordine costituito, ma cercare risposte che siano diverse e veramente migliori e rispettose.
Sugar Apple Fairy Tale non arriva a raccontarci tanto. Almeno non l’anime fin dove è arrivato. Non ho idea di che cosa succeda nei libri e se la questione venga affrontata in maniera più profonda e complessa. È una delle curiosità che mi spingerebbe a leggere i romanzi… anche se probabilmente non avrò risposta per molti anni ancora a meno che non impari il giapponese in maniera molto rapida e competente.
Lo sguardo che dà la vita
Un altro aspetto che ho amato tantissimo della storia di Sugar Apple Fairy Tale è il modo in cui le fate vengono al mondo. Ognunə di loro è racchiuso in potenza dentro un elemento naturale e ha l’opportunità di nascere nel momento in cui si posa su di loro lo sguardo di un essere vivente.
È pura poesia.
Non esistiamo da solə. Siamo parte di un mondo in cui convivono tante specie, tante storie, tante molteplicità. Eppure siamo connessi, anche attraverso le nostre differenze. E lo sguardo è un modo per entrare in contatto, per riconoscersi, per trasmettersi vicinanza.
Una bella storia per passare il week-end
Nonostante alcuni temi siano trattati in maniera approssimativa, credo che Sugar Apple Fairy Tale meriti davvero una possibilità, soprattutto se si è in un momento in cui si cerca dolcezza. I disegni sono carini e pastellosi, adatti all’atmosfera fiabesca che vogliono raccontare. Non è tra le opere più originali o avvincenti che ci possano essere, ma intrattiene regalando qualche suggestione che, se ben ponderata, può portare a riflettere su problemi tanto attuali quanto importanti.
Federica Crisci
Le immagini contenute in questa recensione sono riprodotte in osservanza dell’articolo 70, comma 1, Legge 22 aprile 1941 n. 633 sulla Protezione del diritto d’autore e di altri diritti connessi al suo esercizio. Si tratta, infatti, di «riassunto, […] citazione o […] riproduzione di brani o di parti di opera […]» utilizzati «per uso di critica o di discussione», nonché per mere finalità illustrative e per fini non commerciali. La presenza in Anime a Merenda non costituisce «concorrenza all’utilizzazione economica dell’opera».
Moriarty the Patriot
Una bella storia raramente si esaurisce nel momento della sua conclusione. Rimane in chi l’ha “vissuta” sotto forma di insegnamenti, di frasi iconiche ripetute come incoraggiamento, di tatuaggi o di personaggi da imitare. Alcune volte (in realtà molte di più di quelle che ci aspetteremo), diventa un repertorio da cui attingere per creare una nuova storia. C’è chi le usa come semplice spunto creativo muovendosi poi verso strade narrative originali e chi, invece, sceglie di “impossessarsi” dei personaggi che ha amato per dare loro vita in altri racconti che sono comunemente noti come fan fiction. Devo ammettere di non averne mai lette tantissime, ma il fenomeno che mi ha sempre affascinata. Mi piace l’energia creativa che attraversa questi racconti. Non solo, mi sembrano la prova più tangibile dell’impatto che le narrazioni hanno sulle nostre vite.
Possiamo considerare fan fiction non sono solo le storie pubblicate su siti appositi firmate dai nickname più disparati, ma anche i tanti prodotti culturali (appartenenti anche a medium diversi) che negli anni hanno reinventato miti, fiabe, grandi classici della letteratura, saghe… alcune nuove versioni sono anche più belle dell’originale. Trai primi titoli che mi vengono in mente ci sono Orgoglio e Pregiudizio, Dracula, Romeo e Giulietta… e, ovviamente, Sherlock Holmes. E proprio su lui mi soffermo oggi visto che ultimamente ho visto per la prima volta Moriarty the Patriot.
Moriarty the Patriot: l’anime che segue la scia di Conan Doyle
Sherlock Holmes nasce dalla penna di Arthur Conan Doyle e nel giro di pochi anni diventa uno dei personaggi più iconici del panorama letterario inglese. La sua fama non è certo diminuita nel corso dei decenni anche grazie alle tante versioni cinematografiche e alla splendida serie tv Sherlock con Benedict Cumberbatch e Martin Freeman.
Non è difficile capire perché il personaggio sia tanto affascinante. Sherlock Holmes ci mostra il mondo sotto una lente che normalmente non usiamo. L’osservazione dei dettagli apparentemente insignificanti e il ragionamento logico deduttivo che ne consegue sono senza dubbio intriganti per chi li legge, soprattutto perché non sono per noi scontati. C’è poi il rapporto tanto stretto quanto peculiare con Watson che rende il tutto ancora più accattivante.
Devo ammettere che non sono affatto immune al fascino di Sherlock Holmes, sebbene il mio amore sia nato più con lo show televisivo che non con i romanzi. Qualche anno fa, ho organizzato un ennesimo viaggio a Londra solo per visitare le location della serie… e il museo di Baker Street, ovviamente. È stato proprio il mio amore per questa storia a portarmi a scegliere Moriarty the Patriot. Quello… e i character che ho trovato veramente sexy.
La trama di Moriarty the Patriot
Moriarty The Patriot racconta in modo tutto nuovo le storie che conosciamo di Sherlock Holmes mettendosi dalla parte dell’ombra del protagonista, James Moriarty. Il criminal consultant della versione anime (derivata dal manga ideato da Ryosuke Takeuchi e disegnato da Hikaru Miyoshi) non è, però, un uomo che si compiace del caos come il personaggio magistralmente interpretato da Andrew Scott. Agire al di fuori della legge è lo strumento che il giovanissimo e intelligentissimo Moriarty trova per cercare di realizzare un sogno: rendere più giusta ed equa la società inglese che vede gli aristocratici trattare i membri delle altre classi in maniera dispregiativa se non sadica.
Aiutato dal fratello adottivo Albert (suo primo cliente), dal fratello di sangue Louise e da altri ragazzi che sposano la sua causa, Moriarty dà vita a un novello Robin Hood tingendo di rosso il suo arco: il Lord of Crime, infatti, uccide i ricchi per vendicare i poveri. Il suo piano sembra andare avanti senza intoppi fin quando non incontra un giovane dotato di grandissima intelligenza e di ottime doti d’osservazione. Sherlock Holmes diventerà un problema per Moriarty o uno strumento da usare a proprio vantaggio?
