Given: ciò che ci doniamo (e ci infliggiamo)
Il mese del Pride non poteva che essere dedicato alla lettura e alla visione di storie queer. Questa scelta mi ha riportata sulla strada di Given. Dico “riportata” perché già l’anno scorso, più o meno in questo stesso periodo, avevo deciso di vedere l’anime di cui tanto sentito parlare in maniera entusiasta sia da mia cugina che da mia sorella. Una volta terminata la visione di Given: to the sea, non solo mi sono unita al coro delle ammiratrici della saga, ma sapevo che avrei voluto rivederlo anche per scriverne.
L’occasione è finalmente arrivata. Questa volta, però, non mi sono limitata solo alla versione animata. Dopo aver supplicato mia sorella di prestarmi i manga (e non è stato facile), mi sono dedicata alla lettura delle tavole di Natsuki Kizu così da completare il ciclo e togliermi una grande curiosità: come si disegna la musica?
Una volta iniziato a scrivere l’articolo, mi sono resa conto delle tante possibili letture che si potevano dare di quest’opera. Inoltre, le tematiche portate avanti sono talmente dense che messe insieme potrebbero risultare pesanti. Ecco perché ho deciso di creare due momenti di riflessione separati.
La storia di una passione, la storia di un trauma
Quando Mafuyu incontra Uenoyama sulle scale vicino alla palestra della scuola è un ragazzo solitario che non riesce bene a esprimersi e che non sa come gestire il grande dramma che ha vissuto: la perdita di Yuki, il suo ragazzo nonché amico di infanzia, suicidatosi poco tempo prima a causa di un litigio avuto proprio con Mafuyu. Il momento della discussione non ci viene mai raccontato in maniera completa perché non è davvero significativo. È un conflitto come tanti se ne possono avere a 16 anni quando si sperimenta per la prima volta l’amore, si ha una grande passione e poco tempo a disposizione per godersi entrambe le cose. Infatti, dopo aver formato una band con altri due amici d’infanzia, Hiragi e Shizusumi, Yuki passa pochissimo tempo con Mafuyu. Quest’ultimo non riesce a esprimere la sua voglia di essere coinvolto nella musica, si arrabbia con Yuki e gli dice:
E allora moriresti per me?
È una frase forte, figlia di un’emozione altrettanto intensa e non gestita in maniera assertiva. Una frase frutto della giovane età di Mafuyu (anche se tantə adultə non arrivano mai a questo grado di consapevolezza) che vorrebbe essere intesa come una provocazione. Sicuramente, non intendeva essere un invito. Eppure Yuki – un ragazzo che ci viene sempre descritto come un essere umano fuori dall’ordinario, egocentrico e talmente istintivo da non valutare affatto le conseguenze delle sue azioni – la prende alla lettera. È così che un futile litigio come tanti diventa tragedia.
Mafuyu rimane solo, con la chitarra di Yuki – lasciatagli a forza dalla madre del ragazzo – e un grande tumulto emotivo a cui non riesce a dare voce. Un tumulto emotivo a cui probabilmente non vuole neanche dare voce (“C’è qualcosa che vuoi comunicare o vuoi evitare di dar voce a qualcosa che provi?” gli verrà chiesto a un certo punto della storia) non solo perché doloroso ma anche perché significherebbe lasciar andare una persona amata ormai lontana.
Nominare il trauma…
Mafuyu ha bisogno di riuscire a nominare il suo trauma personale parlando di ciò che sente. È il primo passo fondamentale per procedere verso la guarigione. A questo percorso vengono dedicati la prima stagione dell’anime e i volumi iniziali dell’opera. L’impresa risulta ancora più ardua dato che Mafuyu è neurodivergente. Non viene mai detto in maniera chiara, ma ci sono tanti elementi che ci permettono di considerarlo tale a partire proprio da questa sua chiara difficoltà nell’esprimere le emozioni come le persone che lo circondano. Mafuyu, inoltre, ha bisogno sempre di molto tempo per prendere una decisione e in più occasioni dimostra di avere difficoltà a elaborare insieme una grande quantità di informazioni. Anche queste caratteristiche possono rientrare nel funzionamento cognitivo atipico.
Ad aiutare il protagonista nel suo percorso di guarigione sarà un altro appassionato di musica: Uenoyama. D’altra parte, non si può uscire da un trauma senza un supporto esterno. È vero che il grande lavoro può essere fatto solo dal singolo, ma la base ci vuole. Uenoyama fornisce proprio questa, in senso musicale. Dopo aver scoperto il talento di Mafuyu per la musica, Uenoyama lo invita a far parte della propria band e compone una melodia pensando alla voce del suo nuovo amico. Poi, gli propone di scrivere il testo della canzone. In altre parole, gli fornisce l’opportunità di far uscire il proprio dolore, di dargli spazio e visibilità. Non sarà una stesura semplice, ma sarà necessaria.
… per poi superarlo
Riuscire a dar voce alle proprie emozioni permette finalmente a Mafuyu di sentirsi in pace e di dedicarsi alla sua nuova passione, la musica. Una volta iniziato il percorso di guarigione, ha modo di aprirsi a una nuova storia d’amore con Uenoyama. Ma il processo di elaborazione del lutto non è concluso. Dopo aver nominato ciò che ci ha ferito è indispensabile riuscire ad andare oltre senza sentirsi in colpa verso chi si lascia indietro. L’arco finale del manga e il film Given: To the Sea raccontano di questa seconda fase del superamento del trauma, spesso sottovalutata.
Quando ai Given viene data l’opportunità di debuttare, Mafuyu non riesce a decidere sul da farsi. Si sente bloccato. Non vuole rinunciare alla musica poiché ha scoperto quanto questa significhi per lui. Allo stesso tempo, ha paura che questa possa mettersi di nuovo in mezzo nel suo rapporto portandolo a perdere la persona che ama. Per chi è sopravvissutə a un’esperienza dolorosa ed è riuscitə a trovare un nuovo equilibrio non c’è niente di più minaccioso del futuro. I cambiamenti inevitabili prodotti dal passare del tempo possono portare anche nuove difficoltà e chi garantisce che si riesca a uscirne di nuovo vista la fatica sperimentata la prima volta?
Eppure, non c’è altra soluzione che andare avanti. Ugetsu, uno dei personaggi secondari, lo dice chiaramente:
Puoi solo continuare a muoverti.
Non è possibile evitare di soffrire così come non è possibile evitare di fare gli errori. La differenza sta nello scegliere consapevolmente e nel provare a riparare a quanto fatto. La corda rotta di una chitarra può sempre essere sostituita. Given ci racconta anche questo in uno dei momenti più drammatici della serie. Sì, la corda non sarà più la stessa, ma ciò non significa che non sarà mai più possibile suonare quello strumento.
L’arte come possibilità di vincere il tempo
Oltre ad aver paura di perdere l’amore di Uenoyama, Mafuyu deve capire anche come gestire la memoria di Yuki.
Andare avanti significa anche dimenticare. Forse non tutto, ma molto sì. E dimenticare è sinonimo di “non valore”. O almeno lo è in un mondo che ragiona per assoluti. Ma nella vita e nelle relazioni c’è ben poco di assoluto se non ciò che scegliamo di vedere come tale. Alle volte, c’è qualcosa di incredibilmente importante nel passato che, anche se viene lasciato lì, non smette di essere significativo. Anche perdendone i dettagli.
È ancora una volta Uenoyama ad aiutare Mafuyu a uscire dal suo impasse. Il ragazzo decide di completare una melodia iniziata a scrivere da Yuki e la fa ascoltare a Mafuyu per dimostrargli che fare musica significa anche questo: fissare nell’eternità un attimo di vita finito che un giorno potrebbe essere dimenticato. Oltre a compiere un gesto di grandissimo amore nei confronti del suo compagno, Uenoyama ci mostra uno degli aspetti più potenti non solo della musica, ma dell’arte in generale.
Given non è, quindi, solo una storia sul superamento di una perdita. È un inno alla musica, al suo linguaggio, alla sua forza espressiva. Un po’ come il Prisma dell’Amore è un inno al disegno.
Come si racconta la musica attraverso il disegno?
La domanda da cui sono partita all’inizio (“Come si disegna la musica?”) acquista ancora più significato se pensiamo al ruolo da protagonista che la musica ha in Given. Canzoni e melodie non sono solo parte della storia, ma uniscono i personaggi spesso sostituendosi alle conversazioni che non riescono a sostenere.
Se guardando l’anime possiamo sentire i brani musicali (cosa che continuo a fare tutti i giorni, spesso anche più volte al giorno) ed emozionarci di conseguenza, leggendo il manga non è possibile. Nonostante la precisione delle onomatopee giapponesi nel descrivere e nel raccontare suoni ed emozioni, ancora non riescono a tradurre in lettere un’intera canzone.
Ero curiosa di vedere le tavole della mangaka e devo ammettere che sono rimasta sorpresa. Per riprodurre il suono, Kizu sfrutta diverse possibilità offerte dal linguaggio manga. Innanzitutto, gioca con la gabbia optando per vignette oblique e immagini sovrapposte che mescolano momenti del passato e del presente. Le didascalie intrecciano versi della canzone e pensieri dei personaggi rendendo difficilmente identificabili i confini tra i due. Non mancano le onomatopee e le ombreggiature a effetto realizzate tramite i retini. Molte inquadrature si concentrano sui dettagli o sui primi piani dei personaggi, alcune volte ripresi a metà. Fondamentali – anche se non usate spesso – le splash page.
I disegni diventano il linguaggio musicale. L’occhio è inondato da immagini e il nostro cervello crea il suono che manca alle tavole. È un’esperienza sicuramente interessante anche se ammetto di non essermela goduta pienamente dato che avevo già visto l’anime.
Given e l’amore
Given è una storia dedicata alla musica.
Given è una storia che racconta come superare un traume (un po’ come Gli Agenti delle Quattro Stagioni).
Given è anche una storia che parla d’amore. In diverse forme. Ed è proprio di questo che vi parlerò nel prossimo articolo.
Federica Crisci
Le immagini contenute in questa recensione sono riprodotte in osservanza dell’articolo 70, comma 1, Legge 22 aprile 1941 n. 633 sulla Protezione del diritto d’autore e di altri diritti connessi al suo esercizio. Si tratta, infatti, di «riassunto, […] citazione o […] riproduzione di brani o di parti di opera […]» utilizzati «per uso di critica o di discussione», nonché per mere finalità illustrative e per fini non commerciali. La presenza in Anime a Merenda non costituisce «concorrenza all’utilizzazione economica dell’opera».
Gli Agenti delle Quattro Stagioni: cosa significa rinascere
Non mi capita quasi mai di scegliere un libro dalla copertina. Con Gli Agenti delle Quattro Stagioni di Kana Akatsuki è successo.
Ero in una fumetteria di Roma e i pastellosi colori caldi dell’illustrazione hanno da subito attirato il mio sguardo. Leggendo la trama, ho pensato “Che figata!” e senza farmi troppe domande (ahimè per il mio portafoglio!) ho comprato il volume. Volume che è poi rimasto sullo scaffale della libreria per tantissimi mesi aspettando che io trovassi il momento giusto per perdermi tra le sue pagine. Ha dovuto attendere che la mia curiosità venisse nuovamente solleticata da un altro medium: l’anime.
Quando lo scorso 29 marzo mi sono accorta che su Chruncyroll stava uscendo una nuova serie dal titolo Gli Agenti delle Quattro Stagioni, mi sono ricordata del libro e non sapevo bene che cosa fare: leggere prima la storia e poi guardarne la trasposizione animata oppure fare il contrario? Non vi racconterò i dettagli dei miei ragionamenti, sarebbe abbastanza inutile visto che, di base, non ho scelto. Ho piuttosto optato per un mix assurdo nel quale sono rientrati anche i manga disegnati da Nappa Komatsuda e portati in Italia da Planet Manga. Nonostante tutto, questo cocktail di forme d’arte mi ha appassionata tantissimo alla storia.
