Anime da vedere per affrontare al meglio la scuola
Settembre è sinonimo di scuola, ci sono pochi dubbi a riguardo. Lo è per gli e le alunne, per gli e le insegnanti, per tutto il personale scolastico, per i genitori. Anche chi è da tempo lontano dalle aule avrà difficoltà a non notare gli scaffali dei supermercati e dei negozi pieni di materiale didattico o a non imbattersi in articoli, commenti, post sull’argomento. Se ci riuscisse, è probabile che finirebbe comunque per imbattersi nel traffico intenso prima delle 8 e dopo le 14. Inoltre, settembre segna un nuovo inizio anche per le aziende. Non sono poche le persone che approfittano dell’arrivo del 1 per rinnovare i buoni propositi di Capodanno o farne di nuovi.
Per me, il mese di settembre non ha quasi mai smesso di essere legato alla scuola. Sono passata da alunna a insegnante quindi, a eccezione della parentesi universitaria, ho continuato a vivere quel misto di eccitazione e disperazione che accompagna il suono della prima campanella dell’anno scolastico. Come tutti i momenti che segnano l’inizio di qualcosa, settembre è un mese in cui mi confronto con nuove routine e penso a come dar corpo a idee e progetti frutto del riposo estivo. Soprattutto, è il momento in cui la scuola torna a occupare una parte piuttosto importante del mio tempo e del mio spazio mentale.
Mi servirebbe un articolo a parte (o forse un libro intero) per parlare di tutto ciò che significa per me lo stare a scuola. Il senso di responsabilità per la formazione di futuri cittadini e future cittadine si mescola alla frustrazione e alla confusione provati nel mettere costantemente in discussione i propri metodi. L’entusiasmo generato dall’essere testimoni di un percorso di miglioramento e di crescita si accompagna spesso alla paura di lasciare qualcuno indietro o di non fare abbastanza per stimolare interesse, motivazione e potenzialità.
Come posso essere una brava insegnante?
Come posso fare in modo che la scuola non sia vissuta come una penitenza ma come un’opportunità?
Sono domande che mi faccio continuamente. Per rispondere, non basta solo il confronto con colleghi/e, studenti o non addetti ai lavori. Uso anche tutte quelle narrazioni che parlano di scuola. Manga e anime inclusi.
Anime scolastici da vedere per tutti i gusti
Dato che insegno italiano, non mi azzardo a dare dei numeri approssimativi su quanti siano i manga e gli anime scolastici esistenti. Ho provato a chiederlo a ChatGpt e neanche lei (scusate, io uso il femminile perché nella mia testa sarebbe “la chat”) mi ha saputo dare una risposta! Sostiene solo che si tratti di un numero molto alto, in continua crescita. Non potrebbe essere altrimenti visto che le riviste su cui vengono serializzati i manga sono classificate non solo in base al genere, ma anche all’età. I magazines letti da studenti sono tra i più numerosi e sono molto conosciuti anche all’estero (pensiamo solo a Weekly Shonen Jump). Essendo scritte per un pubblico giovane, la maggior parte di queste storie ha per protagonisti ragazze e ragazzi adolescenti che agiscono spesso all’interno della cornice scolastica.
La scuola diventa così il teatro in cui nascono storie d’amore e d’amicizia, in cui ci si lavora sodo per migliorare in uno sport o in una passione, in cui si nascondono mostri e assassini che agiscono grazie a un quaderno della morte. Non mancano le storie di studenti che invece di confrontarsi con le classiche materie di studio, devono vedersela con combattimenti e magie. Tra i tanti titoli, non mancano storie in cui il focus della narrazione è sulla scuola, sul rapporto tra alunni/e e insegnante e sulla buona riuscita scolastica. La scuola non è più, quindi, solo lo sfondo, ma l’argomento. Non potrebbe essere altrimenti viste le luci e le ombre di cui il sistema scolastico giapponese è intriso. Eppure, tante riflessioni che vengono fuori da queste storie sono ottime anche per chi è all’interno di un altro sistema, diverso ma comunque problematico.
Anime scolastici divertenti ma anche saggi
In questo articolo vorrei ricordare proprio quegli anime scolastici che mettono al centro la scuola che ho visto negli anni e che mi hanno dato spesso modo di riflettere su cosa significhi lo stare in classe e quale sia il privilegio e l’onere di essere una professoressa.
1. Assassination classroom
Ho deciso di rivederlo proprio in questi giorni perché non mi ricordo benissimo gli sviluppi della storia, ma solo l’effetto che ha lasciato su di me, ovvero grande meraviglia. Assassination classroom parla tantissimo del rapporto docente/alunnə e si propone sicuramente come critica nei confronti di un sistema scolastico piuttosto selettivo che ogni anno miete tantissime vittime in Giappone. Il plot dedicato all’assassinio rende le puntate più divertenti, ma è chiaro che il messaggio di fondo sia molto più complicato e riguarda direttamente la necessità che gli insegnanti incoraggino ə proprə alunnə a dare il massimo in base alle loro potenzialità. Bella anche l’idea che il professore cresca e si evolva insieme ai suoi studenti. Dalla mia esperienza, posso dire che è proprio quello che succede.
2. Classroom of the Elite
In questo anime tratto da light novel, 4 classi si sfidano per ottenere la posizione migliore nella scuola. Ancora una volta, al centro abbiamo il sistema scolastico giapponese tanto ossessionato dalla perfezione e, quindi, fortemente competitivo. Nell’arco dell’anno scolastico, gli e le studenti sono coinvoltə in sfide didattiche, sportive e d’intelletto. Tutto mentre vengono fuori le loro storie personali e iniziano a nascere legami e relazioni importanti. Kiyotaka Ayanokoji, il protagonista, è dotato di grandissima intelligenza, ma ha anche un grande segreto da nascondere… Ho seguito questo anime in maniera altalenante. Alcuni archi narrativi mi hanno catturata mentre altri li ho trovati noiosi… Trovo più interessante lo sviluppo dei personaggi e le loro relazioni che la sfida in sé… chissà cosa ci riserverà la quarta stagione.
3. GTO – Great Teacher Onizuka
GTO è un grande classico nel mondo del manga. A renderlo così famoso è indubbiamente il suo protagonista, Eikichi Onizuka, un ex motociclista teppista di 22 anni che decide di diventare insegnante per trovare tra le sue future studentesse una moglie giovane con cui perdere la verginità. Una volta entrato nel mondo della scuola, Onizuka si ritrova a fare da professore a una classe di studenti problematici, ribelli e diffidenti verso gli adulti a causa di esperienze di tradimento, bullismo o indifferenza. Inizialmente visto come un fallito senza autorità, sorprende tutti con metodi non convenzionali e spesso assurdi (talvolta persino illegali o comici), che però si rivelano efficaci. Come in Assasination Classroom, il legame tra insegnante e studenti è fondamentale per lo sviluppo e la crescita di tutti i personaggi. Inoltre, è evidente la critica al sistema scolastico giapponese. L’anime mescola momenti seri e comici con grande disinvoltura. Personalmente, vorrei leggere il manga perché so che è molto più complesso e ancora più articolato.
Anime scolastici romantici e sportivi
Corridoi, aule, palestre e terrazzi sono tutti luoghi iconici che ci si aspetta di trovare negli anime scolastici. È qui che ci si scambiano i primi baci, che si rafforzano i legami tra compagni di squadra, che si organizzano spettacoli e festival, che si imparano cose utili per la vita di tutti i giorni. Ed è qui che viaggia la nostra fantasia di spettatori e spettatrici che pur avendo seguito un percorso scolastico diverso, riesce comunque a trovare delle risonanze personali.
Quindi, quale modo migliore per iniziare la scuola se non guardare un bell’anime scolastico?
Federica Crisci
Le immagini contenute in questa recensione sono riprodotte in osservanza dell’articolo 70, comma 1, Legge 22 aprile 1941 n. 633 sulla Protezione del diritto d’autore e di altri diritti connessi al suo esercizio. Si tratta, infatti, di «riassunto, […] citazione o […] riproduzione di brani o di parti di opera […]» utilizzati «per uso di critica o di discussione», nonché per mere finalità illustrative e per fini non commerciali. La presenza in Anime a Merenda non costituisce «concorrenza all’utilizzazione economica dell’opera».
The Fragrant Flower Blooms with Dignity
Solitamente inizio a guardare un nuovo anime per due ragioni:
- me lo consigliano amici, conoscenti oppure profili sociali che seguo;
- m’imbatto per caso in disegni che mi colpiscono molto.
Con The Fragrant Flower Blooms with Dignity sono successe entrambe le cose. Ho visto per caso la locandina su Netflix e sono rimasta subito colpita dal character design dei personaggi. Quasi contemporaneamente, ho iniziato ad avere il feed di Instagram pieno di post e video dedicati all’anime. A quel punto, mossa dalla curiosità, sono andata a guardare il trailer.
A quel punto, ho inserito su Netflix il promemoria per essere subito informata dell’uscita della prima puntata. Non ero molto contenta di dover aspettare il 7 settembre (data di rilascio italiana), ma in fondo sapevo che l’estate sarebbe trascorsa in fretta soprattutto visto il lungo viaggio in Giappone che mi aspettava. Sennonché, arrivo in Giappone e scopro che The Fragrant Flower Blooms with Dignity è disponibile su Netflix con i sottotitoli in inglese. Non tutti gli episodi, perché era ancora in uscita, ma comunque abbastanza per farmi un’idea generale della storia e capire quanto avrebbe potuto interessarmi. Così, ho visto il primo episodio.
Mi ha presa. Tanto. Un po’ come immaginavo.
La trama
Nella pasticceria di famiglia, Rintaro Tsumugi incontra Kaoruko Waguri, una ragazza golosa di dolci che lo colpisce perché invece di avere timore di parlare con lui (come la maggior parte delle persone che lo considerano un delinquente basandosi solo sull’aspetto) si mostra molto gentile e bendisposta. La frequentazione tra i due è però messa a repentaglio dall’appartenenza dei ragazzi a due scuole che, pur essendo geograficamente vicine, sono acerrime nemiche: la scuola femminile Kikyo, infatti, non vede di buon occhio i ragazzi della Chidori, considerati dei buoni a nulla. Gli studenti si evitano a vicenda nutrendo grandi pregiudizi nei confronti gli uni delle altre.
L’amore tra Rintaro e Kaoruko riuscirà ad andare oltre tutta questa diffidenza oppure ne sarà travolto? Questa è la domanda intorno alla quale ruota la stagione, almeno fin dove ho avuto modo di guardarla.
Un Romeo e Giulietta scolastico
Raccontare una storia d’amore impossibile tra due ragazzi appartenenti a fazioni tra loro opposte è una scelta vincente. Shakespeare ce l’ha insegnato ormai da secoli grazie al capolavoro che è Romeo e Giulietta. Che la cornice funzioni, quindi, è chiaro. Però, bisogna fare attenzione all’immagine che si sceglie di metterci dentro perché se si tratta di una copia troppo esplicita e priva di elementi originali ovviamente non può funzionare.
In The Fragrant Flower Blooms with Dignity questi elementi originali non mancano. I personaggi, oltre ad avere dei character design molto interessanti, hanno una complessità emotiva e di pensiero che dona loro realismo. E non parlo solo dei protagonisti, ma anche della cerchia di amici e amiche che li circonda e che contribuiscono allo sviluppo della narrazione.
Questo mondo interiore viene fuori attraverso dialoghi molto intensi in cui è sorprendente la capacità di questi giovani di parlare apertamente dei loro sentimenti. Un po’ come avviene in Blue Box, Rintaro, Kaoruko, Saku e Hoshina sono molto abili nell’identificare l’emozione alla base delle loro azioni e spiegarla. In questo modo, anche quando agiscono in maniera non del tutto trasparente o egoistica, sono in grado di avere un confronto aperto e onesto tra loro di modo da risolvere la situazione. Non è qualcosa di realistico (soprattutto considerando la loro giovane età), ma è sicuramente d’esempio. Credo che ci sia bisogno di vedere storie in cui si parla di emozioni, di come esprimerle, di come gestirle. Ancora di più se a farlo sono dei ragazzi.
Una prospettiva maschile
Sebbene si possa cadere nella tentazione di etichettare The Fragrant Flower Blooms with Dignity come shojo in quanto storia d’amore -come Honey Lemon Soda -, non lo è. Il manga da cui deriva è, infatti, uno shonen pubblicato sulla rivista online Magazine Pocket di Kōdansha. Considerando il target, sorprende anche di meno il fatto che il protagonista della storia sia Rintaro. Per quanto Kaoruko abbia un ruolo importante e anche episodi quasi del tutto dedicati a lei, la narrazione principale riguarda il ragazzo. Un ragazzo che ha progressivamente perso interesse nel riuscire bene a scuola o nel creare legami con le persone poiché schiacciato dai pregiudizi legati al suo aspetto. Rintaro finisce per abbracciare l’idea di sé che le persone intorno a lui, non conoscendolo, gli restituiscono e sembra del tutto rassegnato a questo ritratto. Fin quando non incontra Kaoruko, ma anche un gruppo di amici in grado di andare oltre le apparenze.