Un titolo imperdibile per i fan di Sherlock… e di Halloween
Moriarty the Patriot è un anime che intrattiene bene, ottimo da guardare nel mese dedicato ad Halloween e all’orrore. Non che faccia paura, ma l’aspetto crime e thriller regala delle scene difficili da dimenticare e visivamente alquanto perturbanti.
È una piccola perla che i fan di Sherlock non possono perdersi. Guardando l’anime, si riconosceranno i casi già noti e si godrà del modo in cui l’autore ha scelto di rivisitarli così da rendere Moriarty un perfetto protagonista antieroe. Ma i rimandi non si limitano solo ai romanzi di Conan Doyle. Ci sono Jack lo Squartatore, Il Mercante di Venezia… e anche Il Cavaliere Oscuro di Nolan o, almeno, così mi è parso nei due episodi in cui è presente la storia di Lord Whitely. Le tante citazioni non fanno che rendere la storia ancora più accattivante.
Oltre il crime…
I libri di Conan Doyle, da classici gialli, sono considerati come romanzi d’intrattenimento. Eppure, dietro alle avventure di Sherlock e Watson si intravedono in maniera abbastanza chiara le luci e le ombre dell’epoca vittoriana. Ombre che sono presenti anche nel personaggio stesso del detective: la lucidità con la quale esamina la realtà porta Holmes a mostrarsi spesso insensibile nei confronti delle emozioni umane ai limiti del sopportabile.
Moriarty the Patriot non è da meno: dietro al caso che occupa le puntate specifiche, ci sono dei temi che accompagnano l’intera saga. Quello più evidente è legato all’idea di giustizia sociale. Oltre a criticare apertamente i privilegiati che si accaniscono contro i più deboli, si riflette molto sull’idea di come amministrare la giustizia: seguendo le regole oppure agendo al di fuori di esse? Fin dove ci si può spingere in nome di un bene superiore? Quali sono i limiti etici e morali insuperabili?
C’è poi il tema della fratellanza che rappresentano il cuore dell’anime. Ci sono tantissimi legami in Moriarty the Patriot. Legami fatti di fedeltà, di complicità, di condivisione d’intenti, d’amore. Il più affascinante di tutti è, inutile nascondercelo, quello tra Moriarty e Sherlock. La tradizionale coppia Holmes/Watson viene qui sostituita dal duo protagonista/antagonista dove l’uno rappresenta chiaramente l’ombra dell’altro. Il rapporto tra i due nasce dal comprendersi: sono entrambi così intelligenti da vedere il mondo con occhi completamente diversi rispetto a chi li circonda. C’è poi un momento di riconoscimento: Moriarty si rivede in Sherlock e Sherlock si rivede in Moriarty. Nonostante le strade intraprese siano diverse e i lavori siano praticamente all’opposto, i due si riconoscono come due facce della stessa medaglia. Per questo sono destinati ad annientarsi… oppure a salvarsi.
I sottotesti omoerotici ci sono, è inutile negarlo. E sono incredibilmente sexy.
Che dire dei character?
Ho iniziato a vedere Moriarty the Patriot non solo perché mi rimandava al mondo di Sherlock, ma anche perché, una volta visti i character, non ho potuto fare a meno di amarli. Sono meravigliosi. Questi volti tutti spigoli con le acconciature che giocano tra look moderno e ottocentesco sono incredibilmente affascinanti. La caratteristica distintiva di Moriarty sono indubbiamente gli occhi rossi che risaltano ancora di più a contatto con il biondo dei capelli. Un simile accostamento descrive bene il ruolo del personaggio: il biondo solitamente associato ai principi e al bene si mescola con il rosso del sangue e della violenza. È così che nasce un perfetto angelo della morte, un uomo idealista che si macchia di delitti indicibili.
Anche Sherlock ha il suo fascino. Il look trasandato e i capelli lunghi raccolti da cui esce fuori un ciuffo ribelle restituisce l’idea del genio razionale che non si cura di tutto ciò che ordinario. Il colore che lo caratterizza è in assoluto il blu, la tonalità della riflessività, dell’intelletto, ma anche del mistero e della fiducia. Tutti aspetti che descrivono bene il carattere del detective.
Moriarty the Patriot soddisfa occhi, voglia di mistero, desideri di storie BL e tanto altro… È da vedere.
Scheda tecnica
| Titolo originale: | 憂国のモリアーティ (Yūkoku no Moriāti) |
| Studio d’animazione: | Production I.G. |
| Anno di uscita: | 11 ottobre 2020 – 27 giugno 2021 |
| Manga: | 20 volumi in Giappone, 19 in Italia |
| Genere: | Crime, Mistery, Thriller |
| Voto: | 3/5 |
| Da guardare se: | si ama la saga di Sherlock Holmes, i crimini, i BL. |
Federica Crisci
Le immagini contenute in questa recensione sono riprodotte in osservanza dell’articolo 70, comma 1, Legge 22 aprile 1941 n. 633 sulla Protezione del diritto d’autore e di altri diritti connessi al suo esercizio. Si tratta, infatti, di «riassunto, […] citazione o […] riproduzione di brani o di parti di opera […]» utilizzati «per uso di critica o di discussione», nonché per mere finalità illustrative e per fini non commerciali. La presenza in Anime a Merenda non costituisce «concorrenza all’utilizzazione economica dell’opera».
Honey Lemon Soda: più dolce che frizzante, ma va bene anche così
Uka Ishimori e Kei Miura sono spesso comparsi nei feed dei miei social durante i passati mesi invernali. Ovviamente, non avevo idea che si chiamassero così ma il titolo dell’anime di cui sono protagonisti ha iniziato a imprimersi nella mia testa insieme all’idea di dare un’occhiata – prima o poi – ai 12 episodi della prima stagione presenti su Chruncyroll.