Storia di divinità, traumi, relazioni umane
Nel mondo rappresentato, esistono degli esseri umani dotati del potere di manifestare le stagioni. C’è chi ha poteri legati all’inverno (congelare la vita), chi alla primavera (far nascere la vita), chi all’estate (partecipare alla vita degli esseri viventi) e chi all’autunno (sottrarre la forza vitale). Queste capacità sono utili per evocare la propria stagione. Nell’arcipelago di Yamato (così si chiama nella storia il Giappone), però, sono dieci anni che la primavera non si manifesta. Ciò accade perché l’agente designata, Hinagiku Kayo, a soli sei anni, è stata rapita dal Kasai, un’organizzazione terroristica guidata da una donna abbastanza spietata dal soprannome di Gozen. Il Kasai è solo uno dei movimenti di ribelli che desiderano sfruttare i poteri degli agenti delle stagioni per gli scopi più disparati. Una volta riuscita a scappare, Hinagiku è finalmente pronta a riprendere il suo compito, scortata dalla fedele attendente Sakura, sua guardia del corpo.
Il passato, però, rimane un trauma non ancora risolto. Hinagiku, Sakura, Rosei e Itecho (l’agente e l’attendente dell’inverno, anch’essi presenti al momento del rapimento) dovranno trovare un modo per processare il loro dolore e ritrovare il legame che avevano. L’occasione sarà fornita da un nuovo, violentissimo, attacco del Kasai che prenderà di mira un’altra piccola agente, quella dell’Autunno.
Il mondo creato da Akatuski
Ne Gli Agenti delle Quattro Stagioni c’è tanto a cui appassionarsi.
Devo ammettere che la prima cosa che ho amato è il mondo creato dall’autrice. Mi è piaciuto molto immergermi in una storia costruita intorno a delle semi-divinità con poteri legati alle stagioni. Nella nostra cultura si è molto affievolita la ritualità legata al passaggio dei diversi periodi dell’anno e con esso il suo significato mistico. Al contrario, la cultura giapponese ha preservato il legame con la natura e con i suoi cicli vitali. Basti osservare l’importanza che nei manga e negli anime viene data alla rappresentazione dei fiori e dei colori stagionali o alle tante festività legate a determinate date del calendario (l’hanami e il momijigari, ad esempio, ovvero l’osservazione dei ciliegi in fiore e delle foglie rosse in autunno).
Kana Akatsuki, l’autrice dei due libri ben nota per la serie di Violet Evergarden, non si è limitata a trasformare le stagioni dei poteri. Ha anche costruito una storia coerente con il ciclo vitale a cui assistiamo (spesso senza accorgercene) durante l’anno. Gli Agenti delle Quattro Stagioni parla di morte e di rinascita. Parla di ciò che la vita dà e toglie e della necessità di affrontare i propri traumi per poter davvero sentirsi in forze.
Affrontare il proprio passato, affrontare sé stessə
Il trauma da superare è sicuramente il tema intorno al quale si costruisce tutta la narrazione (sia essa mediata dal libro, dall’anime o dal manga). Un trauma che si concretizza in maniera diverse per i protagonisti, ma che per tuttə rappresenta qualcosa con cui è difficile fare i conti.
Per Rosei e Sakura, il trauma coincide con la perdita dell’infanzia e della giovinezza. Con Itecho condividono il rimorso e la sensazione di impotenza provata davanti alla tragedia. Per Hinagiku, invece, l’uscita dall’infanzia è accompagnata da una vera e propria perdita di sé, tant’è che nella storia lei dichiara più volte di non essere la “Hinagiku di prima” che purtroppo non è riuscita a far tornare indietro.
Da un punto di vista simbolico, l’immagine che Akatsuki ci restituisce del trauma è potentissima e tristemente vera: nessunə torna indietro incolume dopo aver attraversato un dolore talmente grande da costringere la propria interiorità a comprimersi, scindersi, perdersi al punto tale da sparire. L’impossibilità di tornare a essere ciò che si era, non vuol dire che non ci sia la possibilità di riparare il trauma subito. Anzi. L’intera storia racconta proprio di come è possibile rinascere e continuare a vivere anche dopo che si è persa la forza vitale e si è congelata una parte del proprio essere. Non è una caso, quindi, che la protagonista sia proprio la Primavera, la stagione che più di tutte rappresenta il rinnovamento.
La guarigione dal trauma deve necessariamente partire dall’attraversamento dello stesso. Ecco perché i quattro decidono di non restare indifferenti di fronte al rapimento della piccola Nadeshiko, l’agente dell’Autunno. Ecco perché devono nuovamente affrontare il Kasai e Gozen prima di poter chiudere la vicenda in maniera definitiva e andare avanti.
Il complesso rapporto genitori/figlə
Il trauma di Hinagiku non è legato solo al rapimento e ai maltrattamenti subiti dal Kasai. È anche frutto di un rapporto non del tutto sereno con i genitori.
Hinagiku viene abbandonata quando ha soli 5 anni dalla madre, la precedente Portatrice della Primavera. La donna lo fa in virtù del suo malessere fisico e credendo di agire per il meglio, ma non tiene conto del grande dolore che provoca nella bambina. Le lascia in eredità questo messaggio:
Sopporta. Se ti trovi davanti qualcuno che ti dice qualcosa, resisti, aspettando il momento di combattere. Perché di sicuro, nel futuro, arriverà la tua occasione per rifiorire…
Inaspettatamente, alla morte della madre Hinagiku diventa la nuova agente della Primavera. Questo porta il padre (mai davvero vicino) a disprezzarla perché responsabile della dipartita della donna amata. Tradita da entrambi i genitori, Hinagiku cercherà conforto e affetto al di fuori dei legami dei sangue trovando prima Sakura, poi Rosei.
Un’antagonista abusante
Hinagiku subirà l’abuso più grande da parte di un’altra figura genitoriale, autoproclamatasi come tale. Si tratta di Gozen, la capa spietata e violenta dei ribelli.
La donna è un personaggio tanto terribile costruito in maniera magistrale. Nata all’interno di un contesto criminale, Gozen subisce una serie di violenze fisiche e psicologiche che la spingono a diventare a sua volta una carnefice. Costretta ad abortire dal marito scelto da suo padre, Gozen sarà sempre alla ricerca di una sostituta della figlia perduta. Quando rapisce Hinagiku, decide di diventare sua madre ma non fa altro che terrorizzare la bambina affinché faccia ciò che le viene comandato. In altre parole, Gozen riprende il modello genitoriale che ha vissuto e lo applica senza pensare al dolore che può causare. Il risultato è scontato perché già avvenuto: Hinagiku sarà completamente distrutta tanto da morire.
Gozen rappresenta una versione narrativamente portata all’estremo del genitore che vuole imporre la propria volontà sui figli pensando di agire per il loro bene e credendo di avere potere decisionale sulla loro vita perché li ha messi al mondo. È un atteggiamento di cui rendersi consapevoli perché può provocare molti danni in chi lo subisce.
Le implicazioni politiche
Attraverso il racconto fantastico, Akatsuki racconta il nostro mondo. Non solo le relazioni e le reazioni dei personaggi sono molto credibili, ma anche la politica che si è costruita intorno ai quattro agenti è molto realistica. L’esistenza di movimenti animati da varie ideologie estremiste che riescono a corrompere i vertici politici e a minacciare l’ordine stabilito e la vita dei portatori è specchio di ciò che ci circonda.
I tanti tradimenti subiti da Hinagiku e Sakura non sono solo colpi di scena, ma anche degli elementi di tensione che portano chi legge a condividere con Sakura il dubbio atroce di chi fidarsi. A chi credere quando tuttə intorno sembrano capaci di prenderti in giro? È un dilemma reale. Non solo politico (“Quale simbolo sbarro affinché il mio voto abbia davvero il potere di cambiare il futuro?”), ma anche personale (“Di chi mi fido in un mondo così egoista?”).
L’amicizia femminile
Nonostante sulle due copertine dei libri de Gli Agenti delle Quattro Stagioni ci siano le coppie etero protagoniste – Hinagiku e Rosei, Sakura e Itecho -, la relazione alla quale l’autrice dà più importanza in assoluto è quella amicale tra Sakura e Hinagiku.
Con loro inizia il romanzo. Con loro finisce. La guarigione della protagonista (sia quando è piccola, sia quando fugge dai suoi rapitori) inizia grazie alla presenza di Sakura. Non è un rapporto privo di elementi di dipendenza né di sentimenti più egoisti. Ma questo non fa che rende questo legame più vero e più interessante. Potrebbe sembrare una relazione non paritaria e in parte non lo è: Sakura è al servizio di Hinagiku ed esprime più volte il desiderio di dare la vita per la sua signora. Tuttavia, dobbiamo ricordare che Sakura sceglie consapevolmente questa strada. Lo fa per amore di Hinagiku e sentendosi emotivamente ricambiata.
La rappresentazione di questa amicizia femminile è necessaria. Non solo per depotenziare un po’ il topos dell’amore romantico, ma anche per dare dignità e spazio ai legami d’amicizia, troppo spessi subordinati a quelli amorosi e famigliari. L’amicizia tra donne, poi, non è spesso raccontata in maniera così profonda e viscerale.
Un titolo che vale la pena leggere/guardare
Chi ha amato Violet Evergarden riconoscerà nella narrazione de Gli Agenti delle Quattro Stagioni meccanismi simili: numerosi flashback che si intrecciano con il presente e l’attenzione data ai personaggi secondari che delineano le tappe del lungo percorso di crescita dei/lle protagonisti/e. È una storia in cui vale la pena immergersi anche se alcuni momenti potrebbero risultare più lenti di altri.
Chiedersi se sia meglio leggere il libro, il manga o guardare l’anime è lecito. Come vi ho detto, io non sono riuscita a scegliere e non saprei cosa consigliare tra lettura e visione… anche perché ammetto che nel momento in cui conosci già la storia, l’impatto potrebbe perdersi indipendentemente dal formato.
Il libro è molto interessante dal punto di vista stilistico. È una scrittura che mi ricorda molto altri autori e altre autrici giapponesi che ho letto. Inoltre, l’autrice per emozionare chi legge non si avvale solo delle parole e delle illustrazioni, ma anche degli spazi e dei colori delle pagine. Sfrutta le potenzialità dell’oggetto libro per farci perdere nel suo racconto.
L’anime ha un’animazione strepitosa. Non lo si può negare. I character sono belli, gli episodi coinvolgenti. Il manga, invece, è quello che mi è rimasto meno impresso. Credo che dipenda dalla gestione delle tavole e dalle inquadrature scelte… o semplicemente dal fatto che ormai conoscevo bene la storia per cui non mi lasciavo facilmente sorprendere dalle pagine disegnate.
Ribadisco che qualsiasi sia il medium da voi scelto, Gli Agenti delle Quattro Stagioni è una storia che merita di essere conosciuta.
Federica Crisci
Zatsu Tabi – That’s a Journey: cosa significa fare un viaggio da sola
Nel momento in cui scrivo questo articolo dedicato a Zatsu Tabi – That’s Journey sono a Bologna per un week-end in solitaria. Sapevo che avrei scritto di questo anime non appena ho visto la prima puntata, ma farlo in questa occasione è tutta un’altra cosa visto il tema della storia.
Una ragazza che viaggia da sola
La trama di Zatsu Tabi è piuttosto semplice: Chika Suzugamori è un’aspirante mangaka che vede le proprie bozze continuamente rifiutate. Una sera, presa dallo sconforto, ha l’idea di partire da sola per un viaggio. La meta viene scelta tramite sondaggio social ed è così che Chika si avvia verso Aizuwakamatsu, nella prefettura di Fukushima, senza prenotare alberghi né avere un itinerario definito. Decide sul momento che cosa fare in base ai propri desideri e bisogni. L’esperienza è rigenerante. Faticosa (come potrebbero non esserlo visti i 1125 scalini che decide di salire?), ma rigenerante. Le sue bozze continueranno a essere rifiutate, ma ora Chika ha un nuovo hobby: partire. Nelle sue peregrinazioni non sarà sempre da sola. A lei si uniranno amiche, ex compagne di scuola e anche colleghe mangaka già affermate.