Non solo una storia d’amore
The Fragrant Flower Blooms with Dignity non è solo una storia d’amore. Altrettanto importante per lo sviluppo della storia sono i legami d’amicizia che legano Rintaro a Usami, Saku e Yorita e Kaoruko a Subaru. Queste relazioni sono tanto belle da vedere perché limpide. Anche quando nascono delle discussioni, alla base rimane il desiderio di comprendere il punto di vista dell’altra persona e di esserle d’aiuto. La disposizione all’ascolto e la propensione al dialogo sono sempre presenti anche nel gruppo dei ragazzi. Inizialmente hanno più difficoltà a esporsi, ma quando ci riescono lo fanno con una spontaneità e una franchezza che commuove soprattutto perché avviene tra ragazzi. Purtroppo, ancora oggi esiste la forte convinzione che la sfera emotiva non riguardi il mondo maschile e che essa possa essere d’ostacolo all’affermazione dell’uomo nella società. Mostrare dei rapporti d’amicizia tra uomini alternativi alla cui base ci siano sostegno e fiducia piuttosto che battute sessiste e volontà di apparire forti e tutti d’un pezzo è utile per educare i ragazzi a pensarsi in maniera diversa. In maniera più sana.
Anche ciò che ci viene mostrato del rapporto d’amicizia tra Kaoruko e Subaru è a suo modo interessante. Qui vediamo un legame più tradizionale in cui l’affetto tra le due funge da spinta al miglioramento e all’amore di sé. La complicità e il sostegno che si dimostrano è toccante. È sicuramente un rapporto che si vorrebbe avere nella vita.
The Fragrant Flower Blooms with Dignity gira intorno anche ad un altro tema: la necessità di andare oltre le apparenze. È un messaggio importante in una cultura come quella giapponese che si fonda su come ci si mostra e sulla percezione che le persone hanno di te. È un messaggio importante anche in una cultura come la nostra dove, nonostante si predichi l’importanza di essere se stessi indipendentemente da ciò che il mondo chiede, si tende sempre più ad omologarsi al gruppo e ad apparire, soprattutto sui social. Puntare l’attenzione su ciò che è piuttosto che su ciò che da fuori si percepisce è un tema altrettanto vecchio. “Le cose non sono come sembrano”, “Mai giudicare dalle apparenze”. Eppure sembra che ancora abbiamo molto da imparare.
The Fragrant Flower Blooms with Dignity: release date dell’anime e del manga
Dal 7 settembre su Netflix saranno disponibili i primi 2 episodi di The Fragrant Flower Blooms with Dignity. A seguire, verrà rilasciato un episodio a settimana, la domenica.
Per avere i primi volumi del manga tra le mani, invece, dovremo aspettare la fine di novembre, periodo in cui la J-Pop intende lanciare l’opera che in patria conta già ben 18 volumi. In Giappone ho acquistato il primo volume dell’opera e devo dire che apprezzo molto i disegni. La gabbia delle vignette e le inquadrature sono piuttosto statiche e lineari, tranne nei momenti d’azione (che non sono poi tantissimi). Inutile dire che è una delle opere che collezionerò nella mia libreria, sperando che si continui a rivelare interessante e non troppo scontata.
Scheda tecnica
| Titolo originale: | 薫る花は凛と咲く (Kaoru hana wa rin to saku) |
| Studio di animazione: | CloverWorks |
| Anno di uscita: | 2025 (dal 7 settembre) |
| Manga: | 18 volumi in Giappone. In uscita in Italia da fine novembre. |
| Genere: | shonen, romantico, scolastico |
| Voto: | 4/5 |
| Da guardare se | si amano le storie d’amore ambientate a scuola e soprattutto i dialoghi a cuore aperto tra i personaggi |
Federica Crisci
Le immagini contenute in questa recensione sono riprodotte in osservanza dell’articolo 70, comma 1, Legge 22 aprile 1941 n. 633 sulla Protezione del diritto d’autore e di altri diritti connessi al suo esercizio. Si tratta, infatti, di «riassunto, […] citazione o […] riproduzione di brani o di parti di opera […]» utilizzati «per uso di critica o di discussione», nonché per mere finalità illustrative e per fini non commerciali. La presenza in Anime a Merenda non costituisce «concorrenza all’utilizzazione economica dell’opera».
Parti e omicidi: cambiare è sinonimo di migliorare?
Ricordo bene il giorno in cui ho acquistato Parti e omicidi, la raccolta di racconti di Murata Sayaka edita da Edizioni e/o. Stavo per partire per il Giappone e cercavo un testo di una scrittrice autoctona e ambientato in quel Paese così da poter approcciare la cultura del posto non solo tramite l’esperienza diretta ma anche attraverso la pagina scritta. Ovviamente, da appassionata di manga non posso di certo dirmi estranea a questo mondo. Ho anche letto altri autori (Murakami) e autrici (Yoshimoto), ma si trattava di altri momenti di vita e volevo provare qualcosa di diverso, meno conosciuto. Così ho curiosato tra gli scaffali della libreria e mi sono imbattuta in questo volume giallo di neanche 150 pagine dal titolo piuttosto accattivante e dalla copertina profondamente… organica (interpretate voi questo aggettivo come preferite).
Dopo aver letto la sinossi, non ho neanche dovuto pensarci: sono andata alla cassa e ho comprato il libro. Vi riassumo le trame di questi quattro racconti così che possiate giudicare da voi il perché le cose sono andate in questo modo.
Parti e omicidi
In un futuro non ben precisato, il governo giapponese ha ideato il Sistema dei parti e degli omicidi per combattere la denatalità. Le persone – uomo o donna che siano – hanno l’opportunità di diventare gestanti. Ciò significa che se riusciranno a dare alla luce 10 bambini per lo Stato, avranno la possibilità di commettere un omicidio. C’è chi si è perfettamente integrato nel nuovo sistema e chi lo ritiene un abominio…
Triade
Tra i giovani giapponesi si è diffusa quella che gli adulti considerano una moda scandalosa e perversa: la troppia. Invece di avere relazioni a due, le persone intrecciano legami a tre indipendentemente dal genere della persona e abbracciano un modo del tutto nuovo di stare insieme che coinvolge inevitabilmente anche il fare sesso.
Un matrimonio pulito
Un uomo e una donna si sono sposati avendo una visione condivisa e ben precisa del matrimonio: un legame in cui sesso e coinvolgimento romantico sono assenti in favore di un rapporto basato sulla ragione, su una gestione ordinata dell’economia domestica e sul rispetto di spazi e autonomia. Tutto funziona alla grande fin quando i due non iniziano a desiderare di avere un bambino.
Ultimi momenti di vita
In un mondo in cui la morte è stata sconfitta per sempre e si ha la possibilità di essere resuscitati anche in caso di decesso violento o improvviso, sono le persone a decidere quando smettere di vivere depositando in comune un certificato di rinuncia alla vita. Avendo la possibilità di vivere per sempre, esiste davvero chi ha intenzione di rinunciare alla vita?
Futuri possibili (quindi migliori?)
Capito perché non ho potuto fare a meno di comprarlo?
I presupposti narrativi sono a dir poco accattivanti. Non si tratta di distopia, né di fantascienza, né tanto meno di fantastico. Murata delinea una società futura possibile partendo da problemi sociali attuali particolarmente sentiti (come la denatalità) e dalla lenta ma opportuna apertura a nuove forme di intendere e vivere l’amore (il poliamore o le relazioni asessuali). In questo mondo narrativo, la scienza ha ottenuto risultati impressionanti riuscendo a modificare il funzionamento stesso della biologia. L’apertura di simili orizzonti porta inevitabilmente al crollo di alcuni tabù (l’omicidio, il sesso basato sul piacere fornito attraverso gli organi riproduttori), ma questo non significa che non ci possano essere delle resistenze o che si superi il binomio tra “normalità” e “non normalità” in favore di una visione più complessa e variegata della società.
Ciò che trovo straordinario delle storie di Parti e omicidi – storie che non sempre, a mio avviso, sono super riuscite – è proprio questa ostinata presenza di contrasti sociali e ideologici. Il progresso scientifico e le trasformazioni delle usanze non hanno come risultato la creazione di una realtà in cui tutte le persone hanno davvero l’opportunità di essere felici. I singoli rischiano comunque di essere schiacciati dai rapporti interpersonali e dalle aspettative sociali. Le alternative, quindi, presentano lo stesso grado di complessità e di ambivalenza della realtà sociale in cui viviamo. Non potrebbe essere altrimenti visto che la materia prima su cui si basa la società è l’essere umano che è complesso e ambivalente.
Io sento lontani da me sia il mondo di prima che quello di adesso. Il mondo cambia sfumatura a poco a poco, all’interno di un tempo sconfinato, e, per quanto il passato sia agli antipodi rispetto al presente, tutto resta sempre collegato come milioni di tonalità in una stessa cartella di colori. Ecco perché la “normalità” del mondo di oggi non è altro che il miraggio di un istante.
La letteratura a servizio della sperimentazione
Parti e omicidi si districa tra nodi sociali e culturali particolarmente sentiti in Giappone (come il problema della denatalità che è alla base anche di manga come Romantic Killer), ma la risonanza di questi argomenti travalica i confini e le specificità nazionali tanto che hanno suscitato subito il mio interesse.
Nonostante nel mondo di Murata si siano affermati quelli che nella nostra realtà sono obiettivi politici e culturali oppure desideri singoli auspicabili – il superamento totale delle differenze di genere, l’accoglienza per diversi tipi di relazioni, la possibilità di concepire in molteplici modi, la possibilità di scegliere di morire -, la lettura non restituisce affatto una sensazione di positività o di speranza per il futuro. Tutt’altro. Spesso, arrivando all’ultima frase dei racconti, l’effetto può essere traumatico. Personalmente, mi sono sentita spesso angosciata tanto da non poter andare avanti.
Murata mi ha offerto dei punti di vista alternativi. Non mi ha dato né risposte, né soluzioni ma mi ha accompagnata all’interno di possibilità e mi ha spinta a farmi delle domande sul presente, sui miei valori, sulle relazioni sociali. Ed è proprio questo che mi aspetto da quello che chiamo letteratura.
Parti e omicidi: il racconto più riuscito
Il racconto che dà il titolo all’opera, Parti e omicidi, è il più interessante dell’intera raccolta, almeno per me. Trovo intrigante l’idea che il sesso non sia più legato alla riproduzione, che tutte le persone possano partorire, che la genitorialità sia fondata tanto sul rapporto di sangue quanto (se non maggiormente) sulla relazione instaurata.
L’aspetto più peculiare del racconto, però, è indubbiamente il suo fulcro: l’omicidio è l’unica ragione che le persone trovano per dare la vita. Tante persone decidono di sottoporre il proprio corpo allo stress di dieci gravidanze consecutive (o anche di più nel caso in cui non si riesca a portarne a termine una) pur di avere l’opportunità di ammazzare un altro essere umano in maniera del tutto legittima e legale. E la sottrazione di questa vita non è avvertita come un abominio né come un’ingiustizia, ma come un’offerta di cui andare fieri. Qui il cambiamento di prospettiva è davvero radicale. La normalizzazione dell’assassinio è disturbante, soprattutto nella misura in cui arrivi quasi a comprenderne le ragioni sociali e umane che ci sono dietro.
Leggere un racconto simile comporta inevitabilmente leggersi dentro, confrontarsi con i propri ideali e valori… e anche con la messa in discussione degli stessi.
Lo stile
Un’esperienza di lettura così immersiva e significativa è possibile grazie a una scrittura che ti penetra dentro rendendosi quanto più invisibile possibile. Murata ha uno stile asciutto quasi privo di enfasi e di retorica. Le parole usate sono semplici, comuni. I colpi di scena sono pochi e si indugia molto in situazioni quotidiane che risultano quasi banali. La violenza e l’inquietudine si sentono in maniera molto più forte proprio perché inaspettate e raccontate nello stesso modo in cui si parla di ciò che si è fatto durante la giornata.
Nonostante ci siano stati dei momenti che mi hanno lasciata perplessa (come l’ultimo racconto che non mi aspettavo così breve), Parti e omicidi è tra i libri più interessanti che io abbia letto da diversi anni a questa parte. L’ho divorato in due o tre viaggi lunghi in treno nel Paese in cui è nato e mi ha attraversata lasciandomi tante sensazioni contrastanti, ma anche una profonda gratitudine per la presenza nel mondo di sguardi alternativi che non hanno interesse nel giudicare la realtà, ma solo di esplorarla per permettere a ciascuno di scegliere come voler agire. E forse è solo questo l’unico modo in cui potremmo sentirci davvero liberi e appagati.