Il momento propizio è arrivato con le vacanze pasquali. Avendo finalmente un po’ di tempo a disposizione, mi sono decisa a premere il tasto “play” incoraggiata anche dai tanti commenti positivi che mi era capitato di leggere su Internet. È così che, in poco più di 24 ore, sono entrata nella storia di Honey Lemon Soda -sparkling love story. O, almeno, nella sua prima parte.
Nonostante non ne sia rimasta folgorata, mentirei se dicessi che la visione non è stata interessante o coinvolgente. Honey Lemon Soda è carino, intrattiene in maniera piacevole spettatori e spettatrici e vanta alcuni aspetti interessanti. Personalmente, trovo il sottotitolo – sparkling love story – poco adatto a rappresentare la natura dell’anime. Non c’è nulla di “frizzante” nella storia raccontata. Almeno non per il senso che io attribuisco all’aggettivo. Potrei definire sparkling le dinamiche relazionali presenti in Romantic Killer o The apothecary diaries, ma non quelle di Honey Lemon Soda. Per quest’ultimo è molto più adatta l’immagine del miele evocata dal titolo vero e proprio. La mancanza di effervescenza, infatti, è compensata da una buona dose di dolcezza che non si può fare a meno di provare di fronte a certe scene.
Storia d’amore tra i banchi di scuola
Uka Ishimori ha trascorso gli anni della prima adolescenza in maniera tutt’altro che felice. Bullizzata dai suoi coetanei e trattata come una bambola di porcellana dai genitori, ha finito per diventare una persona completamente priva di autostima e di fiducia in sé stessa. Il pensiero di essere condannata a vivere come una pietra per il resto della vita è cresciuto a tal punto da diventare una ferma credenza. L’unico in grado di scalfire questa monolitica certezza è Kei Miura, un ragazzo incontrato per caso che, con poche ma schiette parole di incoraggiamento, le permette di intravedere una via d’uscita dall’isolamento auto-imposto.
Ishimori decide di iscriversi allo stesso liceo del ragazzo e ciò le permette di creare, per la prima volta in vita sua, dei legami relazionali. Grazie a questi, riuscirà a conoscersi e a scoprire i suoi pregi e talenti. Imparerà a prendersi delle responsabilità e ad affrontare situazioni che prima la paralizzavano. Inoltre, sperimenterà per la prima volta l’innamoramento proprio nei confronti di Miura…
E qual è la novità?
Già solo leggendo in queste poche righe la trama di Honey Lemon Soda è facile capire che non si tratta di una storia particolarmente originale. Le dinamiche sono abbastanza classiche e in più occasioni mi sono venuti in mente sia Komi can’t communicate che Blue Box, ma sono sicura che chiedendo a qualcun altro, ci avrà trovato altri rimandi. Forse è per questo che il manga di Mayu Murata – iniziato nel 2015 e composto ad oggi da 27 volumi in Giappone – non è ancora arrivato in Italia.
Giudicare un manga o un anime per l’originalità sarebbe fuorviante. È un’industria che si basa sulla ripetizione di specifici elementi narrativi che si sa essere in grado di suscitare determinate emozioni in chi legge o guarda. Ovviamente non mancano i titoli rivoluzionari o visionari, ma si tratta di eccezioni, non della regola. Non è detto, però, che nelle narrazioni più tradizionali non si possa trovare l’elemento d’interesse che rende la visione unica e l’opera caratteristica. Nel caso di Honey Lemon Soda ce ne sono diversi su cui vale la pena soffermarsi.
Una protagonista che può farcela anche da sola
Uka Ishimori non è una protagonista facile da amare. Esattamente come Myo di Il mio matrimonio felice a primo impatto può risultare pesante per la sua insicurezza, per la fragilità emotiva e per i continui dubbi su sé stessa e sui propri comportamenti. Eppure, rinchiuderla in questa definizione significa non tener conto della sua storia né del processo di crescita che attraversa nel corso degli episodi.
Ishimori è un personaggio molto realistico. L’autostima non si costruisce in un giorno e, soprattutto, non si può basare solo su rassicurazioni esterne che arrivano una o due volte nella vita. Conoscersi e valorizzarsi è un processo lento e ricco di ricadute e tentennamenti. Si può avere difficoltà a riconoscersi in una protagonista simile, ma sarebbe scorretto non attribuirle una grande forza d’animo e una buona capacità di riscatto personale che possono essere fonte d’ispirazione.
L’amore come trampolino di lancio verso sé stessi
Un altro aspetto positivo di Uka da non sottovalutare è la sua voglia di farcela anche da sola. Nonostante il supporto di Kei sia fondamentale per iniziare a credere in sé stessa e per creare nuovi legami relazionali, Ishimori non vuole dipendere dal ragazzo che le piace né si aspetta di essere protetta da lui. Piuttosto, usa la fiducia che lui le ha dimostrato come incoraggiamento per superare gli ostacoli che le si presentano davanti.
Trovo sempre piacevole vedere rappresentate dinamiche simili in una storia perché possono essere illuminanti soprattutto per ragazze di giovane età (target principale dell’anime). A fronte delle tante storie in cui la donna deve aspettare l’arrivo del principe azzurro per essere salvata (presenti ancora oggi), trovarsi di fronte protagoniste in grado di percorrere la propria strada da sole è rigenerante. Ciò non comporta l’esclusione dell’amore romantico, ma ne dà una rappresentazione più sana. Il compagno diventa un alleato, non l’eroe della storia. E così dovrebbe essere anche nella vita di tutti i giorni. Le relazioni che intrecciamo – romantiche e non – sono fondamentali per crescere, per esperire, ma non possono essere determinanti né assolute.
Gelose o solidali?
Ricorderò con piacere Honey Lemon Soda anche per la profonda gentilezza alla base dei legami femminili presenti nella serie. Particolarmente interessante è il rapporto tra Uka e Serina, le due “rivali” in amore.
Siamo abituati/e a vedere il triangolo amoroso rappresentato come una vera e propria competizione: le due contendenti possono essere “sportive” tra loro, ma non sono di certo solidali. Devo ammettere che mi è già capitato di rimanere sorpresa di fronte alla maturità con cui molti personaggi di manga e anime accettano che il loro interesse amoroso sia innamorato di un altro o un’altra. Guardando Inuyasha, ad esempio, ero rimasta colpita da come Kagome si relaziona a Kyoko nonostante la sua giovane età e la paura di perdere la persona da lei amata.