Uno slice of life in cui succede poco, ma…
Zatzu Tabi è un anime tratto da un manga scritto e disegnato da Kenta Ishizaka non ancora edito in Italia. Non so se un titolo del genere potrebbe essere appetibile per il mercato italiano. Per ritmo e contenuti, quest’opera non è per tuttə. Dimenticate i grandi eventi narrativi o i colpi di scena: Zatsu Tabi non offre niente del genere. Non solo ci sono momenti in cui la protagonista è da sola e non fa altro che camminare e ammirare paesaggi parlando da sola, ma anche quando è in compagnia, non succede niente di straordinario. Gli scambi sono molto quotidiani, proprio come ci si aspetta da uno slice of life.
Immagino che, a gusto, possa risultare anche noioso. Ma ciò non toglie la sua potenza comunicativa. Non è un messaggio figo sull’esistenza urlato dall’eroe di turno mentre lotta per la vita o la morte. È piuttosto un invito a guardare in maniera diversa le piccole cose che formano la nostra vita e apprezzarle per la loro semplicità. Dietro chiacchiere qualsiasi tra due amiche c’è una connessione unica e vera che vive della sola presenza. Dietro una passeggiata in un tempio, c’è la bellezza del paesaggio che si ha di fronte e il modo in cui essa risuona dentro ciascunə di noi.
Personalmente, mi sono emozionata a quasi tutte le puntate. So che parte di questa emozione è legata al ricordo del mio lungo viaggio in Giappone in solitaria. Zatsu Tabi mi ha spesso riportata a quei momenti. Al di là della soggettività, credo che sia un ottimo anime per capire che cosa significhi viaggiare da solə. Sono mesi che cerco un modo per mettere giù e comunicare in maniera efficace tutte le sensazioni che ho provato. Zatsu Tabi le racconta in maniera semplice, ma estremamente chiara e potente. Magari non vi riconoscerete nella protagonista, ma potrebbe venirvi voglia di prenotare un viaggio tutto vostro.
Un inno d’amore per il Giappone
Se state pianificando un viaggio nel Paese dei manga e degli anime, potreste guardare Zatsu Tabi per prendere spunto.
Il co-protagonista della serie, infatti, è proprio il Giappone con le sue numerose località da scoprire. Chika ne visita diverse: Amanoshidate, Izumo, Itsukushima, Kyoto, Aomori, Tokyo stessa… Ci vengono mostrate le due anime – opposte ma complementari – del Paese: le metropoli altamente tecnologizzate e le piccole cittadine che sbucano nella natura selvaggia. Dei posti visitati ci vengono raccontate le leggende e le tradizioni caratteristiche. Di episodio in episodio, si impara qualcosa in più della cultura locale, proprio come se si fosse lì. D’altra parte, i luoghi rappresentati riproducono fedelmente la bellezza dei posti reali. Ci sono diverse città che ho visitato e che ho riconosciuto (da lì parte della commozione).
Oltre ai posti da visitare, l’anime ci dà informazioni anche sui mezzi da prendere per arrivarci, sui prodotti tipici da assaggiare, sulle attività imperdibili. È una sorta di guida turistica narrativa e animata. Vi consiglio di tenere a portata di mano un taccuino su cui segnare quello che vi colpisce di più. Chissà che un giorno non vi capiti di andarci.
Cosa significa viaggiare
Zatzu Tabi non offre solo occasioni di conoscere aree del Giappone che solitamente rimangono lontane dagli itinerari classici. È anche una riflessione profonda sul significato del viaggio.
Viaggiare è un’esperienza formativa unica. So che non sto scrivendo niente di nuovo. Eppure è incredibile come questa affermazione diventi… anzi, si senta profondamente vera quando si è fuori casa. Uscire dalle routine, cambiare scenari è un modo per spostare lo sguardo, per mettere in discussione comportamenti e pensieri. Ci si incontra con una versione diversa del proprio sé. Una versione che può servire nella vita di tutti i giorni. Non è detto che si torni da un viaggio radicalmente trasformatə. Ma un po’ diversə da ciò che si era prima, quello sì.
Ci viene spiegato come Chika riesce a raggiungere una località non solo per dare realismo alla storia, ma anche per mostrarci che il viaggio è molto di più delle attrazioni turistiche da immortalare sullo smartphone. È un’esperienza straordinaria che inizia nel momento in cui si esce di casa e si conclude solo al ritorno. Di conseguenza, si compone di tutti i momenti che si avvicendano tra questi due estremi, anche i più pragmatici. Organizzare gli spostamenti, chiedere informazioni in una lingua straniera, gustare i sapori locali, affrontare gli imprevisti, incontrare persone con un’altra formazione, sopportare le temperature stagionali sono tutti elementi che contribuiscono a rendere un viaggio ciò che è e sono tutti aspetti che possono metterci alla prova. È quello che definiamo “uscire dalla comfort zone”. Le conseguenze possono essere davvero sorprendenti.
Viaggiare da solə
Credo di aver amato tanto Zatsu Tabi per come ci mostra il viaggio in solitaria. Chika non prova alcun disagio nel partire da sola, neanche nel periodo di Capodanno. È qualcosa al quale noi non siamo abituatə. C’è ancora un profondo pregiudizio rispetto alla solitudine. Ci è difficile capire che possa risultare un bisogno e la viviamo come sinonimo di tristezza e inadeguatezza. È piuttosto normale visto il che come esseri umani siamo animali sociali e viviamo in una società costruita sulle relazioni.
Di base, però, solitudine e legami non si escludono a vicenda. Al contrario, andrebbero vissute entrambe le esperienze in maniera equilibrata per trovare veramente la felicità. Stare da solə è il solo modo per conoscersi davvero e per prendersi il tempo di fare ciò che si ama, senza compromessi. Stare con un’altra persona o più persone è un modo per condividere esperienze, risate, dolori. Sono entrambi modi fondamentali per arricchire la propria vita.
La stessa cosa vale anche per il viaggio. Farlo in solitaria o in compagnia è molto diverso, ma ugualmente interessante. Scoprire un posto insieme a qualcunə è un modo per conoscersi meglio e accrescere il legame condividendo dei momenti significativi. Visitare un posto da solə offre un altro tipo di esperienza. È come se il viaggio avvenisse non solo in orizzontale, ma anche in verticale. Esplorare un luogo ti porta inevitabilmente a esplorare te stessə. Nel silenzio, ciò che puoi ascoltare davvero sono i tuoi pensieri e le tue emozioni. Ogni sfida che ti si presenta davanti, anche la più piccola, è un’occasione per capire cos’è che ti spinge ad agire (o a non agire). È davvero una scoperta che funziona tanto meno ci si aspetta qualcosa.
Per capire cosa intendo, vi basta guardare il primo episodio di Zatzu Tabi e il modo in cui Chika affronta la salita del 1125 gradini del tempio. Oppure partire per conto vostro.
Una storia tutta al femminile
Un altro punto a favore di questo anime è il cast tutto al femminile. Non solo c’è una protagonista donna concentrata sulla sua crescita personale e professionale, ma intorno a lei ha solo amiche e nessun interesse amoroso. Sono donne tutte diverse. Alcuni caratteri sono più spensierati, altri più giocherelloni, altri più introversi… ma sono tutti indipendenti. Tutte queste rappresentazioni possibili del femminile sono bellissime proprio come il legame che le unisce.
Date una possibilità a questo anime. Se siete statə in Giappone, vi farà commuovere. Se non ci siete statə, vi farà venire voglia di partire. Davvero.
Due miei disegni di Zatsu Tabi


Federica Crisci
Le immagini contenute in questa recensione sono riprodotte in osservanza dell’articolo 70, comma 1, Legge 22 aprile 1941 n. 633 sulla Protezione del diritto d’autore e di altri diritti connessi al suo esercizio. Si tratta, infatti, di «riassunto, […] citazione o […] riproduzione di brani o di parti di opera […]» utilizzati «per uso di critica o di discussione», nonché per mere finalità illustrative e per fini non commerciali. La presenza in Anime a Merenda non costituisce «concorrenza all’utilizzazione economica dell’opera».
Fushigi Yuugi: lo shojo fantasy da non leggere dopo Yona
Ho passato quasi tutto il 2025 a leggere Yona – La principessa scarlatta. È stato un viaggio lungo con molte interruzioni (legate più a contingenze di vita che non alla lettura in sé) ma tanto emozionante. Credo che Yona sia a tutti gli effetti uno dei miei manga preferiti di sempre. Dal mio punto di vista, funziona tutto: storia, temi, ambientazione, personaggi, disegni… E quando è così, è inevitabile che l’opera ti si attacchi addosso.
La trovo una cosa bella, certo, ma confesso che mi dà non pochi problemi nel momento in cui provo a leggere/vedere altro. Anche inconsciamente, tendo a ricercare le stesse emozioni intense da poco vissute. E anche se sono perfettamente consapevole dell’inutilità dei paragoni poiché ogni storia è a sé, mi viene inevitabile farli a scapito del “nuovo arrivato”. Questo è quello che mi è successo con Fushigi Yuugi di Yuu Watase.
Un manga fantasy degli anni Novanta
Fushigi Yuugi è stato serializzato su Shōjo Comic dal 1992 al 1996. I takobon sono arrivati in Italia solo nel 2001 e oggi vengono ristampati in una nuova edizione di formato più grande dalla Star Comics. Agli anni Novanta appartiene anche la serie anime che non ho ancora visto e credo che non vedrò prima di aver concluso la lettura del manga.
Quando è uscito il primo volume, ho letto pareri contrastanti. C’era chi esaltava l’opera considerandola un grande classico e chi ammetteva di averla acquistata solo per affetto. Sapendo che si tratta di un fantasy, ho deciso di dargli fiducia acquistando il primo volume. Una volta finito Yona, ho pensato che potesse essere l’opera giusta per cercare di colmare almeno un po’ la mancanza che sentivo. Non è stato così. Al contrario, avendo in testa il manga di Kusanagi non sono riuscita a entrare in sintonia con i personaggi, soprattutto con la protagonista.
Andando avanti nella lettura, le cose sono un po’ cambiate. Mi sono lasciata coinvolgere dagli splendidi disegni di Watase e ho smesso, piano piano, di fare confronti. Di conseguenza, sono riuscita a godermi di più la storia tanto da avere intenzione di proseguirla per seguirne gli sviluppi. Ciò non significa che non ci siano degli aspetti che mi lascino perplessa. Ho però scelto di guardare al buono che quest’opera ha da offrire. E di aspettare la fine prima di giudicare negativamente la storia.
Ci tenevo, però, a mettere giù alcune delle mie impressioni prima di continuare la lettura. Quindi sappiate che tutto ciò che leggerete da qui in poi vale fino al volume 3 della nuova edizione manga.
Qual è l’obiettivo di Miaka in Fushigi Yuugi?
Fushigi Yuugi ha tanti elementi che generalmente apprezzo in una storia. L’ambientazione antica un po’ medievale, la presenza di tanti personaggi dai poteri magici, una storia d’amore romantica, complotti da smascherare, mitologia che diventa realtà… eppure ho forte la sensazione che a tutto questo manchi qualcosa di fondamentale: un obiettivo vero verso cui convergere gli sforzi della protagonista e del suo gruppo di guerrieri.
Nel suo mondo, Miaka ha il desiderio di compiacere le aspettative materne entrando in una scuola superiore prestigiosa. Nell’impero di Hong-Nan, come sacerdotessa di Suzaku, Miaka deve radunare le sette costellazioni ed evocare la divinità fenice così da poter esprimere dei desideri che permettano al regno di vivere in pace e a lei di superare gli esami di ammissione. Tutto chiaro, ma manca una motivazione veramente profonda che muova le azioni dei protagonisti.
Nel mondo del libro Cronache dell’universo dei quattro dei (nel quale Miaka viene risucchiata) gli obiettivi concreti da raggiungere non mancano: trovare i guerrieri, salvare Yui, sconfiggere il Qu-Dong, evocare Suzaku… Sono tutte missioni da portare a termine… ma perché? Qual è il vero scopo? Il grande problema dell’impero Hong-Nan sono davvero i suoi nemici? Se fosse così, perché dovrebbe interessarci visto che non abbiamo avuto modo di vedere nulla di quel mondo? Perché Miaka si impegna così tanto per questo regno? Per esprimere un desiderio che non è neanche suo, ma della madre?