Federica Crisci
Honey Lemon Soda: più dolce che frizzante, ma va bene anche così
Uka Ishimori e Kei Miura sono spesso comparsi nei feed dei miei social durante i passati mesi invernali. Ovviamente, non avevo idea che si chiamassero così ma il titolo dell’anime di cui sono protagonisti ha iniziato a imprimersi nella mia testa insieme all’idea di dare un’occhiata – prima o poi – ai 12 episodi della prima stagione presenti su Chruncyroll.
Il momento propizio è arrivato con le vacanze pasquali. Avendo finalmente un po’ di tempo a disposizione, mi sono decisa a premere il tasto “play” incoraggiata anche dai tanti commenti positivi che mi era capitato di leggere su Internet. È così che, in poco più di 24 ore, sono entrata nella storia di Honey Lemon Soda -sparkling love story. O, almeno, nella sua prima parte.
Nonostante non ne sia rimasta folgorata, mentirei se dicessi che la visione non è stata interessante o coinvolgente. Honey Lemon Soda è carino, intrattiene in maniera piacevole spettatori e spettatrici e vanta alcuni aspetti interessanti. Personalmente, trovo il sottotitolo – sparkling love story – poco adatto a rappresentare la natura dell’anime. Non c’è nulla di “frizzante” nella storia raccontata. Almeno non per il senso che io attribuisco all’aggettivo. Potrei definire sparkling le dinamiche relazionali presenti in Romantic Killer o The apothecary diaries, ma non quelle di Honey Lemon Soda. Per quest’ultimo è molto più adatta l’immagine del miele evocata dal titolo vero e proprio. La mancanza di effervescenza, infatti, è compensata da una buona dose di dolcezza che non si può fare a meno di provare di fronte a certe scene.
Storia d’amore tra i banchi di scuola
Uka Ishimori ha trascorso gli anni della prima adolescenza in maniera tutt’altro che felice. Bullizzata dai suoi coetanei e trattata come una bambola di porcellana dai genitori, ha finito per diventare una persona completamente priva di autostima e di fiducia in sé stessa. Il pensiero di essere condannata a vivere come una pietra per il resto della vita è cresciuto a tal punto da diventare una ferma credenza. L’unico in grado di scalfire questa monolitica certezza è Kei Miura, un ragazzo incontrato per caso che, con poche ma schiette parole di incoraggiamento, le permette di intravedere una via d’uscita dall’isolamento auto-imposto.
Ishimori decide di iscriversi allo stesso liceo del ragazzo e ciò le permette di creare, per la prima volta in vita sua, dei legami relazionali. Grazie a questi, riuscirà a conoscersi e a scoprire i suoi pregi e talenti. Imparerà a prendersi delle responsabilità e ad affrontare situazioni che prima la paralizzavano. Inoltre, sperimenterà per la prima volta l’innamoramento proprio nei confronti di Miura…
E qual è la novità?
Già solo leggendo in queste poche righe la trama di Honey Lemon Soda è facile capire che non si tratta di una storia particolarmente originale. Le dinamiche sono abbastanza classiche e in più occasioni mi sono venuti in mente sia Komi can’t communicate che Blue Box, ma sono sicura che chiedendo a qualcun altro, ci avrà trovato altri rimandi. Forse è per questo che il manga di Mayu Murata – iniziato nel 2015 e composto ad oggi da 27 volumi in Giappone – non è ancora arrivato in Italia.
Giudicare un manga o un anime per l’originalità sarebbe fuorviante. È un’industria che si basa sulla ripetizione di specifici elementi narrativi che si sa essere in grado di suscitare determinate emozioni in chi legge o guarda. Ovviamente non mancano i titoli rivoluzionari o visionari, ma si tratta di eccezioni, non della regola. Non è detto, però, che nelle narrazioni più tradizionali non si possa trovare l’elemento d’interesse che rende la visione unica e l’opera caratteristica. Nel caso di Honey Lemon Soda ce ne sono diversi su cui vale la pena soffermarsi.
Una protagonista che può farcela anche da sola
Uka Ishimori non è una protagonista facile da amare. Esattamente come Myo di Il mio matrimonio felice a primo impatto può risultare pesante per la sua insicurezza, per la fragilità emotiva e per i continui dubbi su sé stessa e sui propri comportamenti. Eppure, rinchiuderla in questa definizione significa non tener conto della sua storia né del processo di crescita che attraversa nel corso degli episodi.
Ishimori è un personaggio molto realistico. L’autostima non si costruisce in un giorno e, soprattutto, non si può basare solo su rassicurazioni esterne che arrivano una o due volte nella vita. Conoscersi e valorizzarsi è un processo lento e ricco di ricadute e tentennamenti. Si può avere difficoltà a riconoscersi in una protagonista simile, ma sarebbe scorretto non attribuirle una grande forza d’animo e una buona capacità di riscatto personale che possono essere fonte d’ispirazione.
L’amore come trampolino di lancio verso sé stessi
Un altro aspetto positivo di Uka da non sottovalutare è la sua voglia di farcela anche da sola. Nonostante il supporto di Kei sia fondamentale per iniziare a credere in sé stessa e per creare nuovi legami relazionali, Ishimori non vuole dipendere dal ragazzo che le piace né si aspetta di essere protetta da lui. Piuttosto, usa la fiducia che lui le ha dimostrato come incoraggiamento per superare gli ostacoli che le si presentano davanti.
Trovo sempre piacevole vedere rappresentate dinamiche simili in una storia perché possono essere illuminanti soprattutto per ragazze di giovane età (target principale dell’anime). A fronte delle tante storie in cui la donna deve aspettare l’arrivo del principe azzurro per essere salvata (presenti ancora oggi), trovarsi di fronte protagoniste in grado di percorrere la propria strada da sole è rigenerante. Ciò non comporta l’esclusione dell’amore romantico, ma ne dà una rappresentazione più sana. Il compagno diventa un alleato, non l’eroe della storia. E così dovrebbe essere anche nella vita di tutti i giorni. Le relazioni che intrecciamo – romantiche e non – sono fondamentali per crescere, per esperire, ma non possono essere determinanti né assolute.
Gelose o solidali?
Ricorderò con piacere Honey Lemon Soda anche per la profonda gentilezza alla base dei legami femminili presenti nella serie. Particolarmente interessante è il rapporto tra Uka e Serina, le due “rivali” in amore.
Siamo abituati/e a vedere il triangolo amoroso rappresentato come una vera e propria competizione: le due contendenti possono essere “sportive” tra loro, ma non sono di certo solidali. Devo ammettere che mi è già capitato di rimanere sorpresa di fronte alla maturità con cui molti personaggi di manga e anime accettano che il loro interesse amoroso sia innamorato di un altro o un’altra. Guardando Inuyasha, ad esempio, ero rimasta colpita da come Kagome si relaziona a Kyoko nonostante la sua giovane età e la paura di perdere la persona da lei amata.
In Honey Lemon Soda questo stesso tema prende una piega ancora più netta. Vediamo Uka e Serina sviluppare un vero e proprio legame di amicizia. Sono sincere l’una con l’altra, si supportano reciprocamente e sono pronte ad aiutarsi a vicenda. Con il loro rapporto ci dimostrano che i legami tra donne non dovrebbero essere condizionati dalla presenza dell’uomo, ma vanno vissuti per ciò che sono. Anche perché le scelte riguardanti i sentimenti sono sempre personali e sono determinate da molteplici e disparati fattori che, magari, non hanno nulla a che fare con la presenza di un’altra persona.
Spezzare i legami con i genitori… oppure no?
Il nono episodio della prima stagione – Addio, me impacciata – è quello che mi ha permesso di apprezzare più di tutti la serie. Si tratta della puntata in cui Uka deve affrontare il padre che si oppone agli amici eccentrici della figlia tanto da decidere di non mandarla più a scuola.
Lo scontro con i genitori è fondamentale in una storia adolescenziale. Se poi questi sono in parte responsabili delle difficoltà del/la protagonista, il confronto è d’obbligo. Cresciuta con un padre iperprotettivo, Uka non è mai riuscita a essere davvero sincera con i suoi genitori. Per non farli preoccupare, ma anche per non intaccare l’immagine idealizzata che loro avevano di lei, la ragazza non è mai stata in grado di confessare le angherie subite alle medie. La mancanza di comunicazione continua anche durante i primi mesi di scuola superiore fino a quando non si arriva al punto di rottura tra i due.
Lo dico senza troppi giri di parole: ho odiato il signor Ishimori. Le sue preoccupazioni per la figlia mi sono sembrate morbose e ho provato parecchio fastidio nel vederlo agire al posto di Uka. Pur essendo fatto tutto in nome dell’amore genitoriale, la cecità di lui di fronte ai desideri e ai bisogni della figlia è difficile da mandare giù.
Ancora una volta, però, sono rimasta sorpresa dalla risoluzione trovata dalla protagonista di Honey Lemon Soda. Guardando la bontà delle intenzioni e restando ferma sui suoi desideri, Uka riesce a trasformare il suo rapporto con il padre senza perderlo del tutto. Per la prima volta, confessa quello che ha dovuto subire e spiega le motivazioni che l’hanno spinta a nascondere tutto. Inoltre, esprime in maniera franca i suoi bisogni portando il genitore ad ascoltarla. In questo modo, può rivendicare la propria libertà di scelta senza rinnegare i suoi legami familiari.
Una risoluzione che può apparire poco realistica (questa sì), ma che comunque non è del tutto improbabile e che rimane bella da guardare.
Honey Lemon Soda: quello che non ho capito
Un episodio che ho avuto difficoltà a guardare, invece, è stato l’undicesimo (Emergete liberamente, miei sentimenti). La colpa è prevalentemente del montaggio. Le tante scene divise tra loro dall’immagine della strada che scorre in avanti mi hanno creato un effetto dissociante piuttosto che immersivo. Non ho ben capito la necessità di questo espediente visivo. Rappresenta il correre degli eventi? Il destino d’amore che sta per compiersi? L’accelerazione della narrazione? Non lo so. In ogni caso, è stato straniante.
Non ho particolarmente apprezzato neanche le inquadrature sovrapposte presenti in alcuni episodi. Gli slide show come se si stesse guardando una presentazione Canva non mi sembrano una trovata particolarmente riuscita dal punto di vista estetico. Potrebbe esserci la volontà di citare le tavole del manga… però stiamo sempre parlando di media diversi che sfruttano linguaggi diversi per la costruzione di un determinato significato. Per omaggiare il lavoro di Murata si potevano trovare tante altre alternative.
I disegni non mi dispiacciono anche se non ho amato particolarmente la scelta di rendere tutti gli occhi gialli. Va bene il richiamo alla limonata, ma c’era davvero bisogno di coinvolgere tutti i personaggi?
Al di là di queste perplessità, le animazioni funzionano e anche il ritmo della storia. I 12 episodi scivolano via velocemente e, una volta finiti, si avrebbe voglia di vedere ancora che cosa succede.
La seconda stagione di Honey Lemon Soda
L’anime ha una sua conclusione, ma il personaggio di Kei rimane alquanto misterioso. So che la prima stagione ha adattato solo i primi 8 volumi della serie e, quindi, non è difficile immaginare che ci sia ancora molto altro da dire e da raccontare. Sembra che la seconda stagione sia in produzione anche se è difficile credere che la vedremo prima del 2026. Con tutto quello che ho da leggere e da vedere, non credo che mi riuscirò a dedicare al manga… però non si sa mai nella vita.
Scheda tecnica
| Titolo originale: | Honey Lemon Soda ハニーレモンソーダ |
| Studio di animazione: | J.C.Staff e TMS Entertainment |
| Anno di uscita: | 2025 (dal 9 gennaio al 27 marzo) – 12 episodi |
| Manga: | 27 volumi già usciti, ma la serie è ancora in corso. La prima pubblicazione risale al 2015. Il manga è ancora inedito in Italia. |
| Genere: | shojo, romantico, scolastico |
| Voto: | 3/5 |
| Da guardare se: | si amano gli anime ambientati in ambiente scolastico o se si ha voglia di dolcezza. |
Federica Crisci
Le immagini contenute in questa recensione sono riprodotte in osservanza dell’articolo 70, comma 1, Legge 22 aprile 1941 n. 633 sulla Protezione del diritto d’autore e di altri diritti connessi al suo esercizio. Si tratta, infatti, di «riassunto, […] citazione o […] riproduzione di brani o di parti di opera […]» utilizzati «per uso di critica o di discussione», nonché per mere finalità illustrative e per fini non commerciali. La presenza in Anime a Merenda non costituisce «concorrenza all’utilizzazione economica dell’opera».
Un’esperienza manhwa: Why Raeliana ended up at the Duke’s mansion
Avendo un sabato pomeriggio completamente libero, ho deciso di dedicarmi alla visione di un anime (che novità!). Tra i titoli in lista su Chrunchyroll – aggiunto dopo averlo incrociato più volte tra i post del feed di Instagram – c’era lui, Why Raeliana ended up at the Duke’s mansion. Un altro anime romantico di cui ci si mette più tempo a pronunciarne il nome che non a vederne gli episodi (12 in tutto).