In Honey Lemon Soda questo stesso tema prende una piega ancora più netta. Vediamo Uka e Serina sviluppare un vero e proprio legame di amicizia. Sono sincere l’una con l’altra, si supportano reciprocamente e sono pronte ad aiutarsi a vicenda. Con il loro rapporto ci dimostrano che i legami tra donne non dovrebbero essere condizionati dalla presenza dell’uomo, ma vanno vissuti per ciò che sono. Anche perché le scelte riguardanti i sentimenti sono sempre personali e sono determinate da molteplici e disparati fattori che, magari, non hanno nulla a che fare con la presenza di un’altra persona.
Spezzare i legami con i genitori… oppure no?
Il nono episodio della prima stagione – Addio, me impacciata – è quello che mi ha permesso di apprezzare più di tutti la serie. Si tratta della puntata in cui Uka deve affrontare il padre che si oppone agli amici eccentrici della figlia tanto da decidere di non mandarla più a scuola.
Lo scontro con i genitori è fondamentale in una storia adolescenziale. Se poi questi sono in parte responsabili delle difficoltà del/la protagonista, il confronto è d’obbligo. Cresciuta con un padre iperprotettivo, Uka non è mai riuscita a essere davvero sincera con i suoi genitori. Per non farli preoccupare, ma anche per non intaccare l’immagine idealizzata che loro avevano di lei, la ragazza non è mai stata in grado di confessare le angherie subite alle medie. La mancanza di comunicazione continua anche durante i primi mesi di scuola superiore fino a quando non si arriva al punto di rottura tra i due.
Lo dico senza troppi giri di parole: ho odiato il signor Ishimori. Le sue preoccupazioni per la figlia mi sono sembrate morbose e ho provato parecchio fastidio nel vederlo agire al posto di Uka. Pur essendo fatto tutto in nome dell’amore genitoriale, la cecità di lui di fronte ai desideri e ai bisogni della figlia è difficile da mandare giù.
Ancora una volta, però, sono rimasta sorpresa dalla risoluzione trovata dalla protagonista di Honey Lemon Soda. Guardando la bontà delle intenzioni e restando ferma sui suoi desideri, Uka riesce a trasformare il suo rapporto con il padre senza perderlo del tutto. Per la prima volta, confessa quello che ha dovuto subire e spiega le motivazioni che l’hanno spinta a nascondere tutto. Inoltre, esprime in maniera franca i suoi bisogni portando il genitore ad ascoltarla. In questo modo, può rivendicare la propria libertà di scelta senza rinnegare i suoi legami familiari.
Una risoluzione che può apparire poco realistica (questa sì), ma che comunque non è del tutto improbabile e che rimane bella da guardare.
Honey Lemon Soda: quello che non ho capito
Un episodio che ho avuto difficoltà a guardare, invece, è stato l’undicesimo (Emergete liberamente, miei sentimenti). La colpa è prevalentemente del montaggio. Le tante scene divise tra loro dall’immagine della strada che scorre in avanti mi hanno creato un effetto dissociante piuttosto che immersivo. Non ho ben capito la necessità di questo espediente visivo. Rappresenta il correre degli eventi? Il destino d’amore che sta per compiersi? L’accelerazione della narrazione? Non lo so. In ogni caso, è stato straniante.
Non ho particolarmente apprezzato neanche le inquadrature sovrapposte presenti in alcuni episodi. Gli slide show come se si stesse guardando una presentazione Canva non mi sembrano una trovata particolarmente riuscita dal punto di vista estetico. Potrebbe esserci la volontà di citare le tavole del manga… però stiamo sempre parlando di media diversi che sfruttano linguaggi diversi per la costruzione di un determinato significato. Per omaggiare il lavoro di Murata si potevano trovare tante altre alternative.
I disegni non mi dispiacciono anche se non ho amato particolarmente la scelta di rendere tutti gli occhi gialli. Va bene il richiamo alla limonata, ma c’era davvero bisogno di coinvolgere tutti i personaggi?
Al di là di queste perplessità, le animazioni funzionano e anche il ritmo della storia. I 12 episodi scivolano via velocemente e, una volta finiti, si avrebbe voglia di vedere ancora che cosa succede.
La seconda stagione di Honey Lemon Soda
L’anime ha una sua conclusione, ma il personaggio di Kei rimane alquanto misterioso. So che la prima stagione ha adattato solo i primi 8 volumi della serie e, quindi, non è difficile immaginare che ci sia ancora molto altro da dire e da raccontare. Sembra che la seconda stagione sia in produzione anche se è difficile credere che la vedremo prima del 2026. Con tutto quello che ho da leggere e da vedere, non credo che mi riuscirò a dedicare al manga… però non si sa mai nella vita.
Scheda tecnica
| Titolo originale: | Honey Lemon Soda ハニーレモンソーダ |
| Studio di animazione: | J.C.Staff e TMS Entertainment |
| Anno di uscita: | 2025 (dal 9 gennaio al 27 marzo) – 12 episodi |
| Manga: | 27 volumi già usciti, ma la serie è ancora in corso. La prima pubblicazione risale al 2015. Il manga è ancora inedito in Italia. |
| Genere: | shojo, romantico, scolastico |
| Voto: | 3/5 |
| Da guardare se: | si amano gli anime ambientati in ambiente scolastico o se si ha voglia di dolcezza. |
Federica Crisci
Le immagini contenute in questa recensione sono riprodotte in osservanza dell’articolo 70, comma 1, Legge 22 aprile 1941 n. 633 sulla Protezione del diritto d’autore e di altri diritti connessi al suo esercizio. Si tratta, infatti, di «riassunto, […] citazione o […] riproduzione di brani o di parti di opera […]» utilizzati «per uso di critica o di discussione», nonché per mere finalità illustrative e per fini non commerciali. La presenza in Anime a Merenda non costituisce «concorrenza all’utilizzazione economica dell’opera».