Dalle tante domande che scrivo è chiaro che qualcosa non mi torna. Non riesco a capire quale sia il tema di Fushigi Yuugi e, di conseguenza, mi riesce difficile appassionarmi davvero a questa storia.
L’obiettivo personale di Miaka è sicuramente raccontato in maniera migliore anche se poco problematizzato. Appare chiaro che lei non sia realmente interessata a entrare in quella scuola e che lo faccia solo per accontentare la madre. Sarebbe bello vederla emanciparsi dalla volontà genitoriale per cercare la propria strada… per ora, salvo alcune scene, tutto ciò non è avvenuto… sono curiosa di vedere come sarà sviluppato questo aspetto (cosa che mi auguro).
Miaka: una protagonista giovane
Un altro aspetto che non mi ha permesso di entrare molto in sintonia con il manga è proprio la sua protagonista. Non trovo Miaka particolarmente simpatica. Qui però non si tratta di limiti di scrittura, ma miei.
Il personaggio è ben caratterizzato: è una ragazza di indole buona e generosa che ama mangiare (elemento che trovo molto divertente da leggere). Ha 15 anni e li dimostra in ogni cosa che fa. Nel modo in cui affronta le situazione e le emozioni c’è proprio quel misto di spontaneità, assolutezza e immaturità che ci si aspetta da una ragazza di quell’età. È perfettamente credibile, ma proprio per questo può anche non piacere.
Miaka porta con sé una una buona dose di comicità che rende la storia molto godibile. Il suo amore per Tamahome si sviluppa in maniera molto frettolosa, ma è assoluto. Proprio come lo sono i primi amori. Sono teneri da vedere insieme anche perché il loro legame non ha niente di morboso o di tossico.
Archi narrativi brevi ma avvincenti
Come la storia d’amore tra i due protagonisti, quasi tutte le storie di Fushigi Yuugi si sviluppano in maniera veloce e semplice. Il manga vive di archi narrativi brevi. Ognuno di essi è godibile e, a tratti, perfino avvincente. I colpi di scena e gli ostacoli sono ben calibrati e ti spingono a voler sapere che cosa succederà. Il ritmo narrativo vivace compensa la mancanza di profondità della storia e serve a rendere la lettura d’intrattenimento. Di conseguenza, per chi cerca un manga fantasy leggero e piuttosto classico, Fushigi Yuugi è l’ideale.
A rendere l’opera interessante sono anche i personaggi secondari. Partendo dagli antagonisti, troviamo sia il personaggio traumatizzato, Yui, che quello cattivo d’indole, Nakago. Questa doppia presenza rende sicuramente più complessa la narrazione e potrebbe portare a dei risvolti narrativi profondi.
Il rapporto di amicizia e rivalità tra Yui e Miaka ha grandi potenzialità per lo sviluppo di riflessioni sociali e politiche. Che Yui e Miaka diventino rivali per amore non ci stupisce: molte narrazioni vedono donne contrapporsi ad altre donne a causa di un comune interesse amoroso. Sono narrazioni che nei secoli hanno giocato un ruolo importante nell’impedire alle donne di solidarizzare tra loro e di creare dei rapporti di sorellanza.
A rompere il legame d’amicizia tra le due interviene anche l’esperienza traumatica di Yui e la sua convinzione che Miaka non sia davvero preoccupata del suo benessere. Questo a causa di alcuni malintesi, ma anche delle costruzioni sociali che danno molto più spazio al legame d’amore piuttosto che a quello d’amicizia. Sarà interessante vedere come Watase ha sviluppato il rapporto tra le due amiche/nemiche. Spero che si arrivi a una riconciliazione che sia d’esempio per le giovani lettrici… e non solo.
Nuriko
Tra i personaggi secondari positivi abbiamo i diversi guerrieri appartenenti alla costellazione di Suzako. Tutti loro hanno dei character design e dei tratti caratteriali distintivi. Le personalità di alcuni sono più approfondite di altre e questo contribuisce a renderli più interessanti agli occhi di chi legge. Spero che, nel tempo, tutti i guerrieri possano avere un loro spazio all’interno della narrazione. Mi rendo conto che potrebbe essere difficile visto il numero, ma mai dire mai.
Tra tutti i guerrieri di Suzaku bisogna assolutamente menzionare Nuriko. Che meraviglia! Non mi aspettavo di trovare un personaggio trans in un manga degli anni Novanta. Forse il mio stupore è solo frutto di scarsa conoscenza di titoli, ma comunque resta l’ammirazione per la rappresentazione che Watase ne fa. Sebbene nel manga venga detto che il sentirsi donna di Nuriko sia legato al suo amore per Hotohori (non è così però nella descrizione del personaggio presente nel terzo volume) e siano presenti delle battute che oggi verrebbero giustamente messe in discussione, la rappresentazione del personaggio è molto delicata e gentile. Inoltre, è bello leggere finalmente una storia in cui compaiono persone trans.
I disegni di Fushigi Yuugi
I disegni di Fushigi Yuughi sono bellissimi. Si tratta dell’aspetto che ho preferito in assoluto. È vero che su di me le tavole disegnate, inchiostrate e retinate a mano hanno un effetto calamita… però qui non riconoscere la maestria di Watanase sarebbe davvero impossibile. Lo stile della mangaka è facilmente riconoscibile per la continua tendenza ad annullare o ridimensionare la gabbia delle vignette. Molte tavole sono costruite attraverso la sovrapposizione di immagini, soprattutto quelle che vogliono raccontare l’intimità dei personaggi o momenti di particolare tensione. Anche lì dove ci sono delle pagine organizzate in maniera più tradizionale, ci sono comunque dei personaggi che si liberano dai contorni della vignetta per occupare più spazio. Sono quasi tutte tavole piene di elementi da gustare e da osservare. Questo rivela tanta attenzione per i dettagli e molta cura nel creare il disegno.
Non posso parlare di Fushigi Yuugi come di un colpo di fulmine. Che sia stato il manga letto subito dopo Yona non ha aiutato, sicuramente… ma ci sono alcune cose che ancora non mi convincono. Vediamo se con i prossimi volumi cambierò idea.
Federica Crisci
Il Prisma dell’amore
Netflix mi aveva segnalato l’arrivo di Il prisma dell’amore diverse settimane prima del 15 gennaio (data di uscita ufficiale). Leggendo che si trattava di un’opera anime originale, l’ho messo in lista senza informarmi più di tanto. I disegni non erano di quelli che mi colpiscono subito, però ero comunque incuriosita.
Ho guardato la prima puntata venerdì. Domenica sera ho avviato l’ultimo episodio. Complice un week-end domestico destinato al riposo, ho divorato 20 episodi in poco più di 48 ore. È stato chiaramente un anime avvincente e appassionante che avrei voglia di rivedere subito così da coglierne altre sfumature… e rivivere momenti molto emozionanti.
Un inno al disegno
Da persona che da qualche anno si diverte a disegnare, mi è piaciuto molto guardare un anime con protagonisti ragazzi e ragazze artistə. Qualche anno fa mi era capitato di vedere Blue Period… ma l’effetto è stato completamente diverso.
Lo stesso giorno in cui ho iniziato a guardare Il prisma dell’amore, mi ha scritto una mia ex studentessa, appassionata di anime e di disegno (bravissima, tra l’altro!), consigliandomi la visione e dicendomi che alla fine della storia aveva sentito una grandissima voglia di riprendere la matita e i pennelli in mano. Ho avuto la stessa identica sensazione. È proprio vero che l’arte, quando emoziona, non può fare altro che generare altra arte.
E in Il prisma dell’amore c’è tanta arte. Quasi tutti i titoli degli episodi giocano con le parole del campo semantico artistico, vediamo tanti luoghi iconici, si citano grandi opere (anche nostrane, come la Pietà di Michelangelo). L’idea di arte che la serie di Yōko Kamio vuole trasmettere è chiara: strappare alle difficoltà dell’esistenza un momento bello e/o emozionante per renderlo eterno. Le opere create servono a dare significato all’esistenza quando si vede il proprio mondo crollare. In un momento di grande sconforto (la fine del ballo di casa Church), la protagonista afferma:
Voglio disegnare.
Quale modo migliore per allontanare la tristezza e la delusione se non rifugiarsi nel rapimento che offre dedicarsi alla creazione di qualcosa? Anche per l’altro protagonista, Kit, il disegno è fondamentale per affrontare le difficoltà della guerra. Ancora prima gli aveva permesso di elaborare il lutto per la morte della madre.
Insomma, l’arte è la via di fuga dal mondo per poi ritornarci a vivere. Per me disegnare è esattamente questo: un modo per portare la mia mente a concentrarsi su qualcosa di pratico e allo stesso tempo bello prima di riconcentrare le energie e le forze nella routine quotidiana.
Arte e relazioni
L’arte è anche un modo per comprendere gli esseri umani che ci circondano. Le opere realizzate dai protagonisti della storia sono un ponte fra loro (e di conseguenza con noi che guardiamo). Per Lili e Kit, le linee della matita, del pennello e del pennino sono quelle che danno vita alla loro relazione. Un vero e proprio linguaggio d’amore. Anche questo è un messaggio molto potente: d’altra parte l’arte – nelle sue molteplici forme – è un prodotto emotivo umano che nasce per comunicare valori, idee, emozioni. Insegna, provoca, sconcerta, suggestiona. Tutto per permetterci di comprendere almeno in superficie che cosa significa essere umani.
Entrare in competizione con il talento
Lili ha sei mesi di tempo per dimostrare di essere la prima tra tuttə lə altrə allievə dell’accademia. Questa è la condizione posta dalla madre per acconsentire al viaggio di studio nel Regno Unito. Una richiesta che può sembrare assurda, ma che parte dalla constatazione assolutamente reale che nessuno ricorda mai il nome dei secondi classificati.
È così che Lili deve vedersela con Kit, un ragazzo silenzioso e misterioso che realizza quadri ipnotici qualsiasi sia il tema assegnato. Lili è da subito affascinata dal talento del giovane e, nonostante la gelosia e la frustrazione provata di fronte a quelle tele così perfette, passa diverso tempo a disegnare con lui. Questo la porta sia a conoscere Kit, scoprendone anche lati inaspettati, sia a migliorare il suo approccio al disegno trovando il proprio punto di vista sul mondo da disegnare.
Lili non si lascia schiacciare dal confronto con Kit. Non si lascia fermare dalla paura di avere a che fare con un talento. Al contrario, lascia che la bellezza dei quadri di Kit diventi il carburante attraverso il quale alimentare la propria creatività. Lo stesso non si può dire di Peter Anthony, uno dei ragazzi che studia insieme ai due protagonisti. Ad un certo punto, Peter si sente schiacciato dal talento di Kit e se la prende con quello che un tempo era suo amico accusandolo di avere tutto senza esserselo guadagnato. La reazione di Peter è comprensibile. In un mondo che si basa sulla competizione, che vive sul mito del talento, che premia solo chi riesce a emergere dalla massa, diventa difficile capire che bisognerebbe impegnarsi per il piacere che si trae dal fare piuttosto che per l’approvazione che potrebbe derivare da chi ci circonda.
A chi si lamenta delle proprie difficoltà nel farsi apprezzare dal pubblico, Kit risponde sempre chiedendo il perché si abbia a cuore così tanto l’opinione degli altri. Una domanda che può dar fastidio soprattutto se proveniente da chi, in modo apparentemente facile e senza fare sforzi, ottiene subito l’ammirazione delle persone. Il punto, però, è proprio questo. Kit non è bravo perché non s’interessa delle opinioni di chi guarda i suoi quadri. È bravo perché sin da piccolo ha disegnato con costanza tutti i giorni sentendo il bisogno di fissare momenti importanti della sua esistenza. L’arte è per lui una necessità personale, non un modo per essere ammirato.
Più che dannarsi per la mancanza di talento, bisognerebbe chiedersi qual è la motivazione che abbiamo per dedicarci a qualcosa. Sentiamo la necessità di farla? Proviamo emozioni importanti quando sentiamo di essere miglioratə? Vogliamo davvero impegnarci per riuscire meglio? Il punto di partenza deve essere sempre il nostro, non quello che sentiamo arrivarci dall’esterno (di cui manco possiamo essere così sicurə).