La trama mi ha intrigata immediatamente visto che ci ho rivisto dinamiche e ambientazioni di 7th time loop. Mi preoccupava il numero limitato di episodi: possibile che la storia si esaurisse così in fretta in maniera esaustiva? Ovviamente no, anzi: l’anime termina proprio sul più bello! Come per l’opera di Amekawa, anche per quella di Milcha è stata realizzata una sola stagione animata nel 2023 e ancora non si sa nulla su un possibile seguito (che, però, dubito ci sarà). Così ho dovuto per forza mettermi alla ricerca del manhwa per iniziare a leggerlo. Fortunatamente, la storia è conclusa da un po’ e ho potuto conoscerne la fine così da soddisfare la mia famelica curiosità.
La trama
La storia di Raeliana nasce nel 2016 come web novel scritta da Milcha e pubblicata a puntate su KakaoPage. Un anno dopo, la stessa piattaforma coreana ne propone una versione webtoon illustrata da Whale che andrà avanti fino al 2021. L’anime arriva nel 2023 grazie allo studio giapponese Typhoon Graphics, lo stesso che ora si sta occupando dell’animazione di Anyway, I’m falling in love with you.
In qualsiasi formato la si declini, la sinossi di Why Raeliana ended up at the Duke’s mansion è la stessa ed è l’aspetto più interessante dell’intera opera.
La giovane Eun-ha Park viene uccisa da una persona misteriosa nella Seoul moderna. Qualche attimo dopo essere precitata dal terrazzo di un grattacielo, si risveglia nei panni di Raeliana McMillan, il personaggio di un libro da lei letto intitolato “Beatrice” come la protagonista del volume. Raeliana, infatti, non è che un personaggio secondario della storia destinato a una fine infelice: deve morire per mano del suo promesso sposo così che la sua amica d’infanzia – Beatrice appunto – possa tornare a casa e incontrarsi con l’uomo a lei destinato, il duca Noah, il protagonista maschile dell’opera. Eun-ha/Raeliana, però, non ha alcuna intenzione di morire una seconda volta. Così cerca di fare di tutto per rompere il suo fidanzamento, sfruttando tutte le conoscenze sulla storia da lei possedute in quanto lettrice del libro.
Poiché tutti i tentativi di annullare il fidanzamento falliscono, Raeliana si vede costretta a coinvolgere nel suo piano Noah in persona. I due stringono un accordo basato sui reciproci interessi che li porta a fingere di essere promessi. Come è facile immaginare, i sentimenti finti in pubblico diventeranno presto reali in privato. La storia tra Raeliana e Noah andrà così a svilupparsi tra attentati alla vita della ragazza e sensi di colpa dovuti alla consapevolezza di aver cambiato la storia e di non essere nata come “prescelta”.
Uno spunto interessante (ma niente di più)
L’idea di partenza di questa storia è vincente. La presenza di un personaggio che conosce il futuro e la vera natura degli altri protagonisti coinvolti offre tantissime possibilità a livello di sviluppo narrativo. Dato che siamo all’interno di un libro di genere romantico, si può approfondire il discorso metanarrativo e sfruttare l’occasione per interrogarsi sui ruoli narrativi e sul destino che li accompagna. Personalmente amo questa tipologia di storie, le trovo ricche di spessore.
Sfortunatamente, la direzione intrapresa dal manhwa (e di conseguenza dall’anime) non è così originale come l’idea di partenza. Credo che nessuna delle due succose opportunità di cui sopra sia stata veramente colta. Raeliana vuole intrattenere il pubblico. Niente di più. Questo non significa, però, che lo faccia male. Ci sono tantissimi cliffhanger che ti portano a chiuderti nella storia e a non lasciarla fino all’ultima vignetta. La narrazione si sviluppa grazie a una serie di misteri da cui si è incuriositi/e e di cui importa la risoluzione.
Non mancano neanche i temi potenzialmente intriganti. La protagonista che riesce a determinare il suo destino senza darsi per vinta in partenza e affrontando le avversità è sicuramente d’ispirazione. La presenza di una figura femminile come Raeliana, decisa, intraprendente e capace, è sicuramente un valore aggiunto dell’opera.
Alla base di Why Raeliana ended up at the Duke’s mansion c’è una visione dell’amore squisitamente romantica che porta i due protagonisti a cercarsi indipendentemente dall’epoca e dai mondi di appartenenza. Pur non essendo un soggetto particolarmente originale, non è spiacevole da leggere soprattutto se si ha un debole per narrazioni simili.
Un’occasione mancata?
Gli aspetti positivi presenti non mi sono bastati. Pur essendo abbastanza presa dalla storia tanto da aver visto l’anime in un solo pomeriggio e aver letto il manhwa in pochissimi giorni, non l’ho trovato convincente come 7th time loop. Colpa del confronto o del gusto personale predominante nel giudizio finale? Sicuramente. Ma ho la sensazione che chi è appassionato di questo genere e ha già visto un bel po’ di storie simili non potrà fare a meno di considerare questo prodotto come un semplice passatempo. Il che, intendiamoci, va benissimo: nella vita serve anche un po’ di sano intrattenimento.
L’esperienza del web manwha
Non è la prima volta che mi capita di leggere un web manwha, quindi non posso dire di essere stata spiazzata dal formato. Eppure credo che abbia avuto un ruolo non indifferente nel raffreddare la mia empatia verso la storia. È vero che quando mi sono imbattuta in Under the oak tree (che esperienza! Prima o poi ve ne devo parlare!) avevo letto pochissimi manga e fumetti. Di conseguenza il mio occhio non era abituato a un certo tipo di costruzione della tavola.
Credo, però, che il problema sia anche nell’opera in sé. Proprio in questi giorni, infatti, sto dando di nuovo un’occhiata alla storia a fumetti tratta dal libro di Suji Kim e non avverto la stessa insofferenza provata durante la lettura di Why Raeliana ended up at the Duke’s mansion. Il web manhwa non sfrutta appieno le sue potenzialità. Non c’è un grande uso di effetti e la disposizione delle vignette non aggiunge nulla alla lettura verticale caratteristica dei tablet e degli smartphone. La grandezza degli spazi bianchi non crea chissà che variazioni di ritmo e le inquadrature lasciano un po’ troppo all’immaginazione.
Why Raeliana ended up at the Duke’s mansion: l’anime senza seconda stagione
Per coprire i “vuoti” lasciati dal web manhwa, c’è l’anime, prodotto godibilissimo e adatto a passare un pomeriggio di totale relax. Preferisco anche i disegni dei personaggi. Nonostante la poca originalità della storia, mi dispiace che non abbiano pensato alla produzione di altre stagioni e che il racconto resti così aperto. Alla fine, di prodotti d’intrattenimento di media qualità ce ne sono tanti… Why Raeliana ended up at the Duke’s mansion non era di certo meno meritevole di altri.
Scheda tecnica
| Titolo originale: | Geunyeoga Gongjagjeolo Gaya Haessdeon Sajeong (coreano) |
| Studio di animazione: | Typhoon Graphics |
| Anno di uscita: | 2023 |
| Manhwa: | 2017-2022 (KakaoPage) |
| Genere: | storia d’amore |
| Voto: | 3/5 |
| Da guardare se: | si amano le storie d’amore e si ha un po’ di tempo libero a disposizione. |
Federica Crisci
Le immagini contenute in questa recensione sono riprodotte in osservanza dell’articolo 70, comma 1, Legge 22 aprile 1941 n. 633 sulla Protezione del diritto d’autore e di altri diritti connessi al suo esercizio. Si tratta, infatti, di «riassunto, […] citazione o […] riproduzione di brani o di parti di opera […]» utilizzati «per uso di critica o di discussione», nonché per mere finalità illustrative e per fini non commerciali. La presenza in Anime a Merenda non costituisce «concorrenza all’utilizzazione economica dell’opera».
7th time loop: tra novel, manga e anime
12 puntate di anime. 2 volumi del manga. 6 light novel.
Questo è stato il loop in cui sono finita nel momento in cui ho schiacciato il tasto “A” della mia Nintendo Switch grazie alla quale posso guardare Chruncyroll dall tv del salotto comodamente seduta sul divano. In quel momento non potevo saperlo. Cercavo un anime carino e breve da guardare nel week-end e 7th time loop rispondeva ai requisiti. Era uno dei titoli che avevo intenzione di recuperare quest’anno di cui avevo sentito parlar bene da mia sorella.
La visione (durata poco più di una giornata) mi ha completamente folgorata. Non avendo a disposizione una seconda stagione, ho cercato notizie sulla fonte originaria della narrazione. Sono così venuta in possesso dei due volumi editi da Magic Press e delle sei light novel che sono diventate oggetto delle mie letture nelle settimane successive.
Quando parlavo di loop, non scherzavo. Mi sono completamente immersa nel mondo di Touko Amekawa. In attesa dell’uscita del settimo volume, cerco di tornare alla vita di tutti i giorni non prima, però, di aver buttato giù un po’ di riflessioni sull’opera da condividere con voi.
La trama
Durante una festa, il principe ereditario di un piccolo paese rompe il suo fidanzamento con Rishe, sua promessa sposa da quando erano bambini. La ragazza non sembra né sorpresa, né disperata come ci si aspetterebbe. D’altra parte, è ormai la settima volta che rivive quella stessa scena e sa benissimo che da quel momento in poi sarà finalmente libera di vivere la vita che desidera. L’ha fatto già sei volte, scegliendo sempre carriere diverse e assecondando così la sua infinita curiosità sul mondo. Sfortunatamente, ogni loop vissuto si interrompe dopo 5 anni dalla rottura del fidanzamento.
In questa nuova vita, Rishe decide di usare un’uscita mai provata precedentemente. Mentre sta pensando quale tipo di carriera avviare, si scontra con il principe Arnold Hein, l’erede del potente impero di Galkhein. Rishe lo conosce bene: si tratta dell’uomo che nel giro di qualche anno scatenerà una sanguinosa guerra contro i paesi vicini, guerra che in ogni loop è stata responsabile delle morti di Rishe. Nella vita appena conclusa, la ragazza è stata uccisa proprio da Arnold durante un combattimento.
Arnold viene subito colpito da Rishe tanto da chiederla in sposa. Inizialmente, la ragazza è titubante ma poi pensa che avvicinarsi al principe sia l’unico modo per capire che cosa lo porta a uccidere il padre e a dichiarare guerra al mondo intero. Inoltre, questo fidanzamento le permetterà di realizzare un sogno che si porta dietro dalla sua prima vita: vedere tutti i paesi del mondo.
Da nemici a promessi sposi…
Una volta al fianco di Arnold, Rishe scopre che il futuro marito fa di tutto per vivere all’altezza della sua fama di uomo freddo e crudele, ma non lo è affatto. Anzi, la ragazza si rende conto che l’indole del principe è essenzialmente gentile e che la sua grande intelligenza lo porta ad agire più verso il bene che non verso il male.
Mentre il legame tra i due promessi sposi cresce sempre di più, Rishe cerca di cambiare gli eventi per sventare lo scoppio del conflitto. Per farlo, si serve sia delle esperienze e conoscenze acquisite che delle persone conosciute durante le vite precedenti incontrate di nuovo in questo loop.
Riflessioni sulla storia
Se Rishe riuscirà nel suo intento, resta ancora un mistero. Pur leggendo i romanzi (i più completi dal punto di vista della trama), è chiaro che la vicenda è ancora alle battute iniziali e che tanto ancora deve succedere e deve essere rivelato. Di conseguenza, ho più domande che non riflessioni da fare (e a cui vorrei davvero tanto una risposta!). Nonostante questo, condivido qualche considerazione anche per dare un po’ di soddisfazione al loop in cui sono finita.
L’eroina della storia
Non mi aspettavo di trovare una protagonista così. Lo ammetto, ero partita prevenuta basandomi sul genere dell’anime e anche sulla fisicità che hanno assegnato a Rishe (i capelli rosa e il seno molto più pronunciato rispetto ai disegni del manga e dei romanzi). Immaginavo una donna molto più dipendente dal legame affettivo, un po’ simile a Myo di Il mio matrimonio felice. Invece, sorpresa! L’eroina animata davanti ai miei occhi era una ragazza determinata a vivere dando valore alle proprie scelte.
Rishe si è liberata del proprio ruolo di “fidanzata” già all’inizio della narrazione. Scopriamo che per ricoprire quella parte era stata costretta a sacrificare interessi, passioni e desideri personali al punto tale da considerare le prediche genitoriali (“La vera felicità di una donna è sposare un uomo riconosciuto da tutti e dargli dei figli”) una maledizione. Una volta esiliata, dopo un primo momento di sconforto, Rishe capisce di avere un’opportunità: scegliere chi essere e cosa fare, indipendentemente dal genere d’appartenenza o dalla classe sociale di nascita. A quel punto, Rishe si apre al mondo: ogni sua nuova vita è un’occasione per scoprire qualcosa di nuovo, per sperimentare più situazioni possibili e imparare da queste.