Un’esperienza manhwa: Why Raeliana ended up at the Duke’s mansion
Avendo un sabato pomeriggio completamente libero, ho deciso di dedicarmi alla visione di un anime (che novità!). Tra i titoli in lista su Chrunchyroll – aggiunto dopo averlo incrociato più volte tra i post del feed di Instagram – c’era lui, Why Raeliana ended up at the Duke’s mansion. Un altro anime romantico di cui ci si mette più tempo a pronunciarne il nome che non a vederne gli episodi (12 in tutto).
La trama mi ha intrigata immediatamente visto che ci ho rivisto dinamiche e ambientazioni di 7th time loop. Mi preoccupava il numero limitato di episodi: possibile che la storia si esaurisse così in fretta in maniera esaustiva? Ovviamente no, anzi: l’anime termina proprio sul più bello! Come per l’opera di Amekawa, anche per quella di Milcha è stata realizzata una sola stagione animata nel 2023 e ancora non si sa nulla su un possibile seguito (che, però, dubito ci sarà). Così ho dovuto per forza mettermi alla ricerca del manhwa per iniziare a leggerlo. Fortunatamente, la storia è conclusa da un po’ e ho potuto conoscerne la fine così da soddisfare la mia famelica curiosità.
La trama
La storia di Raeliana nasce nel 2016 come web novel scritta da Milcha e pubblicata a puntate su KakaoPage. Un anno dopo, la stessa piattaforma coreana ne propone una versione webtoon illustrata da Whale che andrà avanti fino al 2021. L’anime arriva nel 2023 grazie allo studio giapponese Typhoon Graphics, lo stesso che ora si sta occupando dell’animazione di Anyway, I’m falling in love with you.
In qualsiasi formato la si declini, la sinossi di Why Raeliana ended up at the Duke’s mansion è la stessa ed è l’aspetto più interessante dell’intera opera.
La giovane Eun-ha Park viene uccisa da una persona misteriosa nella Seoul moderna. Qualche attimo dopo essere precitata dal terrazzo di un grattacielo, si risveglia nei panni di Raeliana McMillan, il personaggio di un libro da lei letto intitolato “Beatrice” come la protagonista del volume. Raeliana, infatti, non è che un personaggio secondario della storia destinato a una fine infelice: deve morire per mano del suo promesso sposo così che la sua amica d’infanzia – Beatrice appunto – possa tornare a casa e incontrarsi con l’uomo a lei destinato, il duca Noah, il protagonista maschile dell’opera. Eun-ha/Raeliana, però, non ha alcuna intenzione di morire una seconda volta. Così cerca di fare di tutto per rompere il suo fidanzamento, sfruttando tutte le conoscenze sulla storia da lei possedute in quanto lettrice del libro.
Poiché tutti i tentativi di annullare il fidanzamento falliscono, Raeliana si vede costretta a coinvolgere nel suo piano Noah in persona. I due stringono un accordo basato sui reciproci interessi che li porta a fingere di essere promessi. Come è facile immaginare, i sentimenti finti in pubblico diventeranno presto reali in privato. La storia tra Raeliana e Noah andrà così a svilupparsi tra attentati alla vita della ragazza e sensi di colpa dovuti alla consapevolezza di aver cambiato la storia e di non essere nata come “prescelta”.
Uno spunto interessante (ma niente di più)
L’idea di partenza di questa storia è vincente. La presenza di un personaggio che conosce il futuro e la vera natura degli altri protagonisti coinvolti offre tantissime possibilità a livello di sviluppo narrativo. Dato che siamo all’interno di un libro di genere romantico, si può approfondire il discorso metanarrativo e sfruttare l’occasione per interrogarsi sui ruoli narrativi e sul destino che li accompagna. Personalmente amo questa tipologia di storie, le trovo ricche di spessore.
Sfortunatamente, la direzione intrapresa dal manhwa (e di conseguenza dall’anime) non è così originale come l’idea di partenza. Credo che nessuna delle due succose opportunità di cui sopra sia stata veramente colta. Raeliana vuole intrattenere il pubblico. Niente di più. Questo non significa, però, che lo faccia male. Ci sono tantissimi cliffhanger che ti portano a chiuderti nella storia e a non lasciarla fino all’ultima vignetta. La narrazione si sviluppa grazie a una serie di misteri da cui si è incuriositi/e e di cui importa la risoluzione.
Non mancano neanche i temi potenzialmente intriganti. La protagonista che riesce a determinare il suo destino senza darsi per vinta in partenza e affrontando le avversità è sicuramente d’ispirazione. La presenza di una figura femminile come Raeliana, decisa, intraprendente e capace, è sicuramente un valore aggiunto dell’opera.
Alla base di Why Raeliana ended up at the Duke’s mansion c’è una visione dell’amore squisitamente romantica che porta i due protagonisti a cercarsi indipendentemente dall’epoca e dai mondi di appartenenza. Pur non essendo un soggetto particolarmente originale, non è spiacevole da leggere soprattutto se si ha un debole per narrazioni simili.
Un’occasione mancata?
Gli aspetti positivi presenti non mi sono bastati. Pur essendo abbastanza presa dalla storia tanto da aver visto l’anime in un solo pomeriggio e aver letto il manhwa in pochissimi giorni, non l’ho trovato convincente come 7th time loop. Colpa del confronto o del gusto personale predominante nel giudizio finale? Sicuramente. Ma ho la sensazione che chi è appassionato di questo genere e ha già visto un bel po’ di storie simili non potrà fare a meno di considerare questo prodotto come un semplice passatempo. Il che, intendiamoci, va benissimo: nella vita serve anche un po’ di sano intrattenimento.
L’esperienza del web manwha
Non è la prima volta che mi capita di leggere un web manwha, quindi non posso dire di essere stata spiazzata dal formato. Eppure credo che abbia avuto un ruolo non indifferente nel raffreddare la mia empatia verso la storia. È vero che quando mi sono imbattuta in Under the oak tree (che esperienza! Prima o poi ve ne devo parlare!) avevo letto pochissimi manga e fumetti. Di conseguenza il mio occhio non era abituato a un certo tipo di costruzione della tavola.
Credo, però, che il problema sia anche nell’opera in sé. Proprio in questi giorni, infatti, sto dando di nuovo un’occhiata alla storia a fumetti tratta dal libro di Suji Kim e non avverto la stessa insofferenza provata durante la lettura di Why Raeliana ended up at the Duke’s mansion. Il web manhwa non sfrutta appieno le sue potenzialità. Non c’è un grande uso di effetti e la disposizione delle vignette non aggiunge nulla alla lettura verticale caratteristica dei tablet e degli smartphone. La grandezza degli spazi bianchi non crea chissà che variazioni di ritmo e le inquadrature lasciano un po’ troppo all’immaginazione.
Why Raeliana ended up at the Duke’s mansion: l’anime senza seconda stagione
Per coprire i “vuoti” lasciati dal web manhwa, c’è l’anime, prodotto godibilissimo e adatto a passare un pomeriggio di totale relax. Preferisco anche i disegni dei personaggi. Nonostante la poca originalità della storia, mi dispiace che non abbiano pensato alla produzione di altre stagioni e che il racconto resti così aperto. Alla fine, di prodotti d’intrattenimento di media qualità ce ne sono tanti… Why Raeliana ended up at the Duke’s mansion non era di certo meno meritevole di altri.
Scheda tecnica
| Titolo originale: | Geunyeoga Gongjagjeolo Gaya Haessdeon Sajeong (coreano) |
| Studio di animazione: | Typhoon Graphics |
| Anno di uscita: | 2023 |
| Manhwa: | 2017-2022 (KakaoPage) |
| Genere: | storia d’amore |
| Voto: | 3/5 |
| Da guardare se: | si amano le storie d’amore e si ha un po’ di tempo libero a disposizione. |
Federica Crisci
Le immagini contenute in questa recensione sono riprodotte in osservanza dell’articolo 70, comma 1, Legge 22 aprile 1941 n. 633 sulla Protezione del diritto d’autore e di altri diritti connessi al suo esercizio. Si tratta, infatti, di «riassunto, […] citazione o […] riproduzione di brani o di parti di opera […]» utilizzati «per uso di critica o di discussione», nonché per mere finalità illustrative e per fini non commerciali. La presenza in Anime a Merenda non costituisce «concorrenza all’utilizzazione economica dell’opera».
7th time loop: tra novel, manga e anime
12 puntate di anime. 2 volumi del manga. 6 light novel.
Questo è stato il loop in cui sono finita nel momento in cui ho schiacciato il tasto “A” della mia Nintendo Switch grazie alla quale posso guardare Chruncyroll dall tv del salotto comodamente seduta sul divano. In quel momento non potevo saperlo. Cercavo un anime carino e breve da guardare nel week-end e 7th time loop rispondeva ai requisiti. Era uno dei titoli che avevo intenzione di recuperare quest’anno di cui avevo sentito parlar bene da mia sorella.
La visione (durata poco più di una giornata) mi ha completamente folgorata. Non avendo a disposizione una seconda stagione, ho cercato notizie sulla fonte originaria della narrazione. Sono così venuta in possesso dei due volumi editi da Magic Press e delle sei light novel che sono diventate oggetto delle mie letture nelle settimane successive.
Quando parlavo di loop, non scherzavo. Mi sono completamente immersa nel mondo di Touko Amekawa. In attesa dell’uscita del settimo volume, cerco di tornare alla vita di tutti i giorni non prima, però, di aver buttato giù un po’ di riflessioni sull’opera da condividere con voi.
La trama
Durante una festa, il principe ereditario di un piccolo paese rompe il suo fidanzamento con Rishe, sua promessa sposa da quando erano bambini. La ragazza non sembra né sorpresa, né disperata come ci si aspetterebbe. D’altra parte, è ormai la settima volta che rivive quella stessa scena e sa benissimo che da quel momento in poi sarà finalmente libera di vivere la vita che desidera. L’ha fatto già sei volte, scegliendo sempre carriere diverse e assecondando così la sua infinita curiosità sul mondo. Sfortunatamente, ogni loop vissuto si interrompe dopo 5 anni dalla rottura del fidanzamento.
In questa nuova vita, Rishe decide di usare un’uscita mai provata precedentemente. Mentre sta pensando quale tipo di carriera avviare, si scontra con il principe Arnold Hein, l’erede del potente impero di Galkhein. Rishe lo conosce bene: si tratta dell’uomo che nel giro di qualche anno scatenerà una sanguinosa guerra contro i paesi vicini, guerra che in ogni loop è stata responsabile delle morti di Rishe. Nella vita appena conclusa, la ragazza è stata uccisa proprio da Arnold durante un combattimento.
Arnold viene subito colpito da Rishe tanto da chiederla in sposa. Inizialmente, la ragazza è titubante ma poi pensa che avvicinarsi al principe sia l’unico modo per capire che cosa lo porta a uccidere il padre e a dichiarare guerra al mondo intero. Inoltre, questo fidanzamento le permetterà di realizzare un sogno che si porta dietro dalla sua prima vita: vedere tutti i paesi del mondo.
Da nemici a promessi sposi…
Una volta al fianco di Arnold, Rishe scopre che il futuro marito fa di tutto per vivere all’altezza della sua fama di uomo freddo e crudele, ma non lo è affatto. Anzi, la ragazza si rende conto che l’indole del principe è essenzialmente gentile e che la sua grande intelligenza lo porta ad agire più verso il bene che non verso il male.
Mentre il legame tra i due promessi sposi cresce sempre di più, Rishe cerca di cambiare gli eventi per sventare lo scoppio del conflitto. Per farlo, si serve sia delle esperienze e conoscenze acquisite che delle persone conosciute durante le vite precedenti incontrate di nuovo in questo loop.
Riflessioni sulla storia
Se Rishe riuscirà nel suo intento, resta ancora un mistero. Pur leggendo i romanzi (i più completi dal punto di vista della trama), è chiaro che la vicenda è ancora alle battute iniziali e che tanto ancora deve succedere e deve essere rivelato. Di conseguenza, ho più domande che non riflessioni da fare (e a cui vorrei davvero tanto una risposta!). Nonostante questo, condivido qualche considerazione anche per dare un po’ di soddisfazione al loop in cui sono finita.