L’arte che dimostra come ci vedono le altre
Il disegno è ciò che fa nascere l’amicizia tra Lili e Catherine, inizialmente rappresentate come rivali in amore. Catherine chiede a Lili di dipingere un suo ritratto allo scopo di maltrattarla e di farle pagare l’umiliazione subita durante il ballo a casa Church. Nonostante gli avvertimenti di Dorothy, Lili non guarda con sospetto alla richiesta e si dedica con tutta sé stessa alla realizzazione del quadro: è intenzionata a farne il suo capolavoro. Attraverso il suo disegno vuole esaltare la bellezza e l’eleganza che vede nella sua modella e così finisce per ritrarla sorridente. Catherine rimane senza parole proprio come quando Lili le chiede quali siano le sue passioni.
Sentirsi vista per la prima volta per ciò che è e non per ciò che ci si aspetta da lei porta Catherine a rivalutare completamente Lili e a scegliere di averla come amica. Il legame d’amicizia che si sviluppa tra loro due è uno dei motivi per cui varrebbe la pena guardare la serie.
Emancipazione femminile
Il personaggio di Catherine è interessante perché ci racconta una storia di emancipazione femminile piuttosto classica, ma non per questo meno potente. La giovane viene allevata sin da piccola con la prospettiva di diventare la moglie di Kit e madre dei futuri eredi casa Church. Viene incoraggiata a comportarsi come una signora rispettabile piuttosto che a seguire le sue passioni. Non nutrendo particolare interesse nei confronti di Kit, Catherine accetta la volontà dei suoi genitori nutrendo solo un desiderio: indossare l’abito argentato con i gigli ricamati sopra un tempo appartenuto alla madre di Kit.
Grazie all’incontro con Lili, Catherine si rende conto di nutrire una passione molto forte per la moda e di avere il diritto (ma anche il dovere) di coltivarla anche a scapito della sua reputazione come signora. Catherine decide così di rinunciare al matrimonio, di diventare una stilista e di aprire una sua attività.
La storia di Catherine è molto utile per ricordare alle donne di non esistere per essere ingabbiate all’interno di ruoli sociali prestabiliti, ma per ciò che desiderano per se stesse. Da questo punto di vista, la vicenda di Catherine è molto più forte rispetto a quella di Lili che appare sempre molto legata a quella di Kit.
Kit e Lili
Non si può dire nulla alla storia d’amore tra Lili e Kit. È tenera. È emozionante. È sana. Ed è ciò che ti spinge al binge watching.
Il fatto che la storia tra i due si sviluppi lentamente e tra mille difficoltà non fa che aumentare la suspense. Era da tempo che non guardavo un anime romantico con uno sviluppo così lento. E devo ammettere che mi era mancato.
Ambientazione storica
Ho amato molto anche l’ambientazione storica. Il modo in cui l’arrivo della Prima Guerra Mondiale sconvolge la vita dei protagonisti e le loro relazioni è realistico ed è reso in maniera molto credibile da Yōko Kamio. La scelta di avere degli episodi in bianco e nero per raccontare il dopoguerra è il modo migliore per rendere l’emotività traumatizzata dei personaggi dietro i quali c’è un’intera generazione.
Da un punto di vista sociale, è interessante assistere all’incontro tra la cultura giapponese e quella occidentale/inglese. Le battute che Dorothy fa a Lili sui samurai e i ninja (confondendo le due cose) raccontano in modo semplice e divertente i luoghi comuni che spesso costituiscono l’unica immagine che abbiamo di Paesi lontani dal nostro. Sono immagini stereotipate e unidimensionali che provengono da punti di vista parziali considerati verità assolute. E che si rivelano sempre fallimentari.
Il prisma dell’amore è un titolo da vedere
Vedere Il prisma dell’amore è stato un ottimo modo per inaugurare il 2026. La storia è dolce, avvincente, ricca di momenti emozionanti e di temi di cui vale la pena discutere. So di essere di parte perché nell’anime ci sono tante cose che amo molto, nella finzione ma anche nella realtà. Ma credo che dare un’occhiata a questo anime potrebbe essere una bella esperienza per tuttə.
Federica Crisci
Le immagini contenute in questa recensione sono riprodotte in osservanza dell’articolo 70, comma 1, Legge 22 aprile 1941 n. 633 sulla Protezione del diritto d’autore e di altri diritti connessi al suo esercizio. Si tratta, infatti, di «riassunto, […] citazione o […] riproduzione di brani o di parti di opera […]» utilizzati «per uso di critica o di discussione», nonché per mere finalità illustrative e per fini non commerciali. La presenza in Anime a Merenda non costituisce «concorrenza all’utilizzazione economica dell’opera».
Sugar Apple Fairy Tale: una storia tenera
Ancora una volta ho premuto “Play” solo e unicamente perché attratta dal character design dei personaggi. Non sapevo assolutamente nulla su Sugar Apple Fairy Tale. Immaginavo fosse un fantasy e che avesse all’interno una storia d’amore, ma non avevo idea della trama né da dove fosse tratto (manga o light novel). L’avevo inserito nella lista degli anime da vedere perché trovavo molto affascinante lui (Chall Fen Chall). Ho iniziato a vederlo un sabato mattina e il lunedì sera avevo finito i 24 episodi disponibili: l’ho divorato perché mi è piaciuto tanto. Sono rimasta alquanto amareggiata nello scoprire che non sono state annunciate altre stagioni e che sono disponibili in inglese solo 9 dei 20 romanzi della serie pubblicati in Giappone (la storia in patria è conclusa).
Vi confesso che avrei tanta voglia di leggere come continua la storia, ma ho un po’ paura di rimanere ferma senza conoscere la conclusione, un po’ come è avvenuto per 7th Time Loop di cui sto ancora aspettando l’uscita del volume 7. Mentre decido cosa fare, vi parlo un po’ dell’anime e del perché, secondo me, merita una possibilità.
Una fiaba zuccherina
Il titolo lo dice chiaramente: Sugar Apple Fairy Tale è una fiaba. Non di quelle crude e ricche di elementi violenti come sono le fiabe della tradizione, ma di quelle disneyane. Qualcunə potrà storcere un po’ il naso davanti a quest’affermazione, ma permettetemi di dire che dovreste concedere a questo anime il beneficio del dubbio. È una storia pensata per un pubblico giovane, molto… è zuccherina e affronta argomenti importanti in maniera leggera. Alle volte pecca di mancanza di coraggio e di profondità, ma questo non significa che non sia godibile. Per me lo è stato tanto grazie a un mix di fattori ben amalgamati tra loro.
Ho apprezzato i protagonisti, la loro storia d’amore, il modo in cui crescono nel corso delle varie avventure… e poi mi è piaciuto molto il mondo narrativo all’interno del quale si muovono di cui fanno parte esseri umani e fate. Tra le due stirpi non è mai corso buon sangue: dopo una sanguinosa guerra vinta dagli esseri umani, la maggior parte delle fate sono state asservite ai vincitori tramite il controllo di una delle loro ali. Il regno si basa sulla disuguaglianza e sullo sfruttamento di un popolo ritenuto inferiore perché diverso. L’ostilità tra fate e esseri umani (destinata probabilmente a degenerare), non impedisce a quest’ultimi di coltivare l’arte delle caramelle di zucchero argentato. Questo alimento è in grado di allungare la vita delle fate ma viene lavorato solo da artigiani umani specializzati che trattano il mestiere come una vera e propria arte. Tra loro c’è anche Anne, la giovanissima protagonista di Sugar Apple Fairy Tale.
Una giovane decisa a realizzarsi professionalmente
Anne si appassiona alla lavorazione dello zucchero argentato grazie a sua madre, una delle poche Maestre artigiane del regno. Una volta rimasta orfana, la giovane decide di provare a conquistare lo stesso riconoscimento ottenuto dalla madre. A questo scopo, si avvia verso la capitale del regno e compra una fata guerriera per proteggersi lungo la via. È così che conosce Chall, una fata tanto bella quanto scontrosa e diffidente (a ragione) verso gli esseri umani. Anne non ha pregiudizi nei confronti delle fate e non fatica a trattarle come sue pari. Desidera diventare loro amica e non esita a esporsi per difenderle. Grazie a queste sue idee, restituisce la libertà a Chall che decide volontariamente di rimanerle accanto durante il suo percorso di formazione professionale. Percorso al quale Anne tiene tantissimo.
Ho apprezzato molto vedere in questa serie una protagonista così dedita al proprio lavoro. Animata dal desiderio di suscitare emozioni forti nei suoi committenti, Anne dedica tutta sé stessa alla creazione delle caramelle. È una vera e propria artista: cerca l’ispirazione e, una volta trovata, ci si immerge completamente fino al completamento dell’opera. Pur essendo portata per questo mestiere, Anne non pecca mai di presunzione e impara volentieri da chi ha più esperienza di lei pur mantenendo integri i suoi valori e le proprie convinzioni.
L’eroina di questa storia ha una forte motivazione a realizzarsi professionalmente. Al di là del legame sentimentale che intreccia, Anne non rinuncia mai al suo sogno. Un bellissimo messaggio, soprattutto per le giovani telespettatrici.
Un lavoro da cui escludere le donne…
Grazie alla sua caparbietà, Anne riesce a imporsi in un mondo professionale dove predomina il maschile. Gli artigiani dello zucchero argentato, infatti, sono quasi tutti uomini.
Nel regno è anche diffusa una leggenda che attribuisce a una donna la responsabilità della guerra tra fate ed esseri umani. Secondo questo racconto, diffuso dalla religione di stato, Dio avrebbe assegnato il mondo agli esseri umani, ma una donna, innamorandosi del Re delle Fate, mise in pericolo l’ordine costituto. Fu solo grazie al re Cedric che la volontà di Dio poté tornare a essere rispettata. Niente di tutto questo è vero eppure queste bugie sono bastate per impedire alle donne la possibilità di diventare Maestre dello zucchero argentato.
Il tema della discriminazione di genere è sicuramente affascinante anche per le reminiscenze bibliche che porta con sé. Peccato che sia affrontato in maniera superficiale. Anne non incontra delle vere e proprie difficoltà nel suo percorso di affermazione professionale per l’essere donna. I maestri già affermati non si dimostrano sessisti nei suoi confronti anzi, sono sempre ben disposti ad aiutarla e a darle l’opportunità che merita. Se l’essere donna avesse comportato una difficoltà in più per Anne nell’affermare la sua professionalità, l’opera ne avrebbe sicuramente giovato sia dal punto di vista narrativo che etico-morale.
Una storia d’amore che accompagna, non frena
Sugar Apple Fairy Tale è anche una storia d’amore. È innegabile. Le scene tra Anne e Chall sono costruite per mantenere vivo l’interesse puntata dopo puntata. Inoltre, il loro legame serve a contraddire la visione del regno che vede esseri umani e fate su due piani completamente diversi e destinati a non incontrarsi se non su un campo di battaglia. In altre parole, l’amore tra i due protagonisti non è altro che la risposta a come convivere pacificamente con tutto quello che ci circonda indipendentemente da quanto sia distante da noi.
La relazione tra Anne e Chall è squisitamente romantica nel senso più… romantico del termine. È anche una relazione molto sana in cui entrambi sono liberi di scegliere cosa fare e a cosa dedicare attenzione. L’affetto provato per Chall non impedisce a Anne di realizzarsi professionalmente né la distoglie dal suo obiettivo principale: diventare una Maestra dello zucchero argentato e dedicarsi al suo lavoro. Chall non pretende mai di essere la priorità di Anne. Al contrario, è disposto a tutto pur di permetterle di realizzare il suo sogno anche se ciò dovesse significare perderla.
Un rapporto così zuccheroso si addice al carattere fiabesco della storia, ma sono comunque sorpresa dei tanti aspetti positivi relazionali che vengono mostrati.
Un anime che poteva dire di più… o l’ha fatto?