Ed è così che Rishe costruisce il mantra che l’accompagna in ciascuna delle sue esistenze:
Sono io e solo io a decidere ciò che conta nella mia vita.
Rishe è una donna libera che decide di non lasciarsi mai più incatenare dalle convinzioni delle persone che la circondano. Questo le permette di morire ogni volta senza alcun rimpianto.
Una storia d’amore costruita sulla libertà
Nel corso del suo settimo loop finirà per innamorarsi per la prima volta nella sua (lunga) vita.
Nella relazione tra Arnold e Rishe ci sono diversi aspetti che si trovano in tante altre storie romantiche: abbiamo la protagonista femminile che cerca di salvare il proprio partner da se stesso donandogli l’amore che non ha mai conosciuto nell’età infantile. Eppure, Amekawa ci tiene a costruire il rapporto tra i due su un valore esplicitamente dichiarato: la libertà degli individui che lo compongono. Questo è sicuramente l’aspetto più interessante di tutta la loro storia d’amore. Vale qui il discorso che facevo per Romantic killer: servono trame in grado di promuovere aspetti più funzionali e sani dei legami. E questo 7th time loop lo fa bene pur presentando tantissime scene squisitamente extra-romantiche.
È fuori discussione che buona parte della narrazione (in qualsiasi forma) ruoti intorno alle scene tra i due. Anzi, ho notato che man a mano che il sentimento tra Rishe e Arnold cresce, la ragazza agisce sempre meno in autonomia. Nei primi volumi (e nella prima stagione dell’anime), è lei da sola a ingegnarsi e a progettare piani d’azione per spingere Arnold ad agire diversamente. Negli ultimi, invece, Rishe coinvolge il principe nei suoi progetti, si appoggia alla sua forza e cerca di guadagnarsi la fiducia del ragazzo per portarlo a fare altrettanto. Questo non a scapito della sua indipendenza o dei suoi valori. L’amore di Rishe per Arnold non le impedisce di continuare a “ostacolare” i progetti di guerra del futuro marito, anzi la rende più risoluta nel tentare di fermarli. Il sentimento amoroso dovrebbe essere proprio questo: una forza in aggiunta, non in sottrazione.
Poter vivere e rivivere la propria vita
I loop temporali sono sicuramente la parte più intrigante di 7th time loop. Non sappiamo ancora che cosa li generi. Personalmente, credo che abbia a che fare proprio con la storia d’amore tra i protagonisti, ma potrei essere facilmente smentita prossimamente, anche perché nel sesto romanzo compare un personaggio misterioso che Rishe sospetti sia simile a lei.
L’idea di avere a disposizione più vite e di dedicare ciascuna di esse a una carriera o a un’esperienza è veramente intrigante. È un gioco che nella vita può capitare di fare tra amici/che. Da persona che ama provare cose diverse e che passa tantissimo tempo a contemplare l’universo dei what if non ho potuto fare a meno di amare l’impianto della storia di Rishe. Impianto che ci mostra quanto l’esperienza sia fondamentale nelle scelte e nelle azioni che compiamo giorno dopo giorno.
Rishe può avere molti pregi, ma sono tutti coltivati, non innati. La curiosità, lo studio e l’impegno sono ciò che porta i suoi talenti a sbocciare. Le ci son volute ben 6 vite per raggiungere un simile livello, a riprova che tutto ciò che viviamo dovrebbe essere preso da noi come un’opportunità per imparare qualcosa di più sul mondo e su di noi.
Personaggi secondari
Intorno alla storia d’amore tra Arnold e Rishe si muovono le storie di tutti gli altri personaggi che li circondano: Michel Hevin, la principessa Harriet, la piccola Millia, il cacciatore Raul, il principe Dietrich sono solo alcuni della lunga lista che potrei tracciare qui. Ognuno di loro porta con sé un tema che di volta in volta viene affrontato nel corso del romanzo. Si va da ciò che dà valore ai legami affettivi al peso dato dai doveri di nascita, dall’insicurezza personale alla difficoltà nel comprendere le proprie emozioni dopo una vita passata a nasconderle. Una simile varietà contribuisce a rendere la storia dinamica e anche istruttiva, per certi versi.
Una storia, tre medium
C’è chi mi potrebbe considerare esagerata poiché ho letteralmente divorato questa storia in qualsiasi formato l’abbia trovata. Che bisogno c’è di leggere e vedere un racconto di cui conosci già le dinamiche? Al di là del mio amore per i rewatch, devo ammettere di aver trovato stimolante la possibilità di confrontare i diversi adattamenti della relazione tra Rishe e Arnold. È interessante vedere di volta in volta come i vari linguaggi usati nel mondo dell’arte e della comunicazione possono essere usati per veicolare la stessa narrazione. Devo dire che ciascun medium di 7th time loop fa il suo dovere: i romanzi sono coinvolgenti, il manga è visivamente coinvolgente e l’anime è d’intrattenimento.
Personalmente, credo che il manga sia il migliore dei tre, però è un’opinione spassionata e puramente soggettiva.
Romanzi
Ho letto i romanzi in inglese, lingua che capisco abbastanza bene ma che non pratico quotidianamente (soprattutto da quando guardo anime!). Di conseguenza, l’idea che mi sono fatta dello stile dell’autrice è sicuramente parziale. L’impressione è che la prosa sia piuttosto semplice e costruita per intrattenere un pubblico più eterogeneo possibile. Non ci sono grandi manierismi nell’uso del linguaggio. In compenso, la costruzione della trama è piuttosto sapiente. Non sono pochi i cliff hanger disseminati alla fine dei capitoli che ancora non hanno visto una risoluzione (che cosa ha detto Arnold a Rishe prima che lei morisse alla fine del suo sesto loop? Qual è il desiderio di Arnold che vuole realizzare grazie a/attraverso Rishe?). Il meccanismo funziona bene, tanto che in pochissimi giorni si può finire l’intera saga, come è successo a me.
È interessante la scelta di dedicare ciascun volume a un personaggio che ha fatto parte delle vite di Rishe. Mi domando cosa s’inventerà l’autrice per il settimo volume visto che, in teoria, abbiamo coperto già tutte le esistenze della protagonista. La costruzione del legame tra i protagonisti è graduale e ben fatta.
Quindi, si tratta sì di un prodotto d’intrattenimento, ma non per questo da sottovalutare.
Manga
Nel 2021, la Overlap ha avviato la produzione per l’adattamento della storia di 7th time loop in un manga. I disegni sono stati affidati a Hinoki Kino che, pur riprendendo i character design di Wan Hachipisu (disegnatrice dei romanzi), dà il proprio tocco personale agli stessi. Lei ha disegnato anche il manga NO.6, quasi sconosciuto ma veramente molto molto bello.
Quella che potrebbe sembrare un’operazione puramente commerciale è, in realtà, un prodotto ben concepito. Il modo di costruire le tavole di Kino è veramente interessante. Le inquadrature sono d’impatto e rendono molto bene l’atmosfera e il senso della storia. Basta guardare già la prima tavola per rendersene conto:

La tavola iniziale è composta da una sola immagine, cosa piuttosto insolita nei fumetti. Questo già da sé provoca un impatto non indifferente nel lettore o nella lettrice. Inoltre, la prospettiva centralizzata e la figura principale di spalle hanno un duplice effetto: da una parte si ha la curiosità di girare pagina per vedere la protagonista, dall’altra si ha come l’impressione di essere “risucchiati” in un vortice, il loop di cui il titolo ci dà conto.
Dire che la disegnatrice predilige la gabbia libera è riduttivo: molte sono le figure in sovraimpressione che fanno da raccordo tra due o più vignette. Ciò rende le immagini molto dinamiche senza far perdere loro di chiarezza. Sono molto belli anche i disegni in cui i vari loop temporali vissuti da Rishe si affacciano nel presente.
Le scene più umoristiche presenti nel romanzo sono enfatizzate nel manga grazie all’uso dei disegni chibi, delle onomatopee e delle didascalie/commento che si sommano alle battute dei personaggi. Di conseguenza, nel manga si recupera una dimensione più leggera: quello che nell’anime o nei romanzi suscitava solo un sorriso, nel manga fa proprio ridere.
Anime
La produzione dell’anime è stata avviata nel 2023 dallo Studio Kai. I 12 episodi della prima stagione sono andati in onda da gennaio a marzo 2024 e, ad oggi, ancora non si hanno notizie sulla possibile realizzazione di una seconda stagione. Le puntate coprono solo i primi due volumi dei romanzi, un arco narrativo minimo rispetto allo sviluppo della storia, e possono davvero essere considerate una semplice introduzione all’opera. Parlando con un mio amico – nerd da molti più anni di me che attualmente vive in Giappone – ho scoperto che spesso le versioni anime delle light novel servono a spingere le vendite dei libri più che a serializzare la storia. La mancanza di una seconda stagione, quindi, potrebbe essere dovuta proprio a questo motivo e potremmo attendere invano per anni.
Onestamente, un po’ mi dispiace perché il lavoro d’animazione fatto su 7th time loop non è affatto male. La prima sequenza dell’anime – originale rispetto ai prodotti cartacei – lo dimostra chiaramente. La scelta di partire dal momento della sesta morte di Rishe ci mette immediatamente di fronte ai due protagonisti della storia e al loro rapporto di amore e morte. Le inquadrature iniziali che seguono Arnold mentre entra nel castello senza mostrarlo mai in volto e accompagnato solo dai rumori della pioggia e del campo di battaglia hanno un forte impatto sullo/a spettatore/spettatrice e sono la cornice perfetta per introdurre il personaggio maschile. Personalmente adoro il momento in cui, durante il duello tra il cavaliere Rishe e il principe, la spada della ragazza si spezza e cadendo mostra il riflesso dell’una e dell’altro. Sono tutti espedienti visivi che servono a tratteggiare il legame fatale che unisce i due futuri promessi sposi. E sono belli.
Mentre leggevo i vari romanzi, mi è capitato spesso di desiderare di vedere animate quelle scene. Perché si sa che per quanto l’immaginazione possa essere appagante, la realtà può essere ancora più appagante. Purtroppo, in questo caso, ci resta poco da fare se non incrociare le dita e sperare.
Scheda tecnica
| Titolo originale: | Loop 7-kaime no Akuyaku Reijō wa, Moto Tekikoku de Jiyū Kimamana Hanayome Seikatsu o Mankitsu Suru |
| Studio di animazione: | Studio Kai |
| Anno di uscita: | 2024 |
| Manga e novel: | I romanzi di Touko Amekawa illustrati da Wan Hachipisu sono usciti per la prima volta nel 2020 e vanno avanti tuttora. Il manga viene disegnato da Hinoki Kino per la rivista Comic Gardo. Le pubblicazioni sono iniziate nel 2020 e vanno ancora avanti. |
| Genere: | romance, fantasy. |
| Voto: | 4/5 |
| Da guardare/leggere se: | si vuole conoscere una protagonista forte e determinata, se si amano le tavole costruite in maniera originale e se si è appassionati/e di storie d’amore. |
Federica Crisci
I colori dell’anima: storie di crescita su sfondi pastello
Febbraio è stato un mese ricco di eventi cinematografici a tema anime. Abbiamo avuto la possibilità di goderci in sala il live action di Let me eat your pancreas, Paprika, la prima stagione di Attack on Titan e, all’inizio di questa settimana, I colori dell’anima, l’ultimo film di Naoko Yamada, ben più nota per La forma della voce, tra i più bei film sul bullismo mai realizzati.
Come ogni lunedì da un mese a questa parte, ho preso la macchina e me ne sono andata a Roma per poter vedere questo lungometraggio uscito l’anno scorso e distribuito in Italia per la prima volta solo per tre giorni, dal 24 al 26 febbraio. Avevo visto il trailer e mi ero fatta un’idea di come sarebbe stato il film, ma devo ammettere di essere rimasta abbastanza stupita di quello che ho visto. Non nego che il divario tra realtà e aspettative non mi ha permesso di godermi da subito il film e mi ha dato non poco da pensare.
La trama
Totsuko è una giovane ragazza che frequenta una scuola cattolica al femminile. Ha una particolarità: riesce a percepire l’anima delle persone sotto forma di colori. Proprio grazie a questa sua peculiarità, rimane affascinata da Kimi, una compagna dalla candida tonalità blu che ama suonare la chitarra e che improvvisamente lascia gli studi. Pur di continuare a frequentarla, Totsuko propone a Kimi di fondare una band di cui entrerà a far parte anche Rui, un ragazzo pressato dalle aspettative della madre che lo vorrebbe medico.
Attraverso la loro amicizia e la creazione di canzoni originali, ognuno dei tre membri affronterà il proprio percorso di crescita e troverà il modo per equilibrare i propri desideri alle aspettative che la società nutre nei loro confronti.
