Il mese del Pride non poteva che essere dedicato alla lettura e alla visione di storie queer. Questa scelta mi ha riportata sulla strada di Given. Dico “riportata” perché già l’anno scorso, più o meno in questo stesso periodo, avevo deciso di vedere l’anime di cui tanto sentito parlare in maniera entusiasta sia da mia cugina che da mia sorella. Una volta terminata la visione di Given: to the sea, non solo mi sono unita al coro delle ammiratrici della saga, ma sapevo che avrei voluto rivederlo anche per scriverne.
L’occasione è finalmente arrivata. Questa volta, però, non mi sono limitata solo alla versione animata. Dopo aver supplicato mia sorella di prestarmi i manga (e non è stato facile), mi sono dedicata alla lettura delle tavole di Natsuki Kizu così da completare il ciclo e togliermi una grande curiosità: come si disegna la musica?
Una volta iniziato a scrivere l’articolo, mi sono resa conto delle tante possibili letture che si potevano dare di quest’opera. Inoltre, le tematiche portate avanti sono talmente dense che messe insieme potrebbero risultare pesanti. Ecco perché ho deciso di creare due momenti di riflessione separati.
La storia di una passione, la storia di un trauma
Quando Mafuyu incontra Uenoyama sulle scale vicino alla palestra della scuola è un ragazzo solitario che non riesce bene a esprimersi e che non sa come gestire il grande dramma che ha vissuto: la perdita di Yuki, il suo ragazzo nonché amico di infanzia, suicidatosi poco tempo prima a causa di un litigio avuto proprio con Mafuyu. Il momento della discussione non ci viene mai raccontato in maniera completa perché non è davvero significativo. È un conflitto come tanti se ne possono avere a 16 anni quando si sperimenta per la prima volta l’amore, si ha una grande passione e poco tempo a disposizione per godersi entrambe le cose. Infatti, dopo aver formato una band con altri due amici d’infanzia, Hiragi e Shizusumi, Yuki passa pochissimo tempo con Mafuyu. Quest’ultimo non riesce a esprimere la sua voglia di essere coinvolto nella musica, si arrabbia con Yuki e gli dice:
E allora moriresti per me?
È una frase forte, figlia di un’emozione altrettanto intensa e non gestita in maniera assertiva. Una frase frutto della giovane età di Mafuyu (anche se tantə adultə non arrivano mai a questo grado di consapevolezza) che vorrebbe essere intesa come una provocazione. Sicuramente, non intendeva essere un invito. Eppure Yuki – un ragazzo che ci viene sempre descritto come un essere umano fuori dall’ordinario, egocentrico e talmente istintivo da non valutare affatto le conseguenze delle sue azioni – la prende alla lettera. È così che un futile litigio come tanti diventa tragedia.
Mafuyu rimane solo, con la chitarra di Yuki – lasciatagli a forza dalla madre del ragazzo – e un grande tumulto emotivo a cui non riesce a dare voce. Un tumulto emotivo a cui probabilmente non vuole neanche dare voce (“C’è qualcosa che vuoi comunicare o vuoi evitare di dar voce a qualcosa che provi?” gli verrà chiesto a un certo punto della storia) non solo perché doloroso ma anche perché significherebbe lasciar andare una persona amata ormai lontana.
Nominare il trauma…
Mafuyu ha bisogno di riuscire a nominare il suo trauma personale parlando di ciò che sente. È il primo passo fondamentale per procedere verso la guarigione. A questo percorso vengono dedicati la prima stagione dell’anime e i volumi iniziali dell’opera. L’impresa risulta ancora più ardua dato che Mafuyu è neurodivergente. Non viene mai detto in maniera chiara, ma ci sono tanti elementi che ci permettono di considerarlo tale a partire proprio da questa sua chiara difficoltà nell’esprimere le emozioni come le persone che lo circondano. Mafuyu, inoltre, ha bisogno sempre di molto tempo per prendere una decisione e in più occasioni dimostra di avere difficoltà a elaborare insieme una grande quantità di informazioni. Anche queste caratteristiche possono rientrare nel funzionamento cognitivo atipico.
Ad aiutare il protagonista nel suo percorso di guarigione sarà un altro appassionato di musica: Uenoyama. D’altra parte, non si può uscire da un trauma senza un supporto esterno. È vero che il grande lavoro può essere fatto solo dal singolo, ma la base ci vuole. Uenoyama fornisce proprio questa, in senso musicale. Dopo aver scoperto il talento di Mafuyu per la musica, Uenoyama lo invita a far parte della propria band e compone una melodia pensando alla voce del suo nuovo amico. Poi, gli propone di scrivere il testo della canzone. In altre parole, gli fornisce l’opportunità di far uscire il proprio dolore, di dargli spazio e visibilità. Non sarà una stesura semplice, ma sarà necessaria.