L‘arco finale dell’anime vede Chall e Anne confrontarsi con Laffale Fen Lafalle, “fratello” di Chall. La fata, autoproclamatasi nuovo Re delle Fate, cerca di radunare abbastanza seguaci per muovere guerra contro gli esseri umani e liberare così la sua stirpe dalla schiavitù. Un intento che potrebbe sembrare nobile e giusto se non fosse portato avanti da una persona animata da un forte odio nei confronti tanto degli esseri umani quanto delle fate. Ecco che, quindi, la lotta per ottenere la libertà si macchia di ombre che non fanno presagire nulla di buono. Sostituire un sistema di potere con uno che parte dagli stessi principi pur avendo un volto diverso non può essere la soluzione. Questo non significa rassegnarsi all’ordine costituito, ma cercare risposte che siano diverse e veramente migliori e rispettose.
Sugar Apple Fairy Tale non arriva a raccontarci tanto. Almeno non l’anime fin dove è arrivato. Non ho idea di che cosa succeda nei libri e se la questione venga affrontata in maniera più profonda e complessa. È una delle curiosità che mi spingerebbe a leggere i romanzi… anche se probabilmente non avrò risposta per molti anni ancora a meno che non impari il giapponese in maniera molto rapida e competente.
Lo sguardo che dà la vita
Un altro aspetto che ho amato tantissimo della storia di Sugar Apple Fairy Tale è il modo in cui le fate vengono al mondo. Ognunə di loro è racchiuso in potenza dentro un elemento naturale e ha l’opportunità di nascere nel momento in cui si posa su di loro lo sguardo di un essere vivente.
È pura poesia.
Non esistiamo da solə. Siamo parte di un mondo in cui convivono tante specie, tante storie, tante molteplicità. Eppure siamo connessi, anche attraverso le nostre differenze. E lo sguardo è un modo per entrare in contatto, per riconoscersi, per trasmettersi vicinanza.
Una bella storia per passare il week-end
Nonostante alcuni temi siano trattati in maniera approssimativa, credo che Sugar Apple Fairy Tale meriti davvero una possibilità, soprattutto se si è in un momento in cui si cerca dolcezza. I disegni sono carini e pastellosi, adatti all’atmosfera fiabesca che vogliono raccontare. Non è tra le opere più originali o avvincenti che ci possano essere, ma intrattiene regalando qualche suggestione che, se ben ponderata, può portare a riflettere su problemi tanto attuali quanto importanti.
Federica Crisci
Le immagini contenute in questa recensione sono riprodotte in osservanza dell’articolo 70, comma 1, Legge 22 aprile 1941 n. 633 sulla Protezione del diritto d’autore e di altri diritti connessi al suo esercizio. Si tratta, infatti, di «riassunto, […] citazione o […] riproduzione di brani o di parti di opera […]» utilizzati «per uso di critica o di discussione», nonché per mere finalità illustrative e per fini non commerciali. La presenza in Anime a Merenda non costituisce «concorrenza all’utilizzazione economica dell’opera».
Tougen Anki: anime con character maschili belli ma…
Il giorno dell’Epifania ho finalmente terminato di vedere Tougen Anki, l’anime adattato dal manga di Yura Urushibara e disponibile su Netflix. Avevo iniziato a guardarlo poco dopo essere tornata dal Giappone, a inizio settembre. In uno dei tanti Animate di Tokyo, mi era caduto l’occhio sui gadget dedicati ai personaggi e li avevo trovati molto fighi. L’amico che mi accompagnava, che vive a Tokyo da diversi anni, mi ha raccontato in sintesi la trama. Mi ha parlato di questa lotta tra Oni (demoni) e l’organizzazione umana decisa a sterminarli (la Momotaro) e della scuola in cui Shiki – il protagonista – si rifugia per imparare a usare il suo sangue in maniera corretta e non cadere preda dell’euforia che spesso lo accompagna. La trama mi sembrava abbastanza carina e il professore – Mudano -, ricordandomi tanto Levi di Attack on Titan, mi intrigava tantissimo…
Così di ritorno a casa ho iniziato a guardare gli episodi disponibili. Ne ho visti alcuni. Mi sono fermata per un po’. Un giorno l’ho ripreso e ho guardato solo una parte di un episodio. Infine, durante le vacanze di Natale ho ultimato la visione. Da questa visione a intermittenza potreste pensare che non mi abbia colpita più di tanto… però non mi sentirei di darvi ragione in pieno. In effetti, trovo difficile dire con sicurezza se Tougen Anki mi sia piaciuto o meno. Ci sono degli aspetti che ho apprezzato, altri che mi hanno infastidita molto, altri ancora che sono classici del battle shonen ma che mi annoiano… Ma andiamo con ordine.
Un battle shonen con tutti gli elementi caratteristici
Molti episodi di Tougen Anki sono incentrati sulle battaglie tra Oni e Momotaro durante le quali le tecniche dei contendenti diventano le vere protagoniste. Devo dire che gli scontri mi annoiano. Mi è successo anche con Jujutsu Kaisen e con alcune puntate di Naruto. Non trovo particolarmente interessante vedere persone che si combattono a meno che non si tratti della battaglia finale o di un momenti di crescita personale ed emotiva dei personaggi. Di conseguenza, ci sono state delle puntate che ho seguito con meno attenzione proprio perché non mi importava più di tanto chi stesse ammazzando chi.
Nonostante questo, l’uso del sangue come arma degli Oni mi piace molto. Visivamente è di grande impatto. La presenza del sangue addosso ai protagonisti e nell’ambiente circostante colpisce per la sua carica viscerale, richiamando una violenza primordiale e istintiva. È uno degli elementi per me più interessanti della serie.
I personaggi di Tougen Anki
I character design dei personaggi maschili sono bellissimi. Non ho altro modo per descriverli. Li trovo tutti molto intriganti e sexy. I character femminili, invece, costituiscono per me il problema più grande di Tougen Anki. Se qualcunə mi dicesse che si è rifiutato di vedere l’anime per come sono rappresentate le donne, lo capirei perfettamente anzi lə darei ragione. Nel 2025 vedere quei seni così sproporzionati e quegli abiti così poco adatti a un campo di battaglia è davvero di cattivo gusto. Inoltre, i personaggi femminili sono scritti proprio male. Byobugaura con il suo complesso di inferiorità è insopportabile e dispiace davvero tanto vederla comparire di tanto in tanto solo per scusarsi della sua inutilità. Sembrerebbe anche nascondere un passato traumatico che potrebbe aggiungere profondità alla trama. Però, fino ad ora, è tutto solo lasciato intuire. Spero che le venga data più giustizia in futuro.
Va però riconosciuto che neanche i protagonisti maschili brillano per le personalità. Shiki è il classico protagonista tutto istinto, bontà e poco cervello (Yodogawa lo dice apertamente negli episodi finali) destinato a compiere imprese eroiche grazie a un potere straordinario che gli è dato in sorte e che probabilmente imparerà a usare in nome di ideali alti e positivi. Kougasaki è leggermente più interessante per il percorso di crescita che affronta nell’arco finale della stagione. Rokuro Kiriyama è l’oni del gruppo che mi è piaciuto di più per il suo passato anche se poi si perde completamente nel corso della storia. Gli altri due ragazzi sono poco più che macchiette. Anche il professore nel suo essere di poche parole e molto burbero non è poi così originale. Però funziona sicuramente meglio di tanti altri personaggi.
I Momotaro
I Momotaro rappresentano gli antagonisti cattivi nel senso più vero dell’aggettivo. Sono senza scrupoli, sadici e del tutto disinteressati ad ascoltare le ragioni di quelli che considerano nemici naturali. Alcuni personaggi sono veramente odiosi e ti portano a desiderarne la fine. Tougen Anki conferma la tendenza iniziata da Jujutsu Kaisen che vede il ritorno degli antagonisti piatti, ovvero quelli che si divertono a fare del male senza avere alle spalle chissà quali motivazioni.
Shinya è tra i personaggi più detestabili che io abbia mai visto. Non sono riuscita ad apprezzarlo neanche una volta raccontato il complesso d’inferiorità provato nei confronti degli altri Momotaro nati con poteri di gran lunga superiori ai suoi. Tuttavia, questa parte l’ho trovata molto interessante perché solleva un grande dilemma sociale e culturale: in un mondo che celebra i talenti ed è disposto a mettere in luce solo i cosiddetti geni, che cosa dovrebbero fare le persone comuni per potersi sentire ugualmente apprezzate? Chiaramente non quello che fa Shinya, ma al di là della responsabilità del singolo è chiaro che il problema nasce anche dal vivere in una realtà che dà valore solo alla straordinarietà piuttosto che all’ordinarietà.
Le interazioni tra i personaggi
Nonostante i personaggi non siano particolarmente interessanti, alcune interazioni tra loro funzionano molto, soprattutto a livello comico. Devo ammettere che il rapporto tra Kuina e Rokuro mi ha fatto molto ridere. La battuta dei compagni di classe quando Rokuro racconta di sentire una presenza che lo segue sempre è tra le più divertenti che io mi ricordi. Mi fanno ridere anche alcuni scambi tra i compagni di classe.
Il rapporto d’amicizia tra Mikado e Shiki è molto carino. Al di là delle vibes omoerotiche, penso che sia stata una svolta importante per la storia. Fa molto ridere che i due si considerino amici per la pelle dopo aver passato appena poche ore insieme… però sono molto teneri tra di loro.
Combattere per farsi ascoltare
Il discorso che Mudano fa a Shinki a proposito dell’importanza di combattere per potersi sedere al tavolo delle trattative con i Momotaro mi ha colpita tanto. Tougen Anki vede tutti i protagonisti impegnati a cercare di essere più forti. Le persone deboli e incapaci di combattere sono destinate a farsi schiacciare. È un discorso già visto e sentito in tanti altri anime shonen… però qui si colora di altre sfumature. La forza è l’unico modo per mostrarsi a coloro dai quali si viene disprezzati. L’unico linguaggio che persone mediocri e spietate capiscono. Essere tanto forti diventa l’unico modo per cercare di sopravvivere e di convincere chi non ti vuole vedere a guardarti. È un messaggio interessante che dimostra quanto il dialogo sia prezioso, ma spesso difficile da ottenere se una delle due parti si sente così superiore da non voler concedere nulla all’avversario. È una roba che vediamo nel mondo in cui viviamo. Purtroppo.
Tougen Anki – stagione 2
La stagione 2 di Tougen Anki è confermata.
La guarderò sicuramente… sarei pure intrigata dal leggere i manga per vedere i disegni e le tavole… ma ho paura di perdere interesse molto facilmente. Vedremo nel corso dei mesi come si mettono le cose. In ogni caso, Tougen Anki va bene come anime da guardare con leggerezza e senza pretese. Se però facessero dei personaggi femminili sensati, sarebbe molto meglio.
Concludo l’articolo con l’opening della prima parte della stagione, altro elemento che reputo vincente della serie.
Federica Crisci
Gli anime a merenda edizione 2026
Eccoci! Siamo arrivatə nel 2026.
Quest’anno non ho ancora scritto la lista dei buoni propositi. Ho un motivo: piuttosto che focalizzarmi sui risultati da raggiungere, vorrei prestare attenzione al percorso che costruisco giorno dopo giorno. Dopo tanti anni mi sono resa conto che i miei obiettivi tendono a essere delle immagini idealizzate che invece di motivarmi finiscono per imprigionarmi. Al loro raggiungimento è legato il mio senso di autoefficacia e il valore che do alla mia persona. Non trovo più giusto applicare questa visione capitalistica alla vita. Preferisco piuttosto cercare di godermi il viaggio che si costruisce giorno dopo giorno cercando di dare spazio a ciò che mi piace e che mi fa star bene. Ho dei progetti e delle idee… ma non intendo prefissarmi nulla in maniera rigida.
Ho però stilato una lista degli anime che non vedo l’ora di vedere nel 2026. Alcuni sono anime in uscita mentre altri sono anime vecchi che ho intenzione di recuperare. Anche qui, se non dovessi riuscire a vederli tutti (come mi è successo nel 2025), non sarà un problema. Ho creato questo elenco pensando alle storie che mi incuriosiscono e dai cui vorrei tanto farmi attraversare.