Tutt’altra storia rispetto a La forma della voce
Devo essere onesta, mi aspettavo un film dai temi complessi e profondi e molto più ricco di conflitti. Di conseguenza, mentre guardavo I colori dell’anima non ho potuto fare a meno di chiedermi dove fosse il dramma. Aspettavo lo scoppio della crisi e invece ho assistito a un concerto di canzoni pieno di buoni sentimenti e di gioia. Inizialmente sono rimasta sconcertata. Solo dopo mi sono resa conto di essermi lasciata influenzare dal ricordo che ho dell’altro film di Yamada.
I colori dell’anima è tutt’altra storia rispetto a La forma della voce, come è giusto che sia. Si possono fare confronti in termine di gusti, ma giudicare l’uno sulla base dell’altro può portare a un giudizio parziale e poco attendibile. Solo nel momento in cui ho pensato alla pellicola della regista per ciò che si proponeva di essere, ho iniziato ad apprezzarne le caratteristiche, tanto che sarei curiosa di rivederlo in futuro così da capire quali sensazioni posso provare lasciati da parte i pregiudizi.
Un film pastello
La regista ha detto:
Spero che il pubblico esca dalla sala con una sensazione di tepore nel cuore, che si senta rassicurato. Vorrei che pensi “va tutto bene”
Credo che abbia raggiunto il suo obiettivo. I colori dell’anima è un film buono e positivo. È un abbraccio d’incoraggiamento, una pacca sulla spalla in un momento di sconforto. Non ti porta mai a provare tensione o preoccupazione né ti pone domande esistenziali. Piuttosto cerca di creare in chi guarda una sensazione di serenità, la stessa per cui vediamo più volte pregare Totsuko. Ci riesce combinando due tipi di linguaggio, quello visivo e quello sonoro. Da una parte, infatti, abbiamo i colori pastello che riempiono le inquadrature. Le sfumature così delicate, luminose e bilanciate non possono che trasmettere un senso di pace e di equilibrio. Le melodie create dai protagonisti (di cui è responsabile Kensuke Ushio, autore anche della colonna sonora di Dandandan e di Chainsaw man) sono altrettanto positive e cariche di energia, tant’è che quando vediamo la folla ballare al ritmo della canzone ideata da Totsuko abbiamo voglia di battere le mani e di sorridere anche noi.
Quando si combinano insieme linguaggi legati a sfere sensoriali diverse, in poesia parliamo di sinestesia. Nel film, però, questa parola si riferisce anche alle capacità di Totsuko. Esiste una condizione neurologica che permette ad alcune persone di percepire il mondo associando più sensi tra loro. È così che i suoni appaiono colorati oppure si ricordano alcune parole pensando a determinati sapori. La regista riesca a restituirci una caratteristica distintiva della protagonista attraverso le sue scelte formali su come raccontare la storia. Questo la rende sicuramente meritevole di attenzioni.
Conformare se stessi alle aspettative della società
I colori dell’anima è uno slice of life per definizione. I conflitti che i personaggi sperimentano hanno a che fare con il loro mondo adolescenziale. Sono molto più comuni di quanto non si pensi e, probabilmente, proprio per questo risultano così poco drammatici e teatrali.
Totsuko percepisce il mondo in maniera leggermente diversa dalle altre persone e, di conseguenza, deve fare i conti con il suo essere spesso sognante e assente. Vive tra la voglia di rispettare le regole e la spinta a evaderle. Kimi, invece, è tormentata dal senso di colpa per non essere riuscita ad ambientarsi nella scuola cattolica rendendo così orgogliosa la nonna che si è presa cura di lei e verso cui prova un grande affetto. Rui, invece, si sente obbligato a rinunciare ai suoi sogni da musicista per subentrare alla madre come medico dell’isola in cui vivono. Tutti e tre, quindi, sono divisi tra la voglia di conformarsi e il bisogno di essere ciò che desiderano.
In questo film, non ci vengono offerte soluzioni, ma strategie per trovare serenità e per essere grati all’esistenza. Non si va alla ricerca dei risultati, ma ci si sofferma sul percorso. Non c’è un modo universale per risolvere il conflitto che ognuno di noi percepisce tra realtà e mondo interiore, ma ci sono solo le scelte personali.
L’amicizia come strategia di sopravvivenza
Per trovare la luce nel tunnel, la condivisione con gli altri e le altre è fondamentale. Ancora una volta, il rapporto con chi ci circonda diventa imprescindibile per crescere e per trovare delle risposte, anche temporanee, ai propri dubbi.
Totsuko, Kimi e Rui riescono a trovare il coraggio di crescere stando insieme e condividendo la passione per la musica. Ognuno di loro si mette a scrivere un pezzo che racconta come si sentono e quello che provano. Suonando queste canzoni in pubblico, riescono ad abbracciare i propri conflitti e ad affrontarli con un po’ più di sicurezza.
L’incapacità di Totsuko di percepire il proprio colore è una chiara metafora della difficoltà del conoscere se stessi. La ragazza riuscirà a vedere la sua tonalità solo dopo il concerto, mentre balla la variazione di Giselle che avrebbe tanto voluto danzare ma per la quale non si era mai sentita all’altezza. Non è di certo un caso che riesca a ballare dopo aver trascorso così tanto tempo con Rui e Kimi, né che la percezione del suo colore arrivi solo nel momento in cui riesce a finire un qualcosa prima mai neanche tentato. La sua variazione non sarà perfetta e non avviene di fronte a un pubblico (se non consideriamo i nostri occhi da spettatori/trici), ma questo non ha la minima importanza. Ciò che conta è come si sente Totsuko. Ciò che importa è che ogni passo porta la ragazza a sentirsi più consapevole di sé e del proprio corpo. E tutto ciò le dà la serenità che ha sempre cercato.
I colori dell’anima ci dimostra che non abbiamo bisogno di grandi risultati, ma solo di legami solidi e sinceri attraverso i quali stabilire una connessione più profonda con noi stessi/e tanto da essere in grado di apprezzare e amare i piccoli momenti emozionanti che la quotidianità può offrire.
Parentesi sui colori
I colori attribuiti ai tre protagonisti non sono – ovviamente – casuali.
Il blu è il colore che spesso caratterizza i personaggi affascinanti per il loro essere misteriosi. Questa tonalità è associata all’essere riflessivi, intelligenti e devoti. Kimi è tutto questo. Rui, invece, con la sua natura pacata e tranquilla, il forte senso del dovere nei confronti della famiglia e l’empatia che dimostra è un degno portatore del colore verde che lo rappresenta. Questo colore richiama anche l’immagine della natura e, non a caso, Rui vive in un’isola, non in città.
Arriviamo al colore di Totsuko, il rosso chiaro che vira verso le sfumature del rosa. La combinazione di queste due sfumature rende bene il carattere della protagonista. Il rosso, infatti, indica un personaggio pieno di energia, coraggioso, dinamico e anche un po’ propenso a compiere qualche follia. Il rosa, invece, trasmette un senso di calore e di dolcezza. Totsuko è l’anima del trio, il fuoco della band. Ne è l’ideatrice nonché prima promotrice. Conoscendo un po’ il significato dei colori o pensando a come vengono usati per caratterizzare i personaggi degli anime, dovevamo immaginare quale tonalità sarebbe uscita.
I colori dell’anima è un film buono. Una coccola che ci si può fare durante la settimana per ricordarsi che la vita può anche essere complessa, ma ha tante cose per cui possiamo esserle grata.
Federica Crisci
Scheda tecnica
| Titolo originale | Kimi no Iro |
| Studio di animazione | Science Saru |
| Anno di uscita | 2024 |
| Genere | slice of life |
| Voto | 3,5/5 |
| Da guardare se | si ha bisogno di una coccola |
Romantic killer: ecco cosa possiamo capire sull’amore
Nel mondo dei manga e degli anime non mancano di certo le storie d’amore. D’altra parte, si tratta di uno dei temi narrativi più antichi al mondo. Da quando l’essere umano ha iniziato a raccontare storie non ha potuto fare a meno di mettere in scena il sentimento romantico, di interrogarsi sulla sua origine, sulla sua potenza, sui suoi cambiamenti, sulle sue sfaccettature.
Nonostante tutta la letteratura, i film, le serie tv, i saggi, le discussioni di qualsiasi grado di profondità e le esperienze quotidiane nostre e degli altri, ancora ci troviamo disarmati di fronte ai sentimenti d’amore che proviamo. Non tutti/e riusciamo a definirlo e le persone che ci riescono partono da quanto da loro provato senza considerare le innumerevoli sfaccettature di fronte alle quali ci si può trovare nella vita.
Ho guardato diversi anime e letto numerosi manga su questo argomento. Alcuni mi sono piaciuti da impazzire, molti mi hanno fatto ridere, altri ancora mi hanno fatto commuovere. Quando, però, pensavo a un titolo di cui parlare in occasione di San Valentino, ho capito che ce n’era solo uno che poteva davvero raccontare la mia visione dell’amore e tutto ciò che significa per la nostra specie: Romantic killer.
Una storia d’amore che non è una storia d’amore
Anzu Hoshino è una ragazza con tre ragioni di vita: i videogiochi, il cioccolato e il suo gatto, Momoichi. Non ci pensa proprio ai ragazzi né alle storie d’amore fin quando dalla sua televisione non comprare Riri, un essere magico incaricato di risolvere il problema della bassa natalità in Giappone. Anzu è stata scelta come primo soggetto di un esperimento volto a far nascere nuove coppie che un domani potrebbero risollevare il tasso demografico nipponico, propio lei che del sentimento romantico non sa nulla né è interessata a conoscerlo.
Riri sottrae ad Anzu le sue ragioni di vita e le assicura che da quel momento in poi la sua vita diventerà come quella di un’eroina degli shojo manga. E così, la strada della sedicenne è portata a incrociarsi con quella di Tsukasa Kazuki, Junta Hayami e Hijiri Koganei, tre bellissimi ragazzi, ognuno con una sua peculiarità, tra cui ci potrebbe essere solo l’imbarazzo della scelta. Anzu, però, è determinata a non cedere al ricatto di Riri: recupererà i suoi tre grandi amori rimanendo single.
Cosa Romantic killer ci insegna sull’amore
Sebbene Anzu sia intenzionata a non innamorarsi di nessuno dei suoi pretendenti, finisce per affezionarsi profondamente ai ragazzi che ha intorno e sviluppa con loro un rapporto sincero, tenero, di scambio.
Si sente molto parlare di “relazioni sane” in contrapposizione a quelle “tossiche”. Tutte e tutti noi ci troviamo almeno una volta nella vita invischiati in legami che portano a provare molte più emozioni negative che positive e da cui risulta difficile tirarsi fuori per tutta una serie di motivazioni (per alcuni succede sistematicamente). Tali rapporti così sofferti nascono non solo in amore, ma anche in amicizia, perfino negli ambienti lavorativi. Complici di queste relazioni malsane sono tante idee sociali e culturali che circolano sull’amore, sul maschile e sul femminile. Responsabili di queste immagini sono anche – ahimé – i prodotti culturali, di qualsiasi epoca e provenienza, che rispecchiano in pieno le tradizioni del proprio tempo. Molte persone non saranno d’accordo con me, ma io sono profondamente convinta che le storie raccontate nei film, nei libri, nelle serie, nei fumetti finiscano per influenzare e modellare il nostro immaginario quasi quanto (in alcuni casi anche tanto quanto) le esperienze che viviamo o l’educazione che riceviamo.
Crediamo che l’amore vero comporti sofferenza, che il compito della persona che ci ama sia salvarci dal male, che le persone che amiamo ci appartengano, che esista un unico grande amore per tutti/e noi, che il fine ultimo della vita (soprattutto per le donne) sia aspirare al matrimonio e che le relazioni amorose servano a mettere su famiglia. Tutto ciò, quando inteso in senso assoluto e non in maniera complessa, rischia di dar vita a dinamiche relazionali particolarmente dannose. Di conseguenza, non potremo mai liberarci di rapporti tossici se non iniziamo a promuovere modelli di relazioni migliori.
È qui che entra in gioco Romantic killer con le sue non-storie d’amore. Piuttosto che focalizzarsi su un’idea di relazione, l’opera si concentra sul modo in cui si costruiscono i legami. Quest’ultimi possono avere varie nature, ma sono fondamentali per crescere, per comprendersi, per perdonarsi. In altre parole, per vivere.
Anzu e Kazuki
Il rapporto tra Anzu e Kazuki è quello che ci accompagna per più tempo nel corso dei 12 episodi della serie disponibile su Netflix ed è quello che più di tutti cambia nel corso del tempo tanto da portare il ragazzo a innamorarsi della protagonista nonostante inizialmente non avesse alcun tipo di interesse nei legami amorosi. Riri potrà pure cercare di forzare la nascita di momenti romantici, ma il legame tra i due va ben oltre il brivido provato per i due corpi che finiscono goffamente l’uno sull’altro. Inizialmente, i due si sentono a proprio agio quando sono insieme. Vivendo nella stessa casa (condizione sempre forzata dalla magia), si conoscono tanto da sviluppare uno stretto rapporto di fiducia in cui c’è una profonda comprensione dell’emotività dell’altro/a.