… per poi superarlo
Riuscire a dar voce alle proprie emozioni permette finalmente a Mafuyu di sentirsi in pace e di dedicarsi alla sua nuova passione, la musica. Una volta iniziato il percorso di guarigione, ha modo di aprirsi a una nuova storia d’amore con Uenoyama. Ma il processo di elaborazione del lutto non è concluso. Dopo aver nominato ciò che ci ha ferito è indispensabile riuscire ad andare oltre senza sentirsi in colpa verso chi si lascia indietro. L’arco finale del manga e il film Given: To the Sea raccontano di questa seconda fase del superamento del trauma, spesso sottovalutata.
Quando ai Given viene data l’opportunità di debuttare, Mafuyu non riesce a decidere sul da farsi. Si sente bloccato. Non vuole rinunciare alla musica poiché ha scoperto quanto questa significhi per lui. Allo stesso tempo, ha paura che questa possa mettersi di nuovo in mezzo nel suo rapporto portandolo a perdere la persona che ama. Per chi è sopravvissutə a un’esperienza dolorosa ed è riuscitə a trovare un nuovo equilibrio non c’è niente di più minaccioso del futuro. I cambiamenti inevitabili prodotti dal passare del tempo possono portare anche nuove difficoltà e chi garantisce che si riesca a uscirne di nuovo vista la fatica sperimentata la prima volta?
Eppure, non c’è altra soluzione che andare avanti. Ugetsu, uno dei personaggi secondari, lo dice chiaramente:
Puoi solo continuare a muoverti.
Non è possibile evitare di soffrire così come non è possibile evitare di fare gli errori. La differenza sta nello scegliere consapevolmente e nel provare a riparare a quanto fatto. La corda rotta di una chitarra può sempre essere sostituita. Given ci racconta anche questo in uno dei momenti più drammatici della serie. Sì, la corda non sarà più la stessa, ma ciò non significa che non sarà mai più possibile suonare quello strumento.
L’arte come possibilità di vincere il tempo
Oltre ad aver paura di perdere l’amore di Uenoyama, Mafuyu deve capire anche come gestire la memoria di Yuki.
Andare avanti significa anche dimenticare. Forse non tutto, ma molto sì. E dimenticare è sinonimo di “non valore”. O almeno lo è in un mondo che ragiona per assoluti. Ma nella vita e nelle relazioni c’è ben poco di assoluto se non ciò che scegliamo di vedere come tale. Alle volte, c’è qualcosa di incredibilmente importante nel passato che, anche se viene lasciato lì, non smette di essere significativo. Anche perdendone i dettagli.
È ancora una volta Uenoyama ad aiutare Mafuyu a uscire dal suo impasse. Il ragazzo decide di completare una melodia iniziata a scrivere da Yuki e la fa ascoltare a Mafuyu per dimostrargli che fare musica significa anche questo: fissare nell’eternità un attimo di vita finito che un giorno potrebbe essere dimenticato. Oltre a compiere un gesto di grandissimo amore nei confronti del suo compagno, Uenoyama ci mostra uno degli aspetti più potenti non solo della musica, ma dell’arte in generale.
Given non è, quindi, solo una storia sul superamento di una perdita. È un inno alla musica, al suo linguaggio, alla sua forza espressiva. Un po’ come il Prisma dell’Amore è un inno al disegno.
Come si racconta la musica attraverso il disegno?
La domanda da cui sono partita all’inizio (“Come si disegna la musica?”) acquista ancora più significato se pensiamo al ruolo da protagonista che la musica ha in Given. Canzoni e melodie non sono solo parte della storia, ma uniscono i personaggi spesso sostituendosi alle conversazioni che non riescono a sostenere.
Se guardando l’anime possiamo sentire i brani musicali (cosa che continuo a fare tutti i giorni, spesso anche più volte al giorno) ed emozionarci di conseguenza, leggendo il manga non è possibile. Nonostante la precisione delle onomatopee giapponesi nel descrivere e nel raccontare suoni ed emozioni, ancora non riescono a tradurre in lettere un’intera canzone.
Ero curiosa di vedere le tavole della mangaka e devo ammettere che sono rimasta sorpresa. Per riprodurre il suono, Kizu sfrutta diverse possibilità offerte dal linguaggio manga. Innanzitutto, gioca con la gabbia optando per vignette oblique e immagini sovrapposte che mescolano momenti del passato e del presente. Le didascalie intrecciano versi della canzone e pensieri dei personaggi rendendo difficilmente identificabili i confini tra i due. Non mancano le onomatopee e le ombreggiature a effetto realizzate tramite i retini. Molte inquadrature si concentrano sui dettagli o sui primi piani dei personaggi, alcune volte ripresi a metà. Fondamentali – anche se non usate spesso – le splash page.
I disegni diventano il linguaggio musicale. L’occhio è inondato da immagini e il nostro cervello crea il suono che manca alle tavole. È un’esperienza sicuramente interessante anche se ammetto di non essermela goduta pienamente dato che avevo già visto l’anime.
Given e l’amore
Given è una storia dedicata alla musica.
Given è una storia che racconta come superare un traume (un po’ come Gli Agenti delle Quattro Stagioni).
Given è anche una storia che parla d’amore. In diverse forme. Ed è proprio di questo che vi parlerò nel prossimo articolo.
Federica Crisci
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