Anime 2026: le uscite imperdibili
Jujutsu Kaisen
Domani ci sarà il grande ritorno di Jujutsu Kaisen. Onestamente, non sto fremendo d’impazienza perché l’arco narrativo delle colonie per me ha segnato il declino della narrazione di uno dei manga che ho amato di più in assoluto. Quella è stata una delle parti che mi ha spinta ad abbandonare la lettura del manga per tanto tempo prima di riprendere per seguire in diretta l’arco finale (che mi è piaciuto fino a un certo punto… ma questo è tema per un altro articolo). D’altra parte, penso che l’animazione della Mappa possa essere l’unico modo per rivalutare almeno un po’ questo arco. Spero che con la visione mi si chiariscano dei punti rimasti oscuri e di non annoiarmi come mi è successo durante la lettura. Ho visto l’anteprima al cinema lo scorso dicembre e devo ammettere che mi è piaciuta molto. Ho anche pensato che Gege ci ha fatto davvero un grandissimo torto a rovinare una storia con quei temi e quei personaggi. Però… avrà avuto le sue motivazioni.
Anyway, I’m falling in love with you
L’8 gennaio inizierà anche la seconda stagione di Anyway, I’m falling in love with you. Ho visto i primi episodi nelle ultime settimane del 2025 e devo ammettere che mi incuriosisce assistere ai successivi sviluppi della storia. Mi piace l’alternanza tra passato e presente e vedere raccontata nel mondo anime l’esperienza del Covid. Lo dico… io faccio il tifo per Shin. Kizuki non mi piace.
In the Clear Moonlit Dusk
Un’altra delle uscite attese per gennaio 2026 è In the Clear Moonlit Dusk di cui so veramente poco anche se quel po’ è bastato a convincermi ad acquistare il manga e a vedere la serie. Credo che inizierò a vedere l’anime dopo aver letto il primo volume… però è uno di quelli che mi incuriosisce di più.
Frieren
Non ho visto la prima stagione di Frieren. Vorrei farlo così da recuperare in corsa la seconda stagione e capire se è il tipo di anime che può piacermi. Vista la fama e i racconti di persone vicine, sembra essere uno di quei racconti che meritano davvero di essere guardati. Però… fin quando non provo in prima persona…
Altri titoli che ho in lista
Ho in lista anche titoli di cui non conosco assolutamente nulla ma che ho selezionato perché sono rimasta colpita dai disegni. Tra questi c’è Hell’s Paradise, My Status as an Assassin Obviously Exceeds the Hero’s, Sugar Apple Fairy Tale, My Dress-Up Darling, Hana-Kimi, Witch Hat Atelier… e tanti altri ne potrei nominare. Vediamo quando sarà il momento opportuno.
Gli anime da recuperare nel 2026
Anche all’inizio del 2025 avevo fatto una lista degli anime che avevo intenzione di guardare.
Dei 10 titoli scritti, sono rimasti fuori solo Fullmetal Alchemist: Brotherhood, DanDaDan e Re:Zero. Sono anime che mi piacerebbe guardare e che mi propongo di recuperare quest’anno. Di Fullmetal Alchemist: Brotherhood mi piacerebbe anche leggere il manga visto che è uno shonen scritto da una donna ed è considerato un classico.
I rewatch
A me piace riguardare le cose. Lo faccio sin da quando sono piccola e ancora oggi trovo entusiasmante l’idea di rivedere serie, film, anime o di rileggere libri/manga a distanza di tempo per vedere che effetto mi fa.
Tra i tanti anime che vorrei riuscire a riguardare c’è sicuramente Attack on Titan. L’anno scorso ho rivisto al cinema sia i primissimi episodi che il film finale. Inoltre, sono stata nella città natale di Isayama e ho avuto modo di guardare da vicino alcune tavole originali del manga (che io non trovo affatto così brutto). La storia di Attack on Titan è ricca di personaggi d’impatto, di dilemmi morali, di momenti assolutamente indimenticabili. E poi è l’anime che mi ha spinta ad appassionarmi a questo mondo da adulta. Mi manca seguirne di nuovo la storia dall’inizio alla fine…
Mi piacerebbe tanto anche rivedere 86 – Eighty-Six. Un anime distopico che mi ha tenuta con il fiato sospeso fino all’ultimissimo episodio prodotto. Sfortunatamente non è completo, ecco perché ho acquistato il terzo libro tradotto così da poter sapere come andrà avanti la storia.
Troverò il modo di rivedere anche The Apothecary Diaries. Non so se sarà prima dell’uscita della nuova stagione (ahimé prevista per l’autunno) o prima… ma so che ci sarà. D’altra parte, la storia di Maomao rappresenta per me una coccola di cui non voglio assolutamente privarmi.
Buon 2026…
E con questi titoli, credo che la mia lista possa dirsi già bella completa. Se ne aggiungeranno tanti altri nel corso di questi mesi. Vi terrò aggiornatə!
Federica Crisci
Le immagini contenute in questa recensione sono riprodotte in osservanza dell’articolo 70, comma 1, Legge 22 aprile 1941 n. 633 sulla Protezione del diritto d’autore e di altri diritti connessi al suo esercizio. Si tratta, infatti, di «riassunto, […] citazione o […] riproduzione di brani o di parti di opera […]» utilizzati «per uso di critica o di discussione», nonché per mere finalità illustrative e per fini non commerciali. La presenza in Anime a Merenda non costituisce «concorrenza all’utilizzazione economica dell’opera».
2025: tra manga a colazione e anime a merenda
Mancano pochissime ore alla conclusione del 2025. Ciò significa che è tempo di bilanci.
Da diversi giorni ragiono su che anno sia stato per me il 2025. Mi è capitato di rievocare momenti particolarmente significativi, di guardare i disegni realizzati nel corso dei mesi passati, di riflettere su ciò che mi ha dato soddisfazione e sulle situazioni difficili da gestire, sulle relazioni, sul mio modo (ahimè poco efficace) di gestire il tempo… E ovviamente ho pensato ai tanti anime guardati e ai manga letti quest’anno. D’altra parte, sono stati dei compagni di avventura. Mi hanno distratta, intrattenuta, commossa, spinta a ragionare, fatto ridere… li considero parte integrante del mio 2025 in quanto storie in grado di accendere la mia fantasia e coccolarmi emotivamente. Rappresentano uno stimolo utile a migliorare il mio lavoro di insegnante. E me stessa. Manga e anime sono per me un ponte con il mondo. Grazie a letture e visioni ho intavolato tante discussioni con persone amiche e con i giapponesi stessi (nei limiti linguistici) durante lo splendido viaggio di un mese che mi sono concessa quest’estate. Anime e manga sono un ponte
Elencare tutti gli anime guardati e i manga letti nel corso del 2025 è piuttosto complicato. Ho deciso, quindi, di ripercorrere quest’anno partendo dai primissimi articoli comparsi su questo sito, articoli dedicati agli anime in uscita nel 2025 che non volevo perdere e ai recuperi che avevo intenzione di fare.
Gli anime in uscita nel 2025 che non vedevo l’ora di guardare
Era gennaio e aspettavo con trepidazione l’uscita della seconda stagione di The apothecary diaries. Che dire? L’ho vista, l’ho rivista e probabilmente non finirà il 2026 senza che io la riveda ancora. È stato un anime acclamatissimo, con un’animazione che funziona e una storia sempre in grado di catturare l’attenzione. Questa nuova serie è stata bella soprattutto per la crescita emotiva di Maomao. Che una simile maturazione avvenga grazie all’amicizia con Loulan e Xiaolan è un punto di forza della storia dato che narrazioni focalizzate sui legami di amicizia femminili sono ancora troppo poche. Non si possono non menzionare anche i siparietti con Jinshi: sono indubbiamente divertenti e giocano bene con le aspettative dei fan.
Per la terza stagione di SpyxFamily ho dovuto aspettare fino allo scorso novembre, ma ne è valsa la pena. Che bella che è! L’episodio incentrato sul passato di Loid è tra i punti più alti dell’intero anime e guardarlo alla luce della situazione internazionale attuale è stato emotivamente significativo. Inoltre, si conferma come l’anime più adatto a farmi ridere di gusto anche quando sono di cattivo umore.
Ho trovato meno entusiasmanti Il mio matrimonio felice 2 e il film di Lady Oscar. Nel primo caso ho sofferto molto il personaggio di Miyo soprattutto nella prima parte della stagione in cui sembrava essere completamente scomparsa quella forza acquisita con tanta fatica negli ultimi episodi della prima serie. Anche qui, però, pollici in alto per la gestione dei legami femminili. Jinnouchi e Miyo sono rivali in amore eppure instaurano tra loro un legame di fiducia e comprensione. Una lezione splendida da contrapporre alla società che ci insegna a prendercela con le altre donne soprattutto quando ci sono questioni amorose in ballo.
Guardare il film di Lady Oscar è stato strano. Da una parte ero felicissima di rivedere i personaggi della mia adolescenza in una veste animata nuova e bellissima. Dall’altra, sono stata completamente spiazzata dalla sintesi, dai tagli e dalle variazioni della storia. In effetti, per una che conosce a memoria la serie originale e ha divorato i volumi di Ikeda, non c’è da stupirsi di simile sconcerto. Mi sono ripromessa di guardarlo di nuovo: magari superato l’impatto iniziale, me lo gusterò di più (con K-Pop Demon Hunters è successo).
Il castello dell’Infinito, la prima parte dell’arco finale di Demon Slayer, ha un posto speciale nel mio 2025 perché l’ho visto durante il mio lungo (e bellissimo) viaggio in Giappone. Non ho capito quasi nulla di quello che si dicevano, ma ho avuto modo di godermi al 100% l’animazione che, diciamolo, è davvero impressionante. Ovviamente, sono andata al cinema quando è arrivato in Italia così da poter recuperare i dialoghi. La storia di Demon Slayer, avendo una struttura classica, funziona. Non è tra i miei anime preferiti perché lo trovo scontato e molto semplice a livello tematico. Però ammetto che è un ottimo intrattenimento.
Gli anime recuperati nel 2025
Sono molto soddisfatta di me: dei 10 titoli presenti nell’articolo scritto all’inizio dell’anno scorso, solo tre anime non sono riusciti a fare parte delle mie merende, DanDaDan, Fullmetal Alchemist: Brotherhood e Re:Zero. Ci riproverò nel 2026.
Parlando invece dei titoli recuperati, non c’è dubbio che tra i più apprezzati ci sia 7th Time Loop. La storia mi ha completamente rapita come la sua protagonista. Ho divorato i romanzi e non vedo l’ora che esca il volume 7 così da poter sapere che cosa succede. Dei volumi manga pubblicati adoro i disegni di Hinoki Kino. Non ho ancora avuto modo di leggerli tutti, ma non mancherà occasione.
Ho guardato Fruits Basket lo scorso inverno, nella settimana passata a casa con l’influenza. Mi è piaciuto veramente tanto. Ho amato molto i temi, le animazioni, la mitologia creata per la storia e le relazioni tra i personaggi. Vorrei tanto rivederlo anche per scrivere qualcosa in merito. Lo stesso vorrei fare anche per Given che ho divorato lo scorso giugno e ho apprezzato davvero tanto.
Di Sword Art Online ho visto completamente solo la prima stagione. La seconda ha iniziato ad annoiarmi a metà e ho preferito lasciar perdere. Credo che la forza di quella storia stia nel mostrare la capacità di adattamento degli esseri umani a qualsiasi circostanza (tant’è che i giocatori iniziano a vivere nel mondo fittizio come se fosse la realtà) e nel ribadire l’importanza dei legami per farci sentire a casa. Tutto questo arriva nel primo arco narrativo. Il resto è una noiosa ripetizione.
Sono riuscita a terminare Classroom of the Elite, ma devo ammettere che ci sono state delle puntate che mi hanno annoiata tant’è che non sto fremendo nell’attesa di una nuova stagione, né ho sentito particolarmente l’esigenza di leggere i romanzi.
Solo Leveling è animato benissimo, ma paga lo scotto di essere pensato per un pubblico che vuole vedere solo scontri. Questo per me è abbastanza evidente nella seconda stagione: tutti gli aspetti che potevano risultare interessanti e tematicamente di rilevo sono andati completamente persi a favore di una dinamica piuttosto ripetitiva che vede Jinwoo ormai privo di veri rivali e intento a mostrare la sua onnipotenza.
Su Evangelion non mi pronuncio perché mi mancano gli ultimi episodi e il film… dico solo che capisco perché sia diventato un grande classico.