L’eroina della storia
Non mi aspettavo di trovare una protagonista così. Lo ammetto, ero partita prevenuta basandomi sul genere dell’anime e anche sulla fisicità che hanno assegnato a Rishe (i capelli rosa e il seno molto più pronunciato rispetto ai disegni del manga e dei romanzi). Immaginavo una donna molto più dipendente dal legame affettivo, un po’ simile a Myo di Il mio matrimonio felice. Invece, sorpresa! L’eroina animata davanti ai miei occhi era una ragazza determinata a vivere dando valore alle proprie scelte.
Rishe si è liberata del proprio ruolo di “fidanzata” già all’inizio della narrazione. Scopriamo che per ricoprire quella parte era stata costretta a sacrificare interessi, passioni e desideri personali al punto tale da considerare le prediche genitoriali (“La vera felicità di una donna è sposare un uomo riconosciuto da tutti e dargli dei figli”) una maledizione. Una volta esiliata, dopo un primo momento di sconforto, Rishe capisce di avere un’opportunità: scegliere chi essere e cosa fare, indipendentemente dal genere d’appartenenza o dalla classe sociale di nascita. A quel punto, Rishe si apre al mondo: ogni sua nuova vita è un’occasione per scoprire qualcosa di nuovo, per sperimentare più situazioni possibili e imparare da queste.
Ed è così che Rishe costruisce il mantra che l’accompagna in ciascuna delle sue esistenze:
Sono io e solo io a decidere ciò che conta nella mia vita.
Rishe è una donna libera che decide di non lasciarsi mai più incatenare dalle convinzioni delle persone che la circondano. Questo le permette di morire ogni volta senza alcun rimpianto.
Una storia d’amore costruita sulla libertà
Nel corso del suo settimo loop finirà per innamorarsi per la prima volta nella sua (lunga) vita.
Nella relazione tra Arnold e Rishe ci sono diversi aspetti che si trovano in tante altre storie romantiche: abbiamo la protagonista femminile che cerca di salvare il proprio partner da se stesso donandogli l’amore che non ha mai conosciuto nell’età infantile. Eppure, Amekawa ci tiene a costruire il rapporto tra i due su un valore esplicitamente dichiarato: la libertà degli individui che lo compongono. Questo è sicuramente l’aspetto più interessante di tutta la loro storia d’amore. Vale qui il discorso che facevo per Romantic killer: servono trame in grado di promuovere aspetti più funzionali e sani dei legami. E questo 7th time loop lo fa bene pur presentando tantissime scene squisitamente extra-romantiche.
È fuori discussione che buona parte della narrazione (in qualsiasi forma) ruoti intorno alle scene tra i due. Anzi, ho notato che man a mano che il sentimento tra Rishe e Arnold cresce, la ragazza agisce sempre meno in autonomia. Nei primi volumi (e nella prima stagione dell’anime), è lei da sola a ingegnarsi e a progettare piani d’azione per spingere Arnold ad agire diversamente. Negli ultimi, invece, Rishe coinvolge il principe nei suoi progetti, si appoggia alla sua forza e cerca di guadagnarsi la fiducia del ragazzo per portarlo a fare altrettanto. Questo non a scapito della sua indipendenza o dei suoi valori. L’amore di Rishe per Arnold non le impedisce di continuare a “ostacolare” i progetti di guerra del futuro marito, anzi la rende più risoluta nel tentare di fermarli. Il sentimento amoroso dovrebbe essere proprio questo: una forza in aggiunta, non in sottrazione.
Poter vivere e rivivere la propria vita
I loop temporali sono sicuramente la parte più intrigante di 7th time loop. Non sappiamo ancora che cosa li generi. Personalmente, credo che abbia a che fare proprio con la storia d’amore tra i protagonisti, ma potrei essere facilmente smentita prossimamente, anche perché nel sesto romanzo compare un personaggio misterioso che Rishe sospetti sia simile a lei.
L’idea di avere a disposizione più vite e di dedicare ciascuna di esse a una carriera o a un’esperienza è veramente intrigante. È un gioco che nella vita può capitare di fare tra amici/che. Da persona che ama provare cose diverse e che passa tantissimo tempo a contemplare l’universo dei what if non ho potuto fare a meno di amare l’impianto della storia di Rishe. Impianto che ci mostra quanto l’esperienza sia fondamentale nelle scelte e nelle azioni che compiamo giorno dopo giorno.
Rishe può avere molti pregi, ma sono tutti coltivati, non innati. La curiosità, lo studio e l’impegno sono ciò che porta i suoi talenti a sbocciare. Le ci son volute ben 6 vite per raggiungere un simile livello, a riprova che tutto ciò che viviamo dovrebbe essere preso da noi come un’opportunità per imparare qualcosa di più sul mondo e su di noi.
Personaggi secondari
Intorno alla storia d’amore tra Arnold e Rishe si muovono le storie di tutti gli altri personaggi che li circondano: Michel Hevin, la principessa Harriet, la piccola Millia, il cacciatore Raul, il principe Dietrich sono solo alcuni della lunga lista che potrei tracciare qui. Ognuno di loro porta con sé un tema che di volta in volta viene affrontato nel corso del romanzo. Si va da ciò che dà valore ai legami affettivi al peso dato dai doveri di nascita, dall’insicurezza personale alla difficoltà nel comprendere le proprie emozioni dopo una vita passata a nasconderle. Una simile varietà contribuisce a rendere la storia dinamica e anche istruttiva, per certi versi.
Una storia, tre medium
C’è chi mi potrebbe considerare esagerata poiché ho letteralmente divorato questa storia in qualsiasi formato l’abbia trovata. Che bisogno c’è di leggere e vedere un racconto di cui conosci già le dinamiche? Al di là del mio amore per i rewatch, devo ammettere di aver trovato stimolante la possibilità di confrontare i diversi adattamenti della relazione tra Rishe e Arnold. È interessante vedere di volta in volta come i vari linguaggi usati nel mondo dell’arte e della comunicazione possono essere usati per veicolare la stessa narrazione. Devo dire che ciascun medium di 7th time loop fa il suo dovere: i romanzi sono coinvolgenti, il manga è visivamente coinvolgente e l’anime è d’intrattenimento.
Personalmente, credo che il manga sia il migliore dei tre, però è un’opinione spassionata e puramente soggettiva.
Romanzi
Ho letto i romanzi in inglese, lingua che capisco abbastanza bene ma che non pratico quotidianamente (soprattutto da quando guardo anime!). Di conseguenza, l’idea che mi sono fatta dello stile dell’autrice è sicuramente parziale. L’impressione è che la prosa sia piuttosto semplice e costruita per intrattenere un pubblico più eterogeneo possibile. Non ci sono grandi manierismi nell’uso del linguaggio. In compenso, la costruzione della trama è piuttosto sapiente. Non sono pochi i cliff hanger disseminati alla fine dei capitoli che ancora non hanno visto una risoluzione (che cosa ha detto Arnold a Rishe prima che lei morisse alla fine del suo sesto loop? Qual è il desiderio di Arnold che vuole realizzare grazie a/attraverso Rishe?). Il meccanismo funziona bene, tanto che in pochissimi giorni si può finire l’intera saga, come è successo a me.
È interessante la scelta di dedicare ciascun volume a un personaggio che ha fatto parte delle vite di Rishe. Mi domando cosa s’inventerà l’autrice per il settimo volume visto che, in teoria, abbiamo coperto già tutte le esistenze della protagonista. La costruzione del legame tra i protagonisti è graduale e ben fatta.
Quindi, si tratta sì di un prodotto d’intrattenimento, ma non per questo da sottovalutare.
Manga
Nel 2021, la Overlap ha avviato la produzione per l’adattamento della storia di 7th time loop in un manga. I disegni sono stati affidati a Hinoki Kino che, pur riprendendo i character design di Wan Hachipisu (disegnatrice dei romanzi), dà il proprio tocco personale agli stessi. Lei ha disegnato anche il manga NO.6, quasi sconosciuto ma veramente molto molto bello.
Quella che potrebbe sembrare un’operazione puramente commerciale è, in realtà, un prodotto ben concepito. Il modo di costruire le tavole di Kino è veramente interessante. Le inquadrature sono d’impatto e rendono molto bene l’atmosfera e il senso della storia. Basta guardare già la prima tavola per rendersene conto:

La tavola iniziale è composta da una sola immagine, cosa piuttosto insolita nei fumetti. Questo già da sé provoca un impatto non indifferente nel lettore o nella lettrice. Inoltre, la prospettiva centralizzata e la figura principale di spalle hanno un duplice effetto: da una parte si ha la curiosità di girare pagina per vedere la protagonista, dall’altra si ha come l’impressione di essere “risucchiati” in un vortice, il loop di cui il titolo ci dà conto.
Dire che la disegnatrice predilige la gabbia libera è riduttivo: molte sono le figure in sovraimpressione che fanno da raccordo tra due o più vignette. Ciò rende le immagini molto dinamiche senza far perdere loro di chiarezza. Sono molto belli anche i disegni in cui i vari loop temporali vissuti da Rishe si affacciano nel presente.
Le scene più umoristiche presenti nel romanzo sono enfatizzate nel manga grazie all’uso dei disegni chibi, delle onomatopee e delle didascalie/commento che si sommano alle battute dei personaggi. Di conseguenza, nel manga si recupera una dimensione più leggera: quello che nell’anime o nei romanzi suscitava solo un sorriso, nel manga fa proprio ridere.
Anime
La produzione dell’anime è stata avviata nel 2023 dallo Studio Kai. I 12 episodi della prima stagione sono andati in onda da gennaio a marzo 2024 e, ad oggi, ancora non si hanno notizie sulla possibile realizzazione di una seconda stagione. Le puntate coprono solo i primi due volumi dei romanzi, un arco narrativo minimo rispetto allo sviluppo della storia, e possono davvero essere considerate una semplice introduzione all’opera. Parlando con un mio amico – nerd da molti più anni di me che attualmente vive in Giappone – ho scoperto che spesso le versioni anime delle light novel servono a spingere le vendite dei libri più che a serializzare la storia. La mancanza di una seconda stagione, quindi, potrebbe essere dovuta proprio a questo motivo e potremmo attendere invano per anni.
Onestamente, un po’ mi dispiace perché il lavoro d’animazione fatto su 7th time loop non è affatto male. La prima sequenza dell’anime – originale rispetto ai prodotti cartacei – lo dimostra chiaramente. La scelta di partire dal momento della sesta morte di Rishe ci mette immediatamente di fronte ai due protagonisti della storia e al loro rapporto di amore e morte. Le inquadrature iniziali che seguono Arnold mentre entra nel castello senza mostrarlo mai in volto e accompagnato solo dai rumori della pioggia e del campo di battaglia hanno un forte impatto sullo/a spettatore/spettatrice e sono la cornice perfetta per introdurre il personaggio maschile. Personalmente adoro il momento in cui, durante il duello tra il cavaliere Rishe e il principe, la spada della ragazza si spezza e cadendo mostra il riflesso dell’una e dell’altro. Sono tutti espedienti visivi che servono a tratteggiare il legame fatale che unisce i due futuri promessi sposi. E sono belli.
Mentre leggevo i vari romanzi, mi è capitato spesso di desiderare di vedere animate quelle scene. Perché si sa che per quanto l’immaginazione possa essere appagante, la realtà può essere ancora più appagante. Purtroppo, in questo caso, ci resta poco da fare se non incrociare le dita e sperare.
Scheda tecnica
| Titolo originale: | Loop 7-kaime no Akuyaku Reijō wa, Moto Tekikoku de Jiyū Kimamana Hanayome Seikatsu o Mankitsu Suru |
| Studio di animazione: | Studio Kai |
| Anno di uscita: | 2024 |
| Manga e novel: | I romanzi di Touko Amekawa illustrati da Wan Hachipisu sono usciti per la prima volta nel 2020 e vanno avanti tuttora. Il manga viene disegnato da Hinoki Kino per la rivista Comic Gardo. Le pubblicazioni sono iniziate nel 2020 e vanno ancora avanti. |
| Genere: | romance, fantasy. |
| Voto: | 4/5 |
| Da guardare/leggere se: | si vuole conoscere una protagonista forte e determinata, se si amano le tavole costruite in maniera originale e se si è appassionati/e di storie d’amore. |
Federica Crisci