La presenza di Anzu permette a Kazuki di superare diverse situazioni per lui difficili (la vita scolastica o il giro dello shopping) e, soprattutto, gli consente di processare il trauma subito come vittima di stalking. Da persona incapace di esprimere la propria volontà e spaventata dalle relazioni con il prossimo a causa della sua bellezza, Kazuki impara nuovamente a entrare in connessione con le persone e smette di sentirsi in colpa per ciò che è successo. Può farlo perché accanto ha una persona che in maniera del tutto naturale e spontanea lo ascolta, lo abbraccia e gli dice:
Mi dispiace solo che, se fossi diventata tua amica prima, avrei potuto credere a te, prima di chiunque altro.
Gesti e parole simili possono essere molto più potenti di un qualsiasi “ti amo”. Di certo, ne definiscono (almeno in parte) il significato. Il legame di Anzu e Kanzuki è fatto di supporto, di fiducia, di ascolto, di protezione e di cura. È autentico e sincero. Li cambia, ma in maniera spontanea, senza forzature. Forse non si concretizzerà mai in un rapporto romantico, ma si è già dimostrato ciò che una relazione dovrebbe essere: un’aggiunta in gradi di arricchire la propria esistenza.
Anzu, Junta e Hijri
Il rapporto che Anzu ha con gli altri due ragazzi, Junta e Hijiri, è diverso e ci mostra altri aspetti dell’amore.
Junta è l’amico d’infanzia (figura immancabile nel mondo dello shojo e in molte storie d’amore occidentali) da sempre affascinato da Anzu. È stata proprio lei la prima a notare i suoi pronti riflessi e a suggerirgli di praticare baseball, disciplina nella quale Junta diventa un vero e proprio astro nascente. Nonostante i suoi sentimenti, il ragazzo non è morboso nei confronti di Anzu e anche quando è geloso di Kazuki, non diventa mai aggressivo né spiacevole. Parte dal presupposto che la ragazza debba essere libera di scegliere e che, comunque vada, potrà avere la consapevolezza che lei è felice. Quando si dice che l’amore è disinteressato, s’intende esattamente questo. È difficile arrivare a una simile consapevolezza, ma è un passaggio necessario per creare dei rapporti veramente solidi e arricchenti.
Il rapporto tra Anzu e Hijiri è molto più altalenante a causa del carattere viziato di lui. Eppure, anche in questo caso la presenza dell’eroina consente al ragazzo di cambiare il suo punto di vista sul mondo. Dopo il netto rifiuto di Anzu di avere a che fare con lui, Hijiri inizia a prendere consapevolezza dell’esistenza di altri esseri umani con le loro caratteristiche e desideri. Decide, quindi, di prendersi delle responsabilità e di scoprire com’è davvero il mondo che lo circonda. E che cos’è l’amore se non un modo per crescere?
Una vera anti-eroina?
Kazuki, Junta e Hijiri saranno pure ikemen (bei ragazzi), ma nessuno di loro batte Anzu in quanto a figaggine.
La protagonista di Romanic killer è tra i miei personaggi preferiti di sempre, un po’ come Maomao di The apothecary diaries. È divertente, leale, gentile e genuinamente buona. Tanto sa essere goffa quanto forte quando si tratta di difendere chi o cosa le sta a cuore. È determinata e non permette a niente di mettersi tra lei e ciò che le piace davvero.
Spesso nel corso della serie, Riri la definisce come un’anti-eroina. In effetti, Anzu è proprio l’opposto delle eroine shojo a cui siamo abituate. Anche se la sua ingenuità e la sua sbadataggine ricordano un po’ quella di Bunny in Sailor Moon, siamo ben lontane dai modelli canonici. Le protagoniste solitamente sono bellissime e riescono facilmente in tutto ciò che fanno. Hanno ottime doti in cucina o nell’ambito domestico e anche nei casi in cui non siano particolarmente interessate all’amore, lo accolgono facilmente non appena si presenta il bono di turno. Anzu non è e non fa nulla di tutto questo.
La protagonista di Romantic killer sembra più uscita fuori da un manga shonen che non da uno shojo. In merito a questo, è sicuramente curioso che i capitoli siano stati pubblicati proprio su Shonen Jump+, la piattaforma online di Shueisha, nota soprattutto per la pubblicazione di Weekly Shonen Jump su cui abbiamo letto One Piece, Dragon Ball, Jujutsu Kaisen e Naruto. Ed è proprio al protagonista di Kishimoto che mi è venuto da pensare mentre riflettevo sul personaggio di Anzu. Il modo assoluto in cui difendono ciò in cui credono, la loro incorruttibilità e la loro innata propensione a far del bene a chi li circonda li rende sicuramente degni del titolo di eroe ed eroina. Vedere finalmente una donna con queste caratteristiche è davvero liberatorio.
Una storia divertente con tematiche importanti
Oltre a parlare d’amore, Romantic killer affronta altri temi ugualmente importanti per la nostra generazione e ancora fortemente attuali. D’altra parte, il manga di Wataru Momose è uscito tra l’estate del 2019 e quella del 2020, non molto tempo fa.
La bellezza come maledizione
Dire che siamo ossessionati/e dal tema della bellezza non mi sembra esagerato. Ogni anno spendiamo una grandissima quantità di soldi per curare il nostro aspetto fisico. Molti danno la colpa ai social e sicuramente la necessità di apparire sempre al meglio di modo da poter essere giudicati meritevoli e invidiati per la perfezione che ostentiamo è una delle grandi piaghe dei nostri tempi. Eppure, l’importanza di essere belli/e, affascinanti, desiderabili è da sempre qualcosa che ci viene richiesto dalla società.
Nelle favole, il principe e la principessa hanno sempre un bell’aspetto proprio come gli eroi dell’epica classica. Decantare la bellezza della donna amata o provare a catturarne le sembianze con il proprio pennello è stato quasi un obbligo per gli artisti del passato. I primi divi e dive del cinema venivano scelti quasi solo esclusivamente in base all’aspetto più che per la bravura.
Siamo così presi dal desiderio di sembrare perfetti che non ci fermiamo mai a chiederci quale peso possa essere essere belli/e in una società come la nostra. Diamo sempre per scontato che sia la condizione ideale e non pensiamo ai rischi o alle sofferenze che queste persone incontrano. Romantic killer ce lo spiega molto bene attraverso le storie di Saki e di Kazuki.
L’amica di Anzu viene continuamente corteggiata solo in quanto bella ragazza, ma nessuno sembra davvero interessarsi a lei come persona. Per non apparire presuntuosa (una delle critiche che facilmente si muovono ai belli), si sente costretta a fidanzarsi con un ragazzo che prima tenta di sedurla, poi sparge voci false su di lei a scuola. Solo Anzu è disposta a credere alla versione di Saki e darà alla ragazza la forza di reagire alle chiacchiere.
La storia di Saki occupa pochissimi minuti nello show eppure già da sola servirebbe per parlare dei tanti preconcetti che si hanno nei confronti di una persona solo perché bella (soprattutto se è donna). In realtà, l’essere continuamente guardati, invidiati, fraintesi solo per il proprio aspetto fisico può essere altrettanto doloroso di quando si viene giudicati perché non si rispecchiano determinati canoni estetici.
Lo stalking: un problema anche al maschile
La bellezza di Kazuki, invece, lo porta a diventare l’oggetto del desiderio di tantissime donne, compresa Yukana Kishi, la donna che diventerà la sua stalker.
È sicuramente interessante scegliere una figura maschile come vittima di stalking anche se chi ha visto Baby Rendeer potrà trovarlo non così originale e soprattutto molto più semplicistico. Ma ricordiamoci che siamo nel mondo manga e anime, quindi il pubblico di riferimento è tendenzialmente diverso.
In realtà, anche se le dinamiche tra aggressore e vittima sono meno problematizzate, il tema è trattato in maniera molto delicata e matura mostrandoci il lato più oscuro dell’attrazione: l’ossessione.
Perché guardare Romantic killer a San Valentino
Romantic killer è l’anime perfetto da guardare durante la giornata di San Valentino. È breve, avvincente, porta con sé tematiche importanti… e soprattutto fa ridere. A sottolineare il lato comico della storia intervengono i disegni spesso esagerati che fanno un uso di linee di contorno più spesse e visibili così da mettere in rilievo l’aspetto comico della scena. Molte scene vi porteranno allegria anche dopo averle già viste. Tra le mie preferite ci sono l’invocazione di Momoichi da parte di Anzu per resistere al fascino di Kazuki e il terrore di Junta e Anzu davanti a uno scarafaggio.
Molti denigrano San Valentino come una trovata commerciale che nulla a che fare con i rapporti umani. Ma tutto dipende dal valore che si dà alle ricorrenze. Potremmo vivere questa giornata come la celebrazione dell’amore inteso come quel sentimento indispensabile alla vita di tutti/e noi che ha così tante sfaccettature da essere difficile da descrivere. Qualsiasi forma assuma, però, deve tendere al bene.
Romantic killer ci racconta questo.
Scheda tecnica
| Titolo originale: | Romantikku Kira |
| Studio di animazione: | DOMERICA – Netflix |
| Anno di uscita: | 2022 |
| Manga: | 4 volumi pubblicati da Planet Manga. In Giappone i capitoli sono stati pubblicati su Shonen Jump+ da luglio 2019 a giugno 2020. |
| Genere: | commedia e dramma sentimentale |
| Voto: | 5/5 |
| Da guardare se: | si ha voglia di ridere e/o di guardare una storia con ottimi personaggi e con tematiche importanti. Oppure se amate i gatti. |
Federica Crisci
Le immagini contenute in questa recensione sono riprodotte in osservanza dell’articolo 70, comma 1, Legge 22 aprile 1941 n. 633 sulla Protezione del diritto d’autore e di altri diritti connessi al suo esercizio. Si tratta, infatti, di «riassunto, […] citazione o […] riproduzione di brani o di parti di opera […]» utilizzati «per uso di critica o di discussione», nonché per mere finalità illustrative e per fini non commerciali. La presenza in Anime a Merenda non costituisce «concorrenza all’utilizzazione economica dell’opera».
The apothecary diaries: misteri e delitti nel Palazzo Imperiale
Se mi chiedessero di nominare i miei anime del cuore, The apothecary diaries figurerebbe tra i primi 5 titoli. Dalla prima volta che l’ho visto (parliamo dell’autunno del 2024, quindi non molto tempo fa), mi è rimasto in testa e non ho potuto fare a meno di innamorarmene. L’arrivo dei nuovi episodi su Chruncyroll ogni venerdì mi ha fornito la scusa perfetta per un ulteriore rewatch. Mi serviva per raccogliere un po’ di idee su cosa scrivere in questo articolo, ma non posso negare di essermelo goduto tantissimo, proprio come la prima volta.
La trama de Il monologo della speziale
Maomao è una giovanissima speziale che lavora nel quartiere dei piaceri cittadino. Ama qualsiasi cosa abbia a che fare con il mondo dei farmaci e trascorre il tempo a sperimentare nuove cure o a studiare erbe, veleni e le proprietà di elementi vegetali o animali. Tutto questo fino al giorno in cui non viene rapita e venduta come serva alla Corte Interna del Palazzo Imperiale, il luogo in cui sono radunate le numerose cortigiane tra le quali l’Imperatore dovrà scegliere la sua sposa. Pur volendo passare inosservata, Maomao non può fare a meno di tenere a bada la sua curiosità né il suo senso di giustizia. E così, quando si accorge del perché i neonati figli dell’imperatore stanno deperendo a vista d’occhio, escogita un modo per salvare loro la vita. In questo modo, finisce per farsi notare da Jinshi (in italiano Renshi, non so bene perché), un personaggio misterioso e importante della Corte Interna, che inizierà a coinvolgerla nella risoluzione degli intrighi di palazzo.
La Sherlock della Corte Interna
Inizialmente, sembra che ogni puntata sia incentrata su un enigma da risolvere. Solo dopo alcuni episodi ci si rende conto che i fili delle diverse trame sono inevitabilmente intrecciati e hanno molto più da raccontarci di quanto non abbiano già fatto. Per ogni mistero risolto si aprono altri punti interrogativi che rendono la trama sempre più intricata e sorprendente.
Al centro di questa fitta rete di macchinazioni e d’imbroglio si trova – spesso suo malgrado – Maomao. Grazie alle conoscenze accumulate nel tempo e attraverso un’attenta analisi di ciò che le si presenta davanti agli occhi, la speziale riesce ad arrivare sempre alla risoluzione del problema. Nonostante il suo brillante intuito, la ragazza cerca sempre prove che riescano a dimostrare le sue congetture.
Questa struttura a giallo combinata con la presenza di una protagonista simile mi hanno riportato alla mente Sherlock, la meravigliosa serie con Benedict Cumberbatch e Martin Freeman. Ho rivisto il detective del 221B di Baker Street nella giovane speziale. È probabile che questo sia uno dei motivi per cui non ho potuto fare a meno di amare The apothecary diaries.
Un’eroina atipica (e meravigliosa proprio per questo)
Trovo entusiasmante che al posto dell’uomo intelligente e arguto vediamo agire una donna dalle stesse qualità. Non è scontato, soprattutto nel mondo dei manga e degli anime. In queste narrazioni è difficile trovare personaggi femminili in grado di autodeterminarsi o con caratteristiche fisiche e caratteriali lontane dai modelli canonici che ruotano intorno agli archetipi della giovane vergine o della femme fatale.
Maomao non è solo molto intelligente e competente nel suo settore, ma è anche completamente disinteressata all’aspetto sentimentale. Il suo unico amore sono le piante, i veleni, i medicinali. Non nutre il minimo interesse per altro, tanto da distrarsi facilmente quando la conversazione prende una piega per lei poco stimolante per lei. Bisogna però riconoscere che lo sviluppo delle sue abilità mediche non è stato solo frutto di passione, ma anche di necessità. Provenendo da una classe sociale bassa, Maomao è consapevole che potrà ottenere solo quello che sarà in grado di raggiungere con le sue capacità. Pur di vivere una vita lunga e tranquilla, Maomao affina al massimo le sue conoscenze e cerca di non farsi coinvolgere più del dovuto, soprattutto quando si tratta di venire a conoscenza di segreti importanti. Nutre una forma di compassione per chi come lei ha pochi mezzi tanto da non voler puntare il dito contro nessuno neanche se colpevole.
È un’eroina che s’imbruttisce pur di non attirare attenzioni non volute. Non si preoccupa di sporcarsi, di avere un odore sgradevole o di comportarsi come tutte le altre ragazze in cerca di marito. Maomao s’ingegna per bastarsi da sola. Tutto questo la rende un gran bel personaggio.
Un coprotagonista che ricorda le ragazze degli shojo
Negli shojo manga o nelle light novel in cui le protagoniste sono donne è piuttosto difficile trovare uomini che s’innamorano senza essere ricambiati (a meno che non siano gli amici d’infanzia). In The apothecary diaries succede. Non vediamo il sentimento d’amore crescere nella donna tra sfondi a fiori e tormenti interiori degni dell’Amleto shakespeariano. In quest’anime – tratto dai romanzi di Natsu Hyūga – è Jinshi a cadere preda del furor amoris. Tra l’altro, la “vera bellezza” della storia è proprio lui, non Maomao.
Il capo della Corte Interna è un altro personaggio molto interessante che la serie ci offre. Alla fine della prima stagione, la sua vera identità non è ancora palesata, anche se intuibile. Il suo carattere infantile a allo stesso tempo generoso e volenteroso di imparare ricorda quello caratteristico delle protagoniste shojo. Anche lui, un po’ come Maomao, aspira alla possibilità di autodeterminarsi e a poter scegliere chi essere. È interessante che pur appartenendo a una classe sociale molto più alta di quella di Maomao (tra le più auspicabili), Jinshi si senta ugualmente prigioniero della sua condizione e sia esposto a dei rischi. La seguente riflessione di Maomao in una delle puntate è illuminante da questo punto di vista:
La Corte Interna è una gabbia d’oro. Non è poi così diversa dal quartiere dei piaceri.
Una storia d’amore tutta particolare
La dinamica relazionale tra Jinshi e Maomao è estremamente divertente e rappresenta uno dei nodi fondamentali intorno ai quali si intreccia la storia. L’incapacità della speziale di afferrare i sentimenti del ragazzo e la sua totale mancanza di malizia anche nelle situazioni più imbarazzanti (come l’ “esame” del corpo di Libai) rendono molte scene comiche e memorabili.
È chiaro che l’intenzione è quella di portare i due ad avvicinarsi e Maomao ad aprirsi all’amore. Gli ostacoli per la coppia potrebbero essere numerosi. Più che la classe sociale, è proprio l’atteggiamento e la personalità della speziale che dovranno subire una trasformazione per permettere alla storia di sbocciare. Sarà interessante vedere come avverrà tutto ciò.
Una serie ricca di temi in un’ambientazione storica credibile
The apothecary diaries tratta tantissimi temi secondari legati alle singole vicende che di puntata in puntata occupano la scena. Dall’invidia verso chi si reputa più fortunata (salvo scoprire poi che non lo è affatto) all’avvicendarsi della fortuna e della sfortuna. Dall’incapacità di comunicare i propri sentimenti al cercare di fare del proprio meglio per ottenere ciò che si desidera.
Alla grande varietà di tematiche si accompagnano tantissimi personaggi provenienti da ogni classe sociale e dai caratteri più disparati. Le loro vicende hanno come sfondo due ambientazioni principali speculari tra loro: la corte imperiale e il quartiere popolare. Quest’ultimo è dipinto come un luogo povero, brutale, affamato di denaro. Sentimenti d’amore e di fratellanza/sorellanza sopravvivono, ma rischiano di essere fatali a chi li dimostra. La Corte Interna può apparire più raffinata grazie alla maestosità dei palazzi e alla rigida etichetta, ma le passioni e gli interessi che la animano sono le stesse della città. D’altra parte, la natura dell’essere umano è sostanzialmente quella. L’educazione e i contesti possono variare al punto da rendere alcuni meccanismi più nascosti e più complessi, ma la base di partenza è sempre la stessa: il desiderio di qualcosa che non si ha.
Animazione e colonna sonora
L’animazione di The apothecary diaries funziona sempre molto bene. L’alternanza tra disegno comico e serio – spesso compresente – movimenta le puntate e contribuisce a rendere il ritmo scorrevole e godibile. I colori usati sono vivaci e adatti all’atmosfera raccontata. Non mancano scelte di regia più cupe che riguardano le storie più inquietanti. In particolare, penso alle sequenze del terzo episodio in cui compare la donna che balla sulle mura oppure lo sguardo quasi omicida di Maomao quando Jinshi nomina suo padre.
Un altro aspetto della serie che trovo meraviglioso sono le opening e le canzoni presenti in alcuni momenti iconici della serie. Vi lascio la mia preferita in assoluto, nel caso la vogliate (ri)ascoltare.
La seconda stagione di The apothecary diaries
L’uscita della seconda stagione di The apothecary diaries era tra le mie grandi attese del 2025. Ho iniziato a vederla, ma sono così curiosa di conoscere i futuri sviluppi che ho iniziato a leggere anche il manga dal punto in cui si è conclusa la prima serie. Credo anche che, una volta finiti i tankobon, andrò avanti con i romanzi. Devo sapere assolutamente che cosa succede!
Parleremo anche della seconda stagione… nel frattempo, se non avete ancora avuto modo di incontrare Maomao, vi consiglio di darle una possibilità di catturarvi con la sua intelligenza e il suo spirito.
Scheda tecnica
| Titolo originale: | Kusuriya no hitorigoto |
| Studio di animazione: | Toho Animation Studio |
| Anno di uscita: | 2023 (dal 21 ottobre al 23 marzo 2024) |
| Manga: | 14 volumi attualmente disponibili, ma la serie è ancora in corso. In Giappone, il manga è serializzato da Square Enix su Monthly Big Gangan. In Italia, i 13 volumi disponibili sono editi da J-Pop. |
| Genere: | seinen, storico, giallo e sentimentale |
| Voto: | 5/5 |
| Da guardare se: | si amano i misteri, le ambientazioni storiche e le protagoniste anticonvenzionali. |
Federica Crisci
Le immagini contenute in questa recensione sono riprodotte in osservanza dell’articolo 70, comma 1, Legge 22 aprile 1941 n. 633 sulla Protezione del diritto d’autore e di altri diritti connessi al suo esercizio. Si tratta, infatti, di «riassunto, […] citazione o […] riproduzione di brani o di parti di opera […]» utilizzati «per uso di critica o di discussione», nonché per mere finalità illustrative e per fini non commerciali. La presenza in Anime a Merenda non costituisce «concorrenza all’utilizzazione economica dell’opera».
Il logo di “Anime a Merenda… e Manga a Colazione”
Non appena ho partorito l’idea di questo blog a tema anime e manga, ho subito pensato di disegnare io stessa il logo del sito.
Una volta scemato l’entusiasmo, i dubbi hanno iniziato ad assalirmi: sarei stata effettivamente in grado di creare un’immagine bella e d’impatto? La risposta fornita da anni e anni di mancata autostima è stata, chiaramente, “no”. In effetti, disegnando attivamente da poco più di un anno, ero consapevole che sarebbe stato difficile tirar fuori qualcosa di visivamente efficace non solo per i limiti della mia tecnica (ancora in fase di crescita), ma anche per la mia mancata capacità di usare i colori. Sebbene io abbia intenzione di imparare a farlo (è uno dei miei obiettivi di quest’anno per il disegno), mi ci vorrà comunque del tempo prima di abituare l’occhio e la mano. Non avevo intenzione di aspettare così tanto a lungo: avrei rischiato di perdere entusiasmo e di procastinare.
Per rendere giustizia al tempo passato in psicoterapia, ho deciso di non scoraggiarmi e di provare a disegnare qualcosa con le mie capacità del momento. Se proprio non fosse uscito nulla di buono, avrei potuto comunque usarlo come esercizio utile per riprendere gli studi di prospettiva.
Una ragazza davanti alla tv…
A dispetto della mia insicurezza, la mia mente ha subito ideato l’immagine del logo. È vero che il nome del blog tracciava già la strada.
Ho subito pensato a un disegno che ritraesse una ragazza intenta a guardare assorta la tv. Lei avrebbe dovuto avere caratteristiche fisiche molto simili alle mie (per quanto stilizzate) e l’ambiente circostante avrebbe dovuto ricreare un’atmosfera nerd e orientale. Per definire l’immagine che avevo in testa, mi sono scattata delle foto in salotto. Non ho il coraggio di mostrarle, ma mi sono divertita molto a provare diverse angolazioni. Alla fine, ho scelto una foto che aveva in primo piano la televisione (e la Ps5) dietro la quale apparivo io seduta a gambe incrociate per terra.
Mi sono messa all’opera, ma come immaginavo non è stato affatto semplice. Ho cercato di applicare la prospettiva con un punto di fuga e di riprodurre quello che vedevo in foto nella maniera più fedele possibile. Ciò che è venuto fuori, però, non mi piaceva.
… una ragazza che legge
Per rincuorarmi, ho deciso di provare ad abbozzare un’altra immagine che mi ronzava in testa e che nasceva dal sottotitolo del blog. In questo sito si parla di anime visti a merenda e di manga letti a colazione. Quindi, la ragazza avrebbe dovuto anche leggere qualcosa oltre a stare davanti alla televisione.
Il mio salotto è stato nuovamente allestito come set fotografico. Questa volta, ho reso protagonista la poltrona dell’angolo lettura. Dopo aver trovato una posizione più dinamica ma semplice da riprodurre e averla immortalata sull’iPad, ho ripreso la matita e ho ricominciato a disegnare.
Il risultato è stato questo:

Chat GPT pensaci tu!
Il disegno della ragazza che legge non mi dispiace affatto. Sono anche piuttosto contenta di come sono riuscita a riprodurre la profondità della poltrona e la posa che avevo assunto. Nonostante tutto, però, non ero convinta di poter usare quest’immagine come logo.
A rendermi perplessa era soprattutto l’uso del bianco e del nero. Per quanto mi piaccia in generale, non lo vedo adatto a un blog. Non è sufficientemente d’impatto, almeno per come lo disegno io. E così, ho pensato di chiedere aiuto a Chat GPT. La “consegna” che le (o gli?!?) ho dato era la stessa da cui ero partita per realizzare la ragazza davanti alla tv. Sfortunatamente, non ho potuto inserire i riferimenti a Jujutsu Kaisen, a Naruto o a Berserk per non violare il copyright.
Ho fatto diversi tentativi.




Dopo aver tolto gioielli inutili, aver allungato i capelli, chiesto vestiti migliori e qualche poster in meno, è venuta fuori lei:

Non appena l’ho vista, ho capito che era quella giusta. Io adoro il giallo e la sua grande presenza in quest’immagine non fa che renderla ancora più bella. Ho comunque voluto fare un ultimo tentativo chiedendo a Chat GPT di mettere la ragazza di fronte alla tv.

Per quanto l’immagine fosse ugualmente interessante, non mi restituiva quello stesso impatto che la figura frontale è in grado di offrire. E così, il logo di Anime a Merenda è stato deciso.
Non è un mio disegno e un po’ mi dispiace… ma continuerò a provarci e chissà che un giorno non riesca a realizzare qualcosa di altrettanto accattivante e carino.
E voi che ne pensate di questo logo?
Federica Crisci