Altri titoli che vale la pena menzionare
Tra i tanti anime visti quest’anno, Kaiju n.8 (prima e seconda stagione) ha sicuramente un posto speciale perché è l’anime che guardavo in Giappone la sera una volta tornata in albergo. Devo ammettere che anche qui siamo in presenza di un battle shonen piuttosto classico ma ho particolarmente apprezzato il fatto che Kafka sia un adulto. Come ha detto mia sorella, il protagonista di Kaiju ci ricorda che non è mai troppo tardi per provare a realizzare i propri sogni. E poi, devo ammettere che ho attraversato diversi scenari nipponici canticchiando a bassa voce Abyss con cui sono andata in fissa.
Anche The Fragrant Flower Blooms With Dignity mi ricorda il viaggio in Giappone, ma non l’ho ancora terminato. Devo provvedere nelle prime settimane del prossimo anno, magari leggendo anche il manga di cui ho già acquistato i primi volumi.
Ho trovato molto carini anche Betrothoted to My Sister’s Ex, Blue Box e Anyway I’m Falling in Love With You. Di May I Ask One Final Thing devo guardare gli ultimi episodi… carino, ma mancano dei personaggi in grado di emozionare e il ritmo è un po’ troppo ripetitivo.
I manga letti quest’anno
Devo ammettere che nel 2025 ho acquistato molti più manga di quanti ne abbia letti. Se, però, dovessi scegliere il manga che ha rappresentato il mio 2025 direi senza dubbio Yona – La principessa scarlatta. È una serie che trovo meravigliosa per la storia, per i personaggi, per le saghe… e che non perde mai di mordente nonostante sia composta da tanti volumi. Le tavole sono veramente belle. Kusanagi è bravissima a scegliere le inquadrature, a lavorare con l’inchiostrazione, ad alternare toni comici e drammatici. La fine del 2025 ha visto la pubblicazione del finale e l’annuncio (attesissimo) della produzione della seconda stagione. Ne sono contenta anche se il manga per me rimane molto più bello dell’anime.
Una volta terminato Yona, cercherò di leggere molto di più. È uno dei buoni propositi che mi pongo per il 2026. Insieme a tanti altri di cui magari parleremo nei prossimi giorni. Intanto, non mi resta che augurarvi buona fine e buon anno nuovo.
Scegliete con cura i prossimi anime a merenda e manga a colazione!
Federica Crisci
Le immagini contenute in questa recensione sono riprodotte in osservanza dell’articolo 70, comma 1, Legge 22 aprile 1941 n. 633 sulla Protezione del diritto d’autore e di altri diritti connessi al suo esercizio. Si tratta, infatti, di «riassunto, […] citazione o […] riproduzione di brani o di parti di opera […]» utilizzati «per uso di critica o di discussione», nonché per mere finalità illustrative e per fini non commerciali. La presenza in Anime a Merenda non costituisce «concorrenza all’utilizzazione economica dell’opera».
Moriarty the Patriot
Una bella storia raramente si esaurisce nel momento della sua conclusione. Rimane in chi l’ha “vissuta” sotto forma di insegnamenti, di frasi iconiche ripetute come incoraggiamento, di tatuaggi o di personaggi da imitare. Alcune volte (in realtà molte di più di quelle che ci aspetteremo), diventa un repertorio da cui attingere per creare una nuova storia. C’è chi le usa come semplice spunto creativo muovendosi poi verso strade narrative originali e chi, invece, sceglie di “impossessarsi” dei personaggi che ha amato per dare loro vita in altri racconti che sono comunemente noti come fan fiction. Devo ammettere di non averne mai lette tantissime, ma il fenomeno che mi ha sempre affascinata. Mi piace l’energia creativa che attraversa questi racconti. Non solo, mi sembrano la prova più tangibile dell’impatto che le narrazioni hanno sulle nostre vite.
Possiamo considerare fan fiction non sono solo le storie pubblicate su siti appositi firmate dai nickname più disparati, ma anche i tanti prodotti culturali (appartenenti anche a medium diversi) che negli anni hanno reinventato miti, fiabe, grandi classici della letteratura, saghe… alcune nuove versioni sono anche più belle dell’originale. Trai primi titoli che mi vengono in mente ci sono Orgoglio e Pregiudizio, Dracula, Romeo e Giulietta… e, ovviamente, Sherlock Holmes. E proprio su lui mi soffermo oggi visto che ultimamente ho visto per la prima volta Moriarty the Patriot.
Moriarty the Patriot: l’anime che segue la scia di Conan Doyle
Sherlock Holmes nasce dalla penna di Arthur Conan Doyle e nel giro di pochi anni diventa uno dei personaggi più iconici del panorama letterario inglese. La sua fama non è certo diminuita nel corso dei decenni anche grazie alle tante versioni cinematografiche e alla splendida serie tv Sherlock con Benedict Cumberbatch e Martin Freeman.
Non è difficile capire perché il personaggio sia tanto affascinante. Sherlock Holmes ci mostra il mondo sotto una lente che normalmente non usiamo. L’osservazione dei dettagli apparentemente insignificanti e il ragionamento logico deduttivo che ne consegue sono senza dubbio intriganti per chi li legge, soprattutto perché non sono per noi scontati. C’è poi il rapporto tanto stretto quanto peculiare con Watson che rende il tutto ancora più accattivante.
Devo ammettere che non sono affatto immune al fascino di Sherlock Holmes, sebbene il mio amore sia nato più con lo show televisivo che non con i romanzi. Qualche anno fa, ho organizzato un ennesimo viaggio a Londra solo per visitare le location della serie… e il museo di Baker Street, ovviamente. È stato proprio il mio amore per questa storia a portarmi a scegliere Moriarty the Patriot. Quello… e i character che ho trovato veramente sexy.
La trama di Moriarty the Patriot
Moriarty The Patriot racconta in modo tutto nuovo le storie che conosciamo di Sherlock Holmes mettendosi dalla parte dell’ombra del protagonista, James Moriarty. Il criminal consultant della versione anime (derivata dal manga ideato da Ryosuke Takeuchi e disegnato da Hikaru Miyoshi) non è, però, un uomo che si compiace del caos come il personaggio magistralmente interpretato da Andrew Scott. Agire al di fuori della legge è lo strumento che il giovanissimo e intelligentissimo Moriarty trova per cercare di realizzare un sogno: rendere più giusta ed equa la società inglese che vede gli aristocratici trattare i membri delle altre classi in maniera dispregiativa se non sadica.
Aiutato dal fratello adottivo Albert (suo primo cliente), dal fratello di sangue Louise e da altri ragazzi che sposano la sua causa, Moriarty dà vita a un novello Robin Hood tingendo di rosso il suo arco: il Lord of Crime, infatti, uccide i ricchi per vendicare i poveri. Il suo piano sembra andare avanti senza intoppi fin quando non incontra un giovane dotato di grandissima intelligenza e di ottime doti d’osservazione. Sherlock Holmes diventerà un problema per Moriarty o uno strumento da usare a proprio vantaggio?
Un titolo imperdibile per i fan di Sherlock… e di Halloween
Moriarty the Patriot è un anime che intrattiene bene, ottimo da guardare nel mese dedicato ad Halloween e all’orrore. Non che faccia paura, ma l’aspetto crime e thriller regala delle scene difficili da dimenticare e visivamente alquanto perturbanti.
È una piccola perla che i fan di Sherlock non possono perdersi. Guardando l’anime, si riconosceranno i casi già noti e si godrà del modo in cui l’autore ha scelto di rivisitarli così da rendere Moriarty un perfetto protagonista antieroe. Ma i rimandi non si limitano solo ai romanzi di Conan Doyle. Ci sono Jack lo Squartatore, Il Mercante di Venezia… e anche Il Cavaliere Oscuro di Nolan o, almeno, così mi è parso nei due episodi in cui è presente la storia di Lord Whitely. Le tante citazioni non fanno che rendere la storia ancora più accattivante.
Oltre il crime…
I libri di Conan Doyle, da classici gialli, sono considerati come romanzi d’intrattenimento. Eppure, dietro alle avventure di Sherlock e Watson si intravedono in maniera abbastanza chiara le luci e le ombre dell’epoca vittoriana. Ombre che sono presenti anche nel personaggio stesso del detective: la lucidità con la quale esamina la realtà porta Holmes a mostrarsi spesso insensibile nei confronti delle emozioni umane ai limiti del sopportabile.
Moriarty the Patriot non è da meno: dietro al caso che occupa le puntate specifiche, ci sono dei temi che accompagnano l’intera saga. Quello più evidente è legato all’idea di giustizia sociale. Oltre a criticare apertamente i privilegiati che si accaniscono contro i più deboli, si riflette molto sull’idea di come amministrare la giustizia: seguendo le regole oppure agendo al di fuori di esse? Fin dove ci si può spingere in nome di un bene superiore? Quali sono i limiti etici e morali insuperabili?
C’è poi il tema della fratellanza che rappresentano il cuore dell’anime. Ci sono tantissimi legami in Moriarty the Patriot. Legami fatti di fedeltà, di complicità, di condivisione d’intenti, d’amore. Il più affascinante di tutti è, inutile nascondercelo, quello tra Moriarty e Sherlock. La tradizionale coppia Holmes/Watson viene qui sostituita dal duo protagonista/antagonista dove l’uno rappresenta chiaramente l’ombra dell’altro. Il rapporto tra i due nasce dal comprendersi: sono entrambi così intelligenti da vedere il mondo con occhi completamente diversi rispetto a chi li circonda. C’è poi un momento di riconoscimento: Moriarty si rivede in Sherlock e Sherlock si rivede in Moriarty. Nonostante le strade intraprese siano diverse e i lavori siano praticamente all’opposto, i due si riconoscono come due facce della stessa medaglia. Per questo sono destinati ad annientarsi… oppure a salvarsi.
I sottotesti omoerotici ci sono, è inutile negarlo. E sono incredibilmente sexy.
Che dire dei character?
Ho iniziato a vedere Moriarty the Patriot non solo perché mi rimandava al mondo di Sherlock, ma anche perché, una volta visti i character, non ho potuto fare a meno di amarli. Sono meravigliosi. Questi volti tutti spigoli con le acconciature che giocano tra look moderno e ottocentesco sono incredibilmente affascinanti. La caratteristica distintiva di Moriarty sono indubbiamente gli occhi rossi che risaltano ancora di più a contatto con il biondo dei capelli. Un simile accostamento descrive bene il ruolo del personaggio: il biondo solitamente associato ai principi e al bene si mescola con il rosso del sangue e della violenza. È così che nasce un perfetto angelo della morte, un uomo idealista che si macchia di delitti indicibili.
Anche Sherlock ha il suo fascino. Il look trasandato e i capelli lunghi raccolti da cui esce fuori un ciuffo ribelle restituisce l’idea del genio razionale che non si cura di tutto ciò che ordinario. Il colore che lo caratterizza è in assoluto il blu, la tonalità della riflessività, dell’intelletto, ma anche del mistero e della fiducia. Tutti aspetti che descrivono bene il carattere del detective.
Moriarty the Patriot soddisfa occhi, voglia di mistero, desideri di storie BL e tanto altro… È da vedere.
Scheda tecnica
| Titolo originale: | 憂国のモリアーティ (Yūkoku no Moriāti) |
| Studio d’animazione: | Production I.G. |
| Anno di uscita: | 11 ottobre 2020 – 27 giugno 2021 |
| Manga: | 20 volumi in Giappone, 19 in Italia |
| Genere: | Crime, Mistery, Thriller |
| Voto: | 3/5 |
| Da guardare se: | si ama la saga di Sherlock Holmes, i crimini, i BL. |
Federica Crisci
Le immagini contenute in questa recensione sono riprodotte in osservanza dell’articolo 70, comma 1, Legge 22 aprile 1941 n. 633 sulla Protezione del diritto d’autore e di altri diritti connessi al suo esercizio. Si tratta, infatti, di «riassunto, […] citazione o […] riproduzione di brani o di parti di opera […]» utilizzati «per uso di critica o di discussione», nonché per mere finalità illustrative e per fini non commerciali. La presenza in Anime a Merenda non costituisce «concorrenza all’utilizzazione economica dell’